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martedì 21 gennaio 2014

Per una politicizzazione dell'etica

Per una politicizzazione dell'etica

Intervista a Slavoj Žižek a cura di Yong-june Park

Pubblicato il 8 dicembre 2013 · in AlfaDomenica
Che cosa deve fare la politica oggi? Nel bel mezzo di radicali cambiamenti – catastrofi ecologiche, fatali mutazioni biogenetiche, conflitti nucleari o comunque militari e sociali, crack finanziari ecc. – in cui a essere in gioco sono i nostri beni comuni, esiste qualcosa come appunto il bene comune? In che misura, cioè, è utile parlare di bene comune?
Secondo me a essere problematica non è la parola «comune», bensì la parola «bene». Infatti, per come la vedo dalla mia prospettiva europea, l’estetica tradizionale era diretta verso qualche Bene supremo. Può essere Dio, l’umanità, l’universo ecc.: siamo portati a vedere questo bene comune come un valore sostanziale supremo per cui tutti dobbiamo lavorare. Però la modernità comincia con Cartesio e poi con Kant, ossia con un’etica che non è più quella del bene comune. Per esempio, in Kant si può trovare un’etica puramente formale, un’etica della legge morale. Qui l’etica non può essere in nessun modo politicizzata, nel senso che non è possibile presupporre alcun bene comune. È invece una questione di decisione.
È proprio questo che trovo problematico nella nozione di bene comune. Cos’è un bene comune oggi? Prendiamo l’ecologia. Probabilmente la maggior parte delle persone, sebbene politicamente diverse, sarebbero d’accordo sul fatto che dobbiamo tutti prenderci cura della terra. Ma se si avvicina lo sguardo, si vedrà che esistono molte ecologie su cui bisogna prendere altrettante decisioni. Detto ciò, la mia posizione è qui estremamente folle: per me la politica ha la priorità sull’etica. Non nel senso volgare, per cui possiamo fare tutto ciò che vogliamo, anche uccidere la gente e subordinare così l’etica alla politica, ma in un senso molto più radicale, per cui quello che definiamo bene comune non è qualcosa che abbiamo già scoperto: consiste, piuttosto, nel prendersi la responsabilità di definire ciò che è il nostro bene.
Come molti ecologisti radicali hanno evidenziato, quanta parte dell’ecologia che pretende di lavorare per il bene della natura implica scelte politiche occulte? Quando si sostiene, per esempio, che la Madre Terra deve essere il nostro bene comune e che il nostro pianeta deve prosperare, perché lo si dice? Perché noi umani lo vogliamo, così possiamo sopravvivere. Dal mio punto di vista, l’ecologia è la più grande macchina egoistica e antropocentrica esistente. La natura è folle: è caotica e soggetta a disastri selvaggi, imprevedibili e privi di senso, e noi siamo esposti ai suoi spietati capricci. Non esiste nessuna Madre Terra. In natura ci sono sempre catastrofi, cose che vanno male, qualche volta un pianeta esplode.
Ciò che voglio mostrare è che, se lo si guarda da vicino, quando ci riferiamo a qualche bene comune superiore, esso è sempre – almeno per come la vedo io – definito dalle nostre priorità segrete. Per esempio, la gente può esclamare: «Oh, stanno costruendo un’altra grande città che distrugge la natura, è orribile!». La risposta abituale, anche di molti ecologisti, è che «dovremmo vivere in un modo più naturale, vicino alle foreste», ecc. No! Un mio amico ecologista tedesco, che apprezzo molto, mi ha detto che questo tipo di risposta è, dal punto di vista ecologico, totalmente catastrofica.
Dal punto di vista ecologico, essendoci tanto inquinamento ovunque, la cosa migliore è raccogliere più gente possibile nelle grandi città; sarebbe così estremamente concentrata e ci sarebbe meno inquinamento pro capite, dunque si potrebbero mantenere relativamente puliti i grandi spazi. […] Ciò che mi preme suggerire, a partire dalla mia posizione, non è qualcosa di politico nel senso che la gente solitamente associa alla politica, come la manipolazione a buon mercato, la corruzione, le lotte di potere ecc.; è politico nel senso delle decisioni fondamentali rispetto alla nostra vita sulla terra e alle decisioni collettive rispetto alle quali dobbiamo assumerci piena responsabilità.


giovedì 9 gennaio 2014

Materia e coscienza

“E qual è il senso della vita?”
“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”
“Tu sei strano. Sei proprio strano.”
“Sei d’accordo che hai un’anima?”
“Non so se utilizzerei quella parola.”
“Però hai una coscienza, vero?”
“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”
“Dunque hai coscienza di questo universo…”
“E di me stessa. Cogito ergo sum.”
“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”
“La materia però è arrivata prima.”
“Non è da escludere.”
“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”
“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”
“Sì.”
“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”
“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.
“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”
“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”
“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”
“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”
“Il sangue viene prima dell’amore.”
“Cos’hai detto?”
“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”
“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”
“In che senso?”
“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”
“Era questo che volevo dire.”
“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”
“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”
“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”
“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”
“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.”

Jostein Gaarder, Maya, Longanesi, 2000

giovedì 11 luglio 2013

Filosofia e mondo del lavoro si possono incontrare?



La Scuola Superiore di Filosofia in Pratica organizza a Roma il Master in Filosofia in pratica nelle organizzazioni complesse.  Inizio: 27 settembre 2013.

Il titolo di questo Corso di alta formazione può suscitare una sorta di duplice spiazzamento. Da una parte sembra veramente strano pensare a una filosofia che sia “pratica” e che si realizzi in attività pratiche e, dall’altra, ancora più strano potrebbe sembrare il fatto di accostare la filosofia alla realtà che tutti noi viviamo quotidianamente nei luoghi di lavoro. 

Ne parliamo con Myriam Ines Giangiacomo presidente della Scuola Superiore di Filosofia in Pratica e direttore didattico del percorso formativo.

VV: Puoi spiegarci prima di tutto che cos’è la “filosofia in pratica”?

MIG: In generale, l’espressione “filosofia in pratica” fa riferimento a un operare in stile filosofico – ad esempio adottando l’analisi critica e le pratiche dialogiche, riflessive e argomentative, e dando attenzione alle tonalità affettive del pensare e dell’agire - nelle situazioni problematiche della vita quotidiana, personale e professionale. Possiamo descrivere la FiP come un’attività specificamente orientata alla riflessione, all’interrogazione e al riconoscimento dei presupposti impliciti che governano la vita, il lavoro e la società. Usa uno stile di riflessione argomentativo e rigoroso per comprendere e affrontare frangenti problematici singolari, e si avvale di competenze disciplinari specifiche per intervenire nelle situazioni complesse.

La FiP ha un ruolo cruciale nello spazio dell’agire sociale, organizzativo e professionale e una generale vocazione “politica” che prende corpo nell’ideale di comunità di ricerca, un ambiente relazionale in cui il dialogo filosofico si propone come esercizio di cittadinanza attiva e responsabile e come via per dare corpo e sangue alla “democraticità” nella sua doppia determinazione etica ed epistemologica.

VV: E in che modo, secondo te, e con quale utilità la “filosofia in pratica” può entrare in organizzazioni di natura diversa come aziende, istituzioni, associazioni, cooperative, ecc?

MIG: Gli ambienti di lavoro oggi sono “contesti a elevata complessità” caratterizzati da una molteplicità di relazioni intra e inter-organizzative in cui il clima di incertezza e la pressione sui risultati hanno accentuato l’enfasi sul “fare” e reso la comunicazione ipertrofica ma nei quali ci si trova, spesso, davanti a un vuoto di senso. Quando tutto appare imprevedibile e impalpabile, diventano necessari approcci diversi e mentalità nuove e nuove organizzazioni animate da leader e manager capaci di visione e di pensiero critico e in grado di “generare senso” e di integrare in chiave evolutiva i saperi.

Attraverso un approccio trasversale e multidisciplinare, la FiP favorisce lo sviluppo della capacità di costruire ampie cornici di senso nelle quali gli individui possano inscrivere la loro esperienza, gestire situazioni complesse, analizzare i saperi, le “teorie in uso” e i modelli mentali messi in campo nell’affrontare la realtà, e apprendere dall’esperienza. La FiP si realizza mediante pratiche grazie alle quali è possibile affrontare le implicazioni filosofiche della vita organizzativa senza dimenticare temi - centrali per la teoria e la pratica manageriale - che presentano una evidente natura filosofica quali i presupposti del management, i suoi concetti chiave come leadership, sense-making, efficacia, strategia, ecc., i suoi miti e rappresentazioni, le metodologie adottate per il decision-making e il controllo, per l’analisi e la progettazione organizzativa, per la definizione degli obiettivi e la misurazione delle performance, ecc, i temi etici e quelli legati ai diritti dei lavoratori.
Rispetto a temi come questi, l’impiego di tecniche e metodi specificamente filosofici può aiutare a creare i presupposti teorici e pratici dell’agire, a problematizzare i concetti fondamentali, a elaborare la visione che i manager hanno di se stessi e delle organizzazioni e a strutturare specifiche metodologie. Tutto questo nella direzione dell’apprendimento individuale e organizzativo insieme.

VV: Mi sembra di capire, stando a quello che hai detto fino ad ora, che la FiP possa dare a chi lavora in un’organizzazione, magari in posizioni manageriali, competenze “filosofiche”, che tu hai descritto molto bene, che vanno ad affiancare altre competenze più specialistiche. Mi piacerebbe però sapere se il master forma alla professione del “filosofo pratico” e, se sì, cosa andrà a fare quindi il filosofo pratico in un’organizzazione?

MIG: Il master è nato per rispondere a due esigenze potenzialmente complementari. La prima: aiutare chi già opera nelle aziende e ha una competenza di base filosofica – o più in generale umanistica – a utilizzare appieno una tale formazione universitaria nel contesto organizzativo in cui si trova, coniugandola con le proprie competenze specialistiche, anche ampliandole. La seconda: offrire, a chi ha questa formazione universitaria e desidera candidarsi per l’inserimento all’interno di una organizzazione, una formazione di base in general management per poter essere rapidamente operativo.
In via generale il “filosofo pratico” potrebbe essere definito come un “consulente di processo” (il riferimento è certamente a Schein) anche laddove, dentro un’organizzazione, si ponga come fornitore interno di un cliente interno. La nozione di consulenza di processo implica che il consulente, chiamato a operare in un’organizzazione, non sia visto come un esperto di contenuti ma come un professionista in grado di facilitare il compiersi di un percorso che vede come attore primario il cliente il quale, avendo una conoscenza migliore del proprio problema rispetto al consulente, sarà anche in una posizione migliore per individuare e valutare le diverse possibilità di azione. Il “filosofo pratico” agisce quindi nella relazione, facendola diventare un'opportunità di crescita professionale e personale per i singoli e per l’organizzazione nel suo complesso, in modo da far emergere le soluzioni dal contesto stesso vincendo le resistenze e le difese sempre presenti negli ambienti organizzati, soprattutto nei momenti di cambiamento.
Il “filosofo pratico” spinge la riflessione verso aspetti che sono a monte e che una pratica filosofica può aiutare a portare allo scoperto. Il suo intervento, spesso, affronta una situazione indeterminata in cui il problema è sentito, ma non ancora definito. E il primo passo consiste proprio nell’individuare il problema, articolarlo, analizzarlo ed esplicitarlo, fermo restando il fatto che la sua definizione non è il risultato della diagnosi di un consulente ma il punto di arrivo dell’attivazione di processi individuali e di gruppo proposti e facilitati dal filosofo.

VV: Qual è stato il motivo che vi ha spinto a progettare e proporre questo Master e qual è secondo te il suo valore aggiunto rispetto all’attuale offerta di master in Italia? Ci sono esempi di corsi di questo genere in altri paesi?

MIG: Il Master ha, a mio avviso, un grande valore aggiunto: quello di introdurre nelle organizzazioni una capacità di riflessione articolata all’altezza della complessità del sistema, in grado di guidarle ampliando il loro orizzonte simbolico e arricchendo il loro pensiero. Devo ammettere che ci siamo quasi sentite chiamate a pensarlo e a organizzarlo alla luce di molti anni di esperienza nelle organizzazioni (aziende e non) in posizioni manageriali o come consulenti. Lavorando in particolare sui temi di strategie o di sviluppo organizzativo e delle persone, spesso abbiamo operato filosoficamente ma sostanzialmente “in incognito” e abbiamo potuto apprezzare il plus apportato dalla filosofia sia sui temi di sviluppo del business (anche in senso lato) che su quelli più gestionali.

