Visualizzazione post con etichetta materia e forma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta materia e forma. Mostra tutti i post

mercoledì 28 maggio 2014

Pietre che cadono


L’universo tutto intero non è che una massa compatta di obbedienza. Questa massa compatta è disseminata di punti luminosi. Ciascuno di questi punti è la parte soprannaturale di un’anima di una creatura ragionevole che ama Dio e che consente ad obbedire. 

Il resto dell’anima è prigioniero della massa compatta. Gli esseri dotati di ragione che non amano Dio sono soltanto frammenti della massa compatta ed oscura. Anch’essi sono tutti interi obbedienza, ma solo al modo di una pietra che cade. Anche la loro anima è materia, materia psichica, sottoposta a un meccanismo altrettanto rigoroso quanto quello della forza di gravità. Anche la loro credenza nel proprio libero arbitrio, le illusioni del loro orgoglio, le loro sfide, le loro rivolte, tutto ciò non sono che fenomeni altrettanto rigorosamente determinati quanto la rifrazione della luce. Considerati in tal modo, come materia inerte, i peggiori criminali fanno parte dell’ordine del mondo e di conseguenza della bellezza del mondo. 

Tutto obbedisce a Dio, e di conseguenza tutto è perfettamente bello. Sapere questo, saperlo realmente, è essere perfetti come il Padre celeste è perfetto.


Simone Weil, Discesa di Dio, in La Grecia e le intuizioni precristiane, ed. it. Borla, Torino 1967, pp. 249-250

giovedì 27 marzo 2014

La mano


Qualche tempo fa, non ricordo dove, mi sono imbattuto in una frase di Kant che diceva: "La mano è la finestra della mente". Anche lui, ho pensato. Le visioni, le intuizioni, le immagini mentali, quell'intrico di forme grezze che attraversano la mente di chi fa il io mestiere, e non solo, non affiorerebbero se non ci fosse la mano a dar loro una vita reale, concreta, visibile. Senza di lei rimarrebbero in una forma nebulosa, prossima all'inesistenza.

Parlando quindi di pittura o di disegno non si può non parlare della mano. La mano è ricca di crediti nei confronti del disegno e della pittura; ogni artista deve moltissimo alla propria mano. A volte guardandola mi chiedo: la mia mano pensa realmente? Realmente ha sapienza, esperienza, saggezza, una conoscenza propria? E' capace di vedere cosa sta avvenendo su un foglio o su una tela, è consapevole di quello che sta creando?

Qualche volta, finito di lavorare, mi capita di osservarla, e noto che ha ceduto qualcosa della sua forma naturale al mestiere che le ho imposto. A sinistra dell'unghia del dito medio delle mia mano destra si è formata una piccola cavità che accoglie e sorregge la matita o il pennello per tutto il tempo in cui lavoro. Un incavo, quasi uno scalmo che quegli attrezzi accoglie e tiene. Per me quella deformazione, appena percettibile, è un segno di adattamento e accettazione di una fatica che quasi quotidianamente le chiedo di sostenere.

Quando la mia mano sfiora una superficie sulla quale sto per cominciare a lavorare, sento arrivarmi alla mente una comunicazione che mi dice se quella superficie mi piace, se mi può accogliere, se mi ci posso avventurare. Forse, succede quello che dicono capitasse agli scultori che, sfiorando la superficie di una pietra, sentivano se vi potesse esser accolta e contenuta un figura di loro invenzione.

E' la mano a creare immediatamente questa relazione tra la superficie, su cui si svilupperà la vicenda di quell'opera, e me, la mia mente, i miei territori più interni. La mia immaginazione può cambiare reagendo al contatto con quella superficie.

Tullio Pericoli, Pensieri della Mano, Adelphi, Milano, 2014

martedì 18 febbraio 2014

Giacometti la combustione muta

Le scrivo, Monsieur Dupin, per declinare il suo gentile invito. Non sono assolutamente in grado di scrivere per l'«Ephémère» un articolo sulla leggerezza della materia. Anzi, potrei dire di essere il meno adatto a scriverlo... Le spiegherò. All'inizio ero ossessionato dal bianco dei fogli. Mi accecava, il bianco. Spaventato da quella luce, la annerii con tratti forti di matita. Creai una folla di segni, di foglie, di oggetti, che talvolta erano volti e corpi, talvolta no, erano qualcosa di pullulante di ossessivo di interminabile, che si muoveva da sé, che occupava tutto il foglio, dove la matita poteva delirava e colmava, faceva emergere e distruggeva, e questo mi dava un senso di ebbrezza, mi sentivo sovrano della carta, era meraviglioso. Anche se poi il foglio, annerito di segni, restava così, fermo davanti a me, come un blocco muto, una roccia che non potevo scalfire, qualcosa di minerale o di vegetale, una pietra liscia e nera, senza aperture, che non risponde alla mia voce... Fu nella disperazione di quel silenzio che, all'improvviso, sentii crepi-tare le cose. Fu un momento terribile. Ritornò il bianco. Esigente, assoluto. E quel giorno, non potei che fare un volto sottile, un profilo aguzzo. Lasciai i fogli e misi mano ad altre materie. Scolpii. Sentivo che si consumavano, nelle mie statue, incendi terribili; silenziose ma assolute le fiamme ardevano sempre, invisibili a tutti ma non a me, che ne avvertivo il fruscio, il crepitio, il fragore; percepivo i colpi secchi del legno che brucia, si spacca, cade al suolo, i piccoli urli dei bambini, gli urli disperati degli adulti. Fu allora che cominciai a dare al bronzo – alla materia dei monumenti – l'apparenza che ora vi sconvolge: questa esistenza atroce, da oggetto bruciato, che persiste nel suolo e nella terra dove è andato in fiamme, che non rinuncia a denunciare l'incendio che Io ha scorticato fino all'osso e che continua a scorticarlo, eternamente presente. Ecco, io sono testimone di questo fuoco che distingue e che elegge. Non c'è, più, in me, un'acqua che salvi, un'aria dove essere in volo ma figure che esigono di mostrarsi; figure, sempre, con un corpo attaccato alla terra, pesante e sottile, che non può non esibire il suo dolore, che non si cancella mai e resta — sepolcro, testimonianza, emblema di un'arte che non immagina nulla dietro di sé. Pochi hanno visto nella mia opera questa struttura colossale, scuoiata dalla sofferenza. Io ho fissato il fuoco, per sempre. Altri hanno fatto lo stesso per l'aria o per l'acqua. Non a caso, ho vissuto in una tana, attaccatissimo alla terra. E qui, in questa tana, sento voci che mi sconvolgono — voci che mi parlano d'altro, di rapporti con la musica e il timbro delle cose, di suoni morbidi e freschi, estranei alla mia lingua di pietra, al mio fuoco di bronzo. Ma io resto qui. Ormai non posso rinunciare alle forme dove mi sono scorticato vivo. Non conosco altri mondi che il mio. Sono un povero contadino. Perciò devo ripetervi di no, Dupin: non mi chiedete quell'articolo sulla leggerezza e sugli spazi, sui segreti dell'aria. Non potrei scriverlo. Forse – e non è follia la mia affermazione – lo potrebbe Brancusi, Ubac, Valmont. Certo, non io. Io potrei parlarvi – se il tempo me lo consentirà – del fuoco che brucia i campi e non permette al seme di nascere. 


Marco Ercolani, Riga n° 11 Riga Books Antologia 

giovedì 9 gennaio 2014

Materia e coscienza

“E qual è il senso della vita?”
“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”
“Tu sei strano. Sei proprio strano.”
“Sei d’accordo che hai un’anima?”
“Non so se utilizzerei quella parola.”
“Però hai una coscienza, vero?”
“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”
“Dunque hai coscienza di questo universo…”
“E di me stessa. Cogito ergo sum.”
“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”
“La materia però è arrivata prima.”
“Non è da escludere.”
“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”
“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”
“Sì.”
“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”
“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.
“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”
“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”
“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”
“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”
“Il sangue viene prima dell’amore.”
“Cos’hai detto?”
“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”
“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”
“In che senso?”
“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”
“Era questo che volevo dire.”
“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”
“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”
“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”
“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”
“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.”

Jostein Gaarder, Maya, Longanesi, 2000

martedì 29 ottobre 2013

L’estasi del Tra Noi e L'oblio di lei


L’estasi del Tra Noi

È probabilmente necessario ritornare al mondo dei presocratici, per capire qualcosa del tra-noi oggi.

Entrare in quel mondo ha luogo per il tramite di una guida, un maestro. 

Egli inizia il discepolo, in un certo modo un figlio, alla verità, alla logica della verità occidentale.

Il maestro comincia generalmente il suo insegnamento con le parole: Io dico. Ossia egli pensa che la verità sia garantita dal proprio discorso e che il discepolo debba ripetere lo stesso discorso, affermando: egli dice, o egli ha detto. La verità è dunque trasmessa dal maestro al discepolo, come da un padre a un figlio. La verità è trasmessa tra uomini, secondo un ordine genealogico o gerarchico.

L'oblio di lei

È noto, come ricorda per esempio Clémence Ramnoux nel suo lavoro sui presocratici, che all'origine è una lei - natura, donna o Dea - che ispira la verità a un saggio. Il maestro però tiene generalmente segreto ciò che ha ricevuto da lei, grazie al quale, grazie alla quale, ha elaborato il suo discorso. Egli non dice granché riguardo a questa origine, perché le parole gli mancano o perché vuol tenerlo per sé - perché non può o non vuole parlare della sua relazione con lei. Questa relazione rimane quindi nascosta o rimossa dall'insegnamento del maestro presocratico.
Tuttavia, alcuni maestri, quali Empedocle o Parmenide, alludono a lei, ciascuno a suo modo. Anche Platone accenna a lei, almeno quando si tratta dell'amore, della relazione-tra. Comunque, sono uomini che evocano un'assenza o un assente, un vuoto o un'eccedenza. Fanno riferimento a qualcosa che è altro rispetto al loro discorso, a un aldilà per il quale non hanno parole, e soprattutto logica. Un qualcosa che dissimulano, al quale alludono talvolta in assenza di lei. Un qualcosa che sarà lasciato al di fuori del logos, nel bene o nel male.

A quel tempo, la memoria ancora sussiste di un non-detto, di un aldilà nel quale meraviglia, magia, estasi, crescita e poesia si mescolano, resistendo al nesso logico che viene imposto alle parole, alle frasi, al mondo. Alcune tracce ne rimangono, almeno nel discorso di alcuni maestri.

Una sorta di estasi ancora esiste riguardo a ogni discorso, ogni scambio tra uomini negli spazi pubblici o in altri cenacoli, luoghi in cui parlano, parlano soltanto fra loro. Qualcosa rimane che non riescono a esprimere, neppure a sperimentare di nuovo, perché mancano gesti o parole per dirlo, per trasmetterlo, per produrlo. Permane solo la memoria di un'esperienza - che a poco a poco sarà cancellata -, l'esperienza di un meraviglioso, inaccessibile, inesprimibile aldilà. Un aldilà che nasceva da un incontro con lei - natura, donna o Dea - a proposito del quale la maggior parte dei maestri non dicono quasi nulla e al quale non rinviano il discepolo. Il loro insegnamento dovrebbe essere autosufficiente, staccato da lei come fonte.

Certo non tutti i maestri sostengono che debba essere così, ma certi tra loro lo fanno. E, a poco a poco, il loro insegnamento introdurrà il discepolo in un universo chiuso, parallelo al mondo vivente, al mondo naturale. Tuttavia, per alcuni maestri - come Empedocle o Parmenide - la totalità del discorso è ancora misteriosamente fondata a partire da lei - natura, donna o Dea - che rimane l'inaccessibile cosa dalla quale sorgono le parole e alla quale sono rivolte. Per altri invece - Eraclito, per esempio - il discorso si richiude su di sé per mezzo di strategiche opposizioni conflittuali. Ormai diviene possibile che la conversazione e il dialogo abbiano luogo tra sé e sé, dentro o tra il(i) medesimo(i), e la verità e il linguaggio comincino a parlare a partire da loro, su di loro, senza alcuna origine in un altro o senza alcun ritorno ad un altro, un altro che è all'inizio femminile — natura, donna, Dea. L'uomo si stabilisce nella sua dimora di linguaggio, staccato dal reale e dall'altro in quanto reale. Una tautologia di parole, di verità isola i soggetti parlanti — maestro e discepolo — in un riparo, un universo, una logica che raddoppia ciò che appartiene alla loro nascita, alla loro crescita, alla loro realtà naturale. 

Questo gesto avviene in un modo più segreto e sottile di quello di Prometeo, e prepara a una morte per soffocamento, spossatezza, isolamento, conflitto e infine distruzione di lei — natura, donna o Dea. Lei svanisce in una cultura fondata nel medesimo, al di là della quale si estende e della quale è testimonianza la nostalgia di alcuni maestri verso un aldilà. Alludono a un «vuoto», a una «lacuna», tutt'al più a un «Essere» al di là del loro discorso per coloro che, come Parmenide, ancora si fidano di lei.



Luce Irigaray All'inizio, lei era, Bollati Boringhieri, Torino, 2013

lunedì 11 febbraio 2013

Un convegno sul nulla


Un convegno sul nulla. L’idea è venuta allo scrittore Paolo Nori, che l’ha organizzato, con la complicità della rassegna CