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giovedì 17 ottobre 2013

I Tre Talismani di Calvino di Marco Belpoliti

Calvino è l’unico scrittore italiano della seconda metà del XX secolo a essere passato dall’età giovanile direttamente alla vecchiaia, saltando a piè pari l’età adulta, così che l’idea che abbiamo conservato di lui, a quasi trent’anni dalla scomparsa, è quello di un puer senex, un saggio dall’intramontabile aspetto giovanile. Nel lasso di tempo che è trascorso da quel giorno del 1985, in cui fu ricoverato nell’antico ospedale di  Siena, per essere operato alla testa, lui che possedeva una delle teste più sottili e fini della cultura europea, è accaduto di tutto o quasi.
Quasi niente però che lo scrittore ligure non avesse già previsto, dalla peste linguistica dell’italiano scritto, corrispondete alla decadenza culturale e sociale del Paese, all’avvento del software informatico o al trionfo dell’immateriale. Nei trent’anni che ci separano dalla sua improvvisa dipartita abbiamo potuto registrare ciò che era vivo e ciò che era invece caduco nella sua opera: Calvino no, Calvino sì, a seconda dei cambiamenti di prospettiva e di orizzonte culturale, e persino politico. Una polemica che è continuata anche per qualche tempo, ma che adesso è finita nella poubelle, la pattumiera del è-stato, insieme ai fogli accartocciati di cui Calvino stesso raccontava in un proverbiale testo sulla dissipazione dello scrivere, e a tante altre cose del nostro passato prossimo.
Ma come sarebbe stato Calvino novantenne? Nel 1981 Alberto Sinigaglia era andato a bussare alla sua porta per chiedergli previsioni per l’anno 2000, memorabile intervista ora raccolta in quel tesoro di riflessioni, oltre che di autobiografie, che è Sono nato in America. Interviste 1951-1985, curato da Luca Baranelli e introdotto da Mario Barenghi (Mondadori 2012). Non ancora sessantenne, Calvino rispondeva alla domanda se ci sarebbe ancora stata la vecchiaia nel 2000, ribadendo che la diversità tra i vecchi e i giovani, il loro rapporto, “è uno degli aspetti che meglio definiscono una civiltà”. Arrivava a ipotizzare che nel cambio di millennio i vecchi potessero risultare i soli giovani e i giovani si sentissero già come vecchi. Evocava le città per anziani costruite in America come un esempio deleterio di separazione tra le generazioni.
La corsa alla giovinezza, la giovinezza prolungata di adulti e anziani, era già cominciata all’inizio degli anni Ottanta, ma la preoccupazione prevalente di Calvino non era anagrafica; gli stava a cuore la trasmissione dell’esperienza. Parlando come un suo personaggio, il signor Palomar, spiegava a Sinigaglia il paradosso: “La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori.
Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica”. Oggi che il paese è guidato da un Presidente coetaneo di Calvino, un quasi novantenne, che il nuovo papa è un quasi ottantenne, che in molti posti chiave dell’establishment ci sono ultrasettantenni (con l’eccezione del nuovo presidente del Consiglio, insidiato qualche giorno fa da un ultrasettantenne), è divertente leggere cosa dice del sé futuro, di anziano, lo scrittore ligure: “Chissà che la migliore soluzione non sia diventare un vecchio molto antipatico. Io credo che ci potrei riuscire senza molto sforzo, magari anche accentuando i caratteri di repulsività della vecchiaia, diventando un vecchio astioso, malefico, un po’ ripugnante, un po’ bieco. In questo modo potrei provocare nei giovani una reazione di bellezza, pulizia, di allegria.
Forse sarebbe l’unico modo di raggiungere un risultato socialmente positivo, che nessuna pedagogia può sognarsi d’ottenere”. La pedagogia, come si capisce leggendo lo straordinario testo autobiografico Sono stato stalinista anch’io? (1979), è uno dei rovelli di Calvino, scrittore ben poco scolastico, ma molto preoccupato della trasmissione del sapere, del saper fare, del già fatto, tra adulti e ragazzi, tra giovani e vecchi. Lui che aveva ipotizzato in un romanzo non finito (La decapitazione dei capi) l’uccisione rituale dei capi politici appena invecchiano, non poteva che constatare il fatto che le grandi potenze fossero allora governate da vecchi, così come in Italia prevalesse una eccessiva lentezza nel rinnovo dei ceti dirigenti.
Il suo ideale, enunciato in vista dell’anno 2000, era quello di un giusto, eppure difficile equilibrio, tra “potere di repressione” e “potere di liberazione”, perché l’educazione, a suo dire, ha come scopo proprio quel potere di liberarsi dalle autorità. Ma senza autorità non c’è società. L’aspirante vecchio Calvino proponeva al suo intervistatore la figura di un uomo colto del 2000 che sa cucinare, pulire la casa e fare la calza; poi si congedava proponendo tre talismani per il nuovo millennio: imparare molte poesie a memoria, anche da vecchi; preferire le cose che richiedono sforzo, diffidare della facilità; “sapere che tutto quello che abbiamo può esserci tolto da un momento all’altro”.