Penso che adesso i tempi siano maturi per venire allo scoperto e perché la filosofia possa entrare a pieno titolo nelle organizzazioni, a maggior ragione in quelle che presentano un maggior grado di complessità, per dare il proprio contributo nello sviluppo di nuovi modelli di business e organizzativi e in una “costruzione di senso” che aiuti le persone a stare meglio e in modo più consapevole negli ambienti di lavoro e le organizzazioni a essere sempre di più “organizzazioni che apprendono”.
Non mi risulta che all’estero ci siano ancora percorsi di questo tipo, ovvero strutturati e sistematici come un master anche se ci sono molte iniziative più frammentate. Ne ho parlato con colleghi stranieri (alcuni dei quali faranno parte del corpo docente del master) e ho riscontrato il massimo apprezzamento per un’iniziativa che risponde a un’esigenza dei nostri tempi e che è spesso oggetto di articoli anche su autorevoli riviste di business come la Harvard Business Review. D’altra parte da anni, e non solo nel mondo occidentale, si parla di Philosophy for management e si fa ricerca e si organizzano convegni e seminari in tale ambito.

VV: Quali sono i pre-requisiti che consideri fondamentali per trarre il massimo beneficio dalla partecipazione al Master?

MIG: Ci rivolgiamo in particolare a coloro che hanno una formazione filosofica e umanistica proprio perché, per tutto quanto detto finora, chi ha questo tipo di formazione può essere molto prezioso nelle organizzazioni quando abbia integrato questa propria competenza distintiva con le altre competenze necessarie per inserirsi proficuamente in un determinato contesto lavorativo. Riteniamo che acquisire un profilo da "filosofo pratico", che renda pronto a operare concretamente con la propria peculiare "inclinazione filosofica" in un mondo che ha sempre più necessità di un “pensiero nuovo” e che da anni auspica un “cambio di paradigma”, possa essere molto apprezzato sia dal mercato delle imprese innovative sia dai recruiter più aperti al futuro.
Il percorso formativo è articolato in maniera da far conoscere ai partecipanti la complessa e articolata realtà delle organizzazioni attraverso “le lenti” della FiP, valorizzando l’interconnessione tra due fil rouge che percorrono tutto il master intrecciandosi continuamente.

Il primo è quello che potremmo ricondurre alla formazione sui temi del general management. Esperti della vita organizzativa e delle discipline ad essa connesse guideranno i partecipanti nell’esplorazione degli ambiti in cui un filosofo può più proficuamente inserirsi. Una sorta di viaggio all’interno delle aree tematiche di una organizzazione “tipo” per conoscerne gli elementi principali, il linguaggio e le funzioni.
Il secondo è quello della formazione peculiare del “filosofo pratico”. Ogni tematica di cui sopra sarà oggetto di un laboratorio di pratica filosofica nel quale, sottoponendone a un esame critico presupposti e architetture, saranno evidenziate le opacità e le contraddizioni ma anche le possibili nuove luci e gli spazi nei quali seminare pensieri nuovi. Grande attenzione, inoltre, sarà dedicata allo sviluppo della consapevolezza attraverso momenti esperienziali dedicati. 

E’ chiaro che il massimo della potenzialità di un’ offerta del genere viene espresso nella frequenza dell’intero percorso. Abbiamo però voluto prevedere anche una modalità di fruizione diversa. È possibile, infatti, una frequenza parziale, finalizzata all’acquisizione di competenze specifiche in una o più delle aree tematiche. Penso ad esempio alla pubblica amministrazione, dove enti o dipartimenti possono essere interessati a far frequentare specifici moduli del master al proprio personale laureato. Per questo tipo di frequenza sono ammesse anche lauree diverse da quelle umanistiche.

VV: Quali organizzazioni secondo te oggi potrebbero essere più “aperte” a un approccio di questo genere e quindi interessate ad acquisire competenze non solo specialistiche ma anche “filosofiche”?

MIG: Penso in particolare ad aziende e organizzazioni, come ad esempio le imprese green e le ONG, che sono attente alla visione sistemica e desiderose di innovare sia nei modelli di business che in quelli organizzativi e che già mostrano notevole interesse per questa nuova figura professionale capace di integrare l’approccio sistemico e umanistico con una buona conoscenza delle dinamiche organizzative e dei mercati.

Intervista a cura di Valeria Verga - Roma, 10 luglio 2013

lunedì 27 maggio 2013

Comunanza di destino

Abbiamo appreso che siamo venuti da una evoluzione biologica e che siamo anche degli animali, ma abbiamo occultato questo sapere. Lo si sa, ma lo si ignora. Operiamo un vero e proprio black-out della nostra coscienza. Allo stesso tempo, non riusciamo a sentire la nostra comunanza di origine di Homo cosiddetto sapiens. Ciò che voi affermate su questa comunanza di origine è capitale. Gli umani non sentono a sufficienza la sostanza comune che li lega e i problemi pressanti che devono mobilitarli. In Terra-patria, ho voluto evidenziare che esisteva una comunanza di destino fra tutti gli umani perché essi condividono gli stessi pericoli vitali. Ma questo resta non percepito. Infine, il nostro modo di conoscenza ci impedisce di concepire insieme l'unità e la diversità umane. Oppure, si percepisce l'unità umana, e si dimentica la diversità delle culture; o, ancora, si percepisce la diversità delle culture senza comprendere l'unità umana. Tuttavia è ciò che ci permetterebbe di sviluppare una coscienza planetaria, una coscienza umana legata al pianeta pur riconoscendo le singolarità culturali e nazionali. È vitale sviluppare questa coscienza planetaria, così come di mettere radici nella Terra. Perché la nostra Terra non è soltanto una cosa fisica. È una realtà geo-psico-bio-umana.

Certo, bisogna essere capaci di distinguere questi diversi aspetti, ma bisogna saperli collegare. Il pensiero complesso che io difendo parte dal latino complexus, che vuol dire "ciò che è tessuto insieme", al fine di operare una tensione permanente tra l'aspirazione a un sapere non parcellare, non compartimentato, non riduttivo, e il riconoscimento dell'incompiutezza e dell'incompletezza di ogni conoscenza. 

Edgar Morin  L'anno I dell'era Ecologica - La Terra dipende dall'uomo che dipende dalla Terra - Armando, Roma, 2007

giovedì 24 gennaio 2013

Coscienza, "qualia" e singolarità


Come per i processi biologici, anche per spiegare  la coscienza è stato invocato un “miracolo”, o un anti-miracolo, che negli ultimi anni ha preso diverse forme: da una parte si nega l’esistenza stessa della coscienza, dall’altra si nega piuttosto che possano esistere teorie in grado di spiegarla.

Ed anche i fisici hanno dato il loro contributo al bazaar della coscienza, ipotizzando teorie quantistiche che poco hanno a che fare con i dati concreti delle neuroscienze (a meno che non si voglia lasciare il rasoio d’Occam dentro il cassetto), ma soddisfano piuttosto l’esigenza, come ha osservato ironicamente Stephen Hawking, di voler spiegare un mistero con un altro mistero.

Nel frattempo il termine “coscienza” si è ampliato fino ad assumere proporzioni imbarazzanti e decisamente confuse. Destino inevitabile dei processi, per loro natura difficilmente zippabili in una definizione. Come abbiamo visto è già accaduto ai concetti di tempo, di vita, evoluzione, intelligenza. Eppure non possiamo negare che la coscienza esiste ed ha un impatto formidabile nelle nostre vicende cognitive.

Ci riferiamo in particolare ai “qualia”, ben definiti nei lavori di G. Edelmann e di J. Humphreys, quella bussola cognitiva di stati individuali che dipendendo dal “qui” ed “ora” della nostra interazione con il mondo. Ci limiteremo qui a dire, o meglio: indicare, per evitare  il rischio di definizioni pericolose o ingannatrici, che i qualia sono il motivo per cui vi svegliate la mattina ed avete voglia di sentire la pastorale di Beethoven piuttosto che I Rolling Stones. E  non una Pastorale qualunque ma una particolare incisione di Furtwangler.

Da dove vengono questi stati? Recentemente Leonard Mlodinow ha suggerito che l’emergere dei qualia, e del comportamento che ne deriva, è l’effetto di una causalità di cui non siamo “coscienti”, introducendo così una salutare distinzione tra consapevolezza, pluralità e “peso” emotivo degli stati cognitivi. Questo è del tutto accettabile.

Proprio come l’evoluzione non può far emergere forme incompatibili con le sue premesse e vincoli o troppo distanti da queste, così la nostra mente non può valutare o anche soltanto sentire possibilità che in qualche modo non facciano già parte della nostra storia con e nel mondo. Per i sostenitori del libero arbitrio credo sia accettabile ammettere che il nostro sforzo, individuale e collettivo, di ampliare le storie possibili si scontra continuamente con la sezione d’urto che misura “quanto mondo” riusciamo a contenere nelle nostre rappresentazioni.

Come scrive efficacemente  G. Edelmann, “dove in origine c’era la capacità di distinguere l’acqua dal vino, oggi c’è quella più sofisticata di gustare la differenza tra un Cabernet ed un  Pinot”.

Ancora una volta, collettivamente ed individualmente, è la complessificazione  la chiave della diversità. Nicholas Humprehys nel suo saggio “la privatizzazione delle sensazioni” propone una convincente analisi sul significato evolutivo dello sviluppo della coscienza, come ottimizzazione del rapporto del flusso informativo di un sistema con l’ambiente.

Ed è questo flusso, in cui ad ogni istante diversamente siamo immersi, che rende possibile il miracolo delle risposte diverse al mondo. I nostri sensi – scusate l’apparente gioco di parole- non sono sensori. Il nostro rapporto con il mondo non è mai neutro, proprio come i dati della scienza anche le nostre osservazioni empiriche  sono sempre “theory laden”, cariche di teoria, aspettativa, anticipazione. Ed è questo che ci rende profondamente diversi da una macchina di Turing. La storia dei vincoli e codici che regolano il nostro rapporto con il mondo rende possibile continuamente un diverso “ora lo sai”, un “peso” dell’istante che non è mai soltanto astratto e razionale ma concreto, incarnato, emotivo. Ed è questo il (falso) problema delle teorie della coscienza.

Come abbiamo visto, una teoria è la descrizione di una classe di eventi strutturati in modo simile. Una qualunque teoria della coscienza può dirci qual è il suo significato evolutivo, può indagare i processi neurali o persino neuro-quantistici  che la rendono possibile, ma quel “qui” ed “ora” soggettivo resta il frutto più prezioso della coscienza.

E su quello nessuna teoria può dire nulla di scientificamente significativo, non perché sia fuori dalla portata della scienza, ma perché non riguarda una classe ma un evento unico, l’incontro singolare ed irripetibile, irreversibile, tra una mente ed un mondo attraverso un gioco privato di storie, memorie e vincoli.

Nessuna teoria può darsi dell’incontro tra una Madeleine e Proust. Il linguaggio d’elezione per parlare di quel momento “lì” non è quello della scienza, è quello dell’arte. Come scrive Giorgio de Chirico, un’opera d’arte è l’incontro di più solitudini, da quella plastica, della recezione delle forme, a quella onirica, metafisica, per la quale è esclusa a priori ogni possibilità logica d’accesso. Ed è peculiare preoccupazione dell’arte della buona scienza non confondere una classe di spiegazioni generali con il qui e l’ora della singolarità.

da Ignazio Licata Tempo e Coscienza
http://samgha.wordpress.com/

martedì 22 gennaio 2013

In assenza di scopo

La terza concentrazione (*) è l’assenza di scopo, apranita. Se non abbiamo preoccupazioni o ansie siamo liberi di goderci ogni attimo della nostra vita: senza tentare, senza fare grandi sforzi, semplicemente esistendo: che gioia!

Questo sembra contraddire la nostra usuale modalità operativa: ce la mettiamo tutta per raggiungere la felicità, lottiamo per raggiungere la pace.

Forse però i veri ostacoli che impediscono di raggiungere la felicità e di promuovere la pace sono proprio i nostri sforzi, le nostre lotte, le nostre attività finalizzate. 

L’abbiamo provato tutti: cerchiamo una risposta e poi quando ci rilassiamo completamente ecco che la risposta arriva da sola. Quella è “assenza di scopo” Siamo felici di respirare, beviamo il tè, sorridiamo in presenza mentale, camminiamo in consapevolezza, ed ecco che le intuizioni profonde arrivano, la comprensione si mostra spontaneamente. L’assenza di scopo è una pratica meravigliosa.

E’ così piacevole, così rasserenante! Sono convinto che gli scienziati abbiano bisogno di questa pratica almeno quanto i meditanti, per sbloccare la mente, per potersi aprire a possibilità che si trovano completamente al di fuori della loro immaginazione. Molte scoperte scientifiche sono nate proprio sul terreno dell’assenza di scopo, perché quando non ci si fissa sulla meta finale si hanno più opportunità di arrivare ad una intuizione profonda nuova e inattesa.

Da: Thich Nath Hanh – Camminando con il Buddha – ed. Mondadori 2009

(*) Ci sono differenti “concentrazioni” o samadhi. Un samadhi non è una dottrina, non è un tentativo di descrivere la verità: è un mezzo abile che aiuta a raggiungere la verità. E’ come il dito che indica la luna. La luna è così bella! Il dito non è la luna; se punto il dito e dico “Amico caro quella è la luna” e tu mi prendi il dito e dici “”Ah, dunque è questa la luna!” non hai colto la luna: ti sei lasciato prendere dal mio dito e non riesci a vedere la luna. Il Dharma del Buddha è il dito, non la luna. La prima concentrazione è quella sulla vacuità. (…) La seconda concentrazione riguarda l’assenza di segno, animitta. (…) La terza concentrazione è l’assenza di scopo, apranita.

venerdì 21 settembre 2012

Semplice, facile, difficile, complesso. Una riflessione sull'origine di alcune parole


Semplice non vuole affatto dire facile; e complesso non vuole dire difficile, né, tanto meno, la complessità è sicuro indizio di «profondità», «ricchezza di significati» o «verità»: a volte è solo complicazione. Fermiamoci per un attimo su queste parole e sul loro significato più antico, e dopo sarà più facile capirsi.
Semplice deriva dal latino «simplex», contrazione dell'espressione «semel (una volta) + plectere (piegare)»: perciò «semplice» è ciò che è piegato una volta: solo una volta, non due.
Invece complesso o complicato - la differenza c'è ed è più marcata di quanto in apparenza possa sembrare - derivano da «cum (con) + plectere (piegare)», che significa «piegare insieme»; ma potremmo anche dire «con-torcere», che dà origine al contorto, dunque piegare non una volta sola, ma più volte, così come si può dire di un nodo composto.
Si può provare a spiegare ciò che è semplice, cioè piegato una volta sola; ma, come si fa con un nodo, bisogna impegnarsi a sciogliere ciò che è complesso.
Facile, da parte sua, è una parola contratta che deriva da «facibilem» (fattibile) e originariamente significa «che si può fare», poi nel tempo acquista una sfumatura particolare e va a indicare, sì, ciò che si può fare, ma in modo agevole, senza ostacolo, senza opposizione; mentre difficile non è il contrario del suo significato originario, ma di quello acquisito nel tempo e vuole dire che qualcosa «non si può fare agevolmente», che per farla occorre superare ostacoli, opposizioni, occorre abilità o fortuna.
Semplice e complesso sono collegati al modo di essere di una cosa, ne sono una caratteristica; facile e difficile sono collegati al modo di fare qualcosa o di rapportarsi con quella cosa. Sono piani di significato differenti.
Per questo non è contraddittorio - anzi è piuttosto sensato! - affermare che parlare semplice è difficile, mentre per chi ha a disposizione un ricco vocabolario e abbia voglia di non farsi capire (o abbia un po' di confusione nel pensiero) è certamente facile parlare in modo complesso e usare le parole come fumo per nascondere, e nascondersi.

da La recinzione degli spazi comuni della parola di Massimo Angelini
http://mondodomani.org/dialegesthai
 

lunedì 17 settembre 2012

Ecologia Profonda

La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra ‘ecologia profonda’ e ‘ambientalismo superficiale’.

Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato a un controllo e a una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’uomo, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa.

L’ecologia profonda è sostenuta dalla scienza moderna e in particolare dal nuovo approccio sistemico, ma è radicata in una percezione della realtà che va al di là della cornice scientifica per attingere a una consapevolezza intuitiva dell’unità di ogni forma di vita, dell’interdipendenza delle sue molteplici manifestazioni e dei suoi cicli di mutamento e di trasformazione.

