venerdì 21 ottobre 2011

Anarchici e Maggiordomi di Paolo Nori

Ho l’impressione che quando si comincia, sopra ai giornali, a parlare di anarchici, vuol dire che c’è qualcuno da arrestare. Salvo il fatto che poi, quando c’è da andare in tribunale, gli anarchici, in tribunale, o perché nel frattempo son morti, o perché si è scoperto che non c’entravano niente, a me sembra che gli anarchici dopo alla fine non li condannano mai. Forse sono io che mi sbaglio, e devo dire che non ho fatto indagini approfondite, ma di anarchici accusati ingiustamente di stragi o di fatti di violenza io qualcuno me lo ricordo, in questi ultimi decenni, di anarchici condannati per stragi o per fatti di violenza non me ne ricordo neanche uno.
Come se gli anarchici, la loro funzione, fosse quella di servire come nemico crudele e utilissimo, un nemico che mai si ribella al ruolo che gli viene assegnato, e se si ribella tanto nessuno lo fa parlare quindi è lo stesso, e se qualcuno sembra che lo faccia parlare lo fa parlare in forma anonima, e senza faccia, e se c’è la faccia è una faccia con passamontagna, non c’è identità, trattasi di anarchico anonimo insurrezionalista corrispondente al cattivo delle favole, all’orco per spaventare i bambini, o al maggiordomo dei romanzi gialli che, siccome qualcuno dev’essere stato, alla fine fa anche questo servizio che è stato lui.
Eppure, forse sono io che mi sbaglio, ma a me sembra che l’idea anarchica abbia così poco a che fare con la violenza: è l’idea che l’uomo è buono, e che se si libera dalle entità che lo opprimono (lo stato, la chiesa) riuscirà a organizzare le relazioni con i propri simili, buoni anche loro, spesso senza saperlo, in un modo decente, civile e libero.
E se per un certo periodo gli anarchici, nel tentativo di rovesciare queste entità opprimenti, lo stato e la chiesa, hanno praticato la violenza, a me sembra che questa pratica sia finita grossomodo con l’inzio del novecento, e non mi sorprende che il 1905 sia la data in cui termina la Storia degli anarchici italiani ai tempi degli attentati, documentata, accurata e appassionata opera dello storico Pier Carlo Masini (Rizzoli 1981).
E con il novecento mi sembra che si affermi, come racconta sempre Masini nel suo documentatissimo accuratissimo e appassionatissimo Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (Rizzoli, 1969), un’altra idea di anarchia, e il rapporto degli anarchici moderni con la violenza mi sembra sia descritto bene da uno dei più attivi anarchici italiani, Errico Matatesta (1853-1932):
Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione.
Questo atteggiamento, questa idea di non lavorare sull’odio e sulla violenza ma sull’amore (che fatica, che vergogna, quasi, scrivere: amore), questo atteggiamento è l’atteggiamento che io ho visto testimoniato dagli anarchici che ho conosciuto nel nostro secolo, in questi ultimi dieci anni, a Parma, a Reggio Emilia, a Forlì, in Lunigiana, e tutte le volte che si torna a parlare di anarchici sopra ai giornali, mi stupisco del fatto che nessuno li vada a intervistare, questi anarchici di Parma, di Reggio Emilia e di Forlì e della Lunigiana, e che si intervistino invece delle persone senza la faccia, con un passamontagna, senza identità, senza idee, senza storia, senza niente, macchie nere, babau, maggiordomi.


Paolo Nori  su Il Fatto Quotidiano venerdì 21 ottobre 2011