Un bel programma per il futuro, il suo stesso futuro. Anche se Calvino non è diventato vecchio, quel vecchio antipatico che si proponeva paradossalmente, possiamo festeggiare i suoi virtuali novanta segnandoci bene le tre chiavi suggerite per il prossimo millennio. In particolare l’ultima, molto utile per i tempi che ci attendono.



Tratto dall’articolo su Domenica 24 del 13-10-2013

venerdì 6 settembre 2013

Un anello geniale

Anche se molte delle cose di cui ci serviamo sono diventate immateriali, invisibili, o digitali, le chiavi continuano a essere uno strumento indispensabile per la nostra vita pratica. L’elenco di quelle che possediamo è ampio: casa, seconda casa, macchina, ufficio, cassetta della posta, lucchetto della bicicletta, ecc. Non si vedono in giro, salvo negli hotel, le nuove chiavi elettroniche, con password o mezzi d’identificazione personale.

L’oggetto che resta fondamentale per il loro uso è l’anello portachiavi. Si tratta di uno strumento che tutti usano, ma nessuno vede. È probabilmente il più umile oggetto che utilizziamo ogni giorno. Composto di un doppio giro in metallo, prodotto ingegneristico geniale, è costituito da una spirale d’acciaio con due spire chiuse una sull'altra. In apparenza sembra un anello chiuso, in realtà, come tutti sanno, si può aprire forzando la spirale, aprendola appena, per inserire una nuova chiave o estrarne una. Non presenta nessun meccanismo, né parti mobili, e la sua maggior qualità è l’elasticità. 

Gli studiosi di oggetti reputano che la tecnologia per realizzare l’anello a spirale sia stata prodotta centinaia di anni fa, mentre l’oggetto in uso oggi è più recente, ed è entrato nel mercato negli Anni Settanta del XX secolo sostituendo la catenella a pallini di metallo utilizzata sino a quel periodo. Non c’è oggetto che possa gareggiare con l’anello portachiavi per essenzialità e persino eleganza. Si trova in vendita nelle ferramenta a pochi centesimi, o al massimo a un euro, a seconda del tipo di metallo o della sua grandezza.


Quelli comunemente in circolazione contengono cinque o sei chiavi, cui, nel caso di mazzi più ampi, vengono agganciati altri anelli più piccoli. Nel tempo l’anello è diventato il supporto di gadget pubblicitari o turistici, souvenir e portachiavi promozionali, ma restando sempre quasi invisibile. Lo troviamo inserito nel moschettone in ottone d’origine marinara, di moda negli Anni Settanta e Ottanta, o in quello più tecnico usato in montagna che ancora si vede in giro. Come ha scritto un esperto di tecnologia, il piccolo e banale anello è il custode di una parte consistente della nostra vita, garantendo l’accesso sicuro a luoghi chiusi, dall'auto alla casa, dalla cantina al garage. 

In quanto oggetto di design non ha autore e rientra in quello che Munari definiva il design anonimo. Come molte altre cose importanti, non è coperto da copyright. Perfetto.

Marco Belpoliti La Stampa 22/07/2013

giovedì 25 luglio 2013

Psicometropoli




Che cos’è Astana? Una città utopica? Un sogno di metallo, vetro e cemento? Un incubo post-sovietico? La sede del futuro regno massonico mondiale? O ancora: Dubai sottozero proprio nel centro della steppa asiatica? Difficile dire a cosa somigli, o cosa ricordi la capitale del ricco stato del Kazakhstan dotato d’immense ricchezze sotterranee (petrolio, gas naturale, uranio, manganese, rame, oro, acciaio, carbone) e grande più dell’Europa intera. Questa Shangri-La del XXI secolo è la capitale edificata ex novo da un visionario capo dell’ex Impero sovietico, il Presidente Nazarbaev. Indipendente dal 1991, il Kazakhstan è governato dal 1994 mediante una costituzione emanata ad hoc dal suo Sovrano democraticamente eletto, che le ha imposto un nome kazako: Astana significa infatti “la capitale”. Ovvero: “il posto dove si prendono le decisioni”; in antico persiano è invece il nome del luogo dove si adora la tomba del santo.

Nel viale centrale dell’immaginifica città s’erge una torre alta alcune centinaia di metri sulla cui sommità è collocata una sfera: il globo d’oro. Disegnata da sir Norman Foster, celebre architetto inglese, rappresenta l’albero magico su cui è assiso l’uccello della felicità: Samkur. Secondo una leggenda locale il globo è il suo uovo. Il tutto in realtà appare simile a un trofeo dall’esorbitante altezza, sottile e astruso, simbolo di un potere che si vuole assoluto e soprattutto capace di produrre quella che Anthony Vidler, in Il perturbante dell’architettura (Einaudi), chiama la psicometropoli. Dall’alto dell’uovo si può osservare il panorama della città, e porre la propria mano nella “cosa”, un tavolo magico ricoperto di simboli sincretici, su cui è impressa l’impronta della mano del Presidente.

La popolazione della capitale è ancora sotto il milione di abitanti, poiché si trova in una delle zone più fredde del pianeta, con escursioni di anche 70 gradi tra estate e inverno, ma è prevedibile che presto i suoi grandi palazzi, simili ai grattacieli eretti da Stalin tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta nel centro di Mosca, saranno abitati da migliaia di persone che affluiranno dalle varie parti del paese. Astana è però una psicometropoli non solo per i suoi simboli, ma prima di tutto per l’eclettismo delle sue forme, cui non corrisponde un contenuto preciso, bensì una evidente forza psichica bizzarra e stordente. La capitale kazakha è un’utopia regressiva, una distopia, rivolta verso il passato, eretta con la volontà di stupire, affascinare, e soprattutto ammonire.

I palazzi ultramoderni, disegnati da Kisho Kurokawa, si mescolano alle riprese dell’architettura viennese del Karl Marx Hoff, ai templi sincretici che ibridano stili persiani e fantasie hollywodiane, alle cupole geodetiche, alle svettanti torri in vetro e acciaio che lasciano il visitatore a bocca aperta nella Pyongyang del capitalismo post-sovietico. Norman Foster ha progettato una gigantesca tenda, Khan Shatyr, di oltre 150 metri di altezza, che ricopre un parco, un fiume, un centro commerciale e una spiaggia. Astana è l’effetto del post-urbanesimo, che nei paesi emergenti dell’Asia si esplica nella costruzione di città-fantastiche, frutto del disegno di autocrati, come è accaduto a Singapore, prototipo delle città cinesi del XXI secolo di cui racconta Rem Koolhaas.

La città kazaka è figlia non solo delle fantasie di un sovrano cripto-massonico, che adora la forma-piramide, ma anche della volontà inconscia di creare sempre nuove città-utopiche, città impossibili, eppure esistenti, come Brasilia di Niemeyer e Chandigarth di Le Corbusier. Gli architetti europei e asiatici hanno trovato alla corte di Nazarbaev il clima giusto per produrre quella tabula rasa del nuovo che nel post-postmodernismo non ha più la preoccupazione di rispondere a forme date, a un progetto organico. Il masterplan della capitale kazaka contempla il succedersi di architetture sempre diverse.

Se ci si aggira tra le piramidi massoniche, centri di forza astrale, e le torri ritorte dei nuovi grattacieli, ci si rende conto che qui l’architettura “prova nostalgia per un momento proiettato in avanti verso un evento che non si è mai verificato” (Vidler). Astana c’è, esiste, ma è allo stesso tempo anche una città fantasma, la realizzazione in materiali nobili e pregiati di un sogno in 3D uscito dallo schermo cinematografico: Las Vegas e la città di Blade Runner, le città invisibili di Calvino e una nuova Brasilia nel gelo asiatico. Una città di simboli e magie, d’incubi e potenze occulte, città giardino e insieme Disneyland massonica, tentativo di concentrare su di sé un potere magico sfuggendo con le proprie simbologie alle strettoie della Storia, per entrare direttamente nel Mito.