Quando il concetto dello spirito umano è inteso in questo senso, come il modo di coscienza in cui l’individuo si sente connesso al cosmo nella sua totalità, diventa chiaro che la consapevolezza ecologica è veramente spirituale. In effetti l’idea che l’individuo sia connesso al cosmo si esprime nella radice latina della parola religione, religare (‘legare’, ‘fissare’), oltre che nel sanscrito yoga che significa unione.

F.Capra – Il punto di svolta – Feltrinelli 1980-2008

lunedì 27 febbraio 2012

Azione e Trasformazione



Confondere l'azione con la trasformazione è la principale ingenuità di un gran numero di tecniche terapeutiche sia psicologiche che corporee.
Il pensiero cinese ci porta a chiarire in che cosa la trasformazione differisca dall’azione. I due termini, infatti, possono essere opposti sistematicamente.
Dell’azione, direi:
1) che è momentanea – anche se questo momento può durare a lungo (magari dieci anni, come la guerra di Troia);
2) che è locale: si svolge qui e ora, hic et nunc;
3) che rinvia esplicitamente a un soggetto, che può essere collettivo: noi, gli achei, sotto le mura di Troia…
In quanto è momentanea, locale e rinvia a un Io-soggetto, l'azione si smarca dal corso delle cose.
La trasformazione invece si può dire che:
1) che è non locale ma globale: a trasformarsi è tutto il complesso considerato;
2) che non può essere momentanea ma si estende nella durata: è progressiva e contigua, è sempre necessario uno svolgimento, detto altrimenti un processo;
3) che non rinvia a un determinato soggetto ma procede discretamente attraverso l'influsso, su un registro diffuso, pregnante, pervasivo.
La trasformazione, quindi, non si vede. Si notano solo i risultati. Non si vede il frutto nel mentre della sua maturazione, ma un giorno si constata che è maturo, pronto a cadere.

Da F. Jullien: Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente, Laterza, Roma-Bari 2006

lunedì 31 ottobre 2011

Alberto De Toni ospite a Roma: evento aperto a tutti.


"Quando i mezzi sono complessi, avendo tante sfaccettature e ricadute (anche sui fini), l'esperienza del loro uso deve essere letta in altrettante dimensioni: non solo in quella strumentale del calcolo di efficienza, ma anche in quella visionaria dell'immaginazione del possibile, in quella psicologica della passione o del divertimento che si prova maneggiando un mezzo a cui ci si affeziona, in quella relazionale dell'incontro con I'Altro, in quelle estetica del perfezionamento di abilità e di mestieri che diventano parte dell'identità di chi li pratica. E poi, last but not least, in quella della scoperta del mondo, che è anche scoperta di sé. Un misto di ragione caso e serendipity che fanno scoprire cose utili ma anche inaspettate, sorprendenti. Eppure ricche di significato, capaci di cambiare la coscienza profonda di chi vive l'avventura di scoprirle. La meta magari non si raggiunge mai, o si rimanda continuamente - come fa Ulisse nel suo viaggio, ma è importante, fondamentale, averla presente, sentirla dentro. La razionalità delle scelte fatte nella vita è complessa, multiforme, fini e mezzi non appartengono a universi separati ma nascono dalla stessa passione per I'esperienza del mondo" (Enzo Rullani, Prefazione al volume Visione Evolutiva).

"Se navighi in un vasto mare sempre incerto e instabile, se ogni scoglio a cui pensi di afferrarti per restare saldo viene meno e ti abbandona; se per te nulla si ferma, Lettore non c'è verità, c'è solo la verità del dubbio. Lettore abbraccia la verità del dubbio. Siedi attorno a questo fuoco: oggi ti narrerò l'auto-organizzazione" (dal Prologo al volume Auto-organizzazioni).


Alberto Felice De Toni, Preside della Facoltà di Ingegneria dell'Università di Udine dove è professore di Gestione di Sistemi Complessi. Sintesi insolita e mirabile di Ingegneria e Filosofia, ci onora della sua amicizia e sarà ospite di Spazi dell'anima e di Managerzen il prossimo 11 novembre alle 18,00 in Via Carlo Denina 72 (Metro A Furio Camillo). L’evento è gratuito e aperto a tutti, è gradita mail di presenza a info@spazidellanima.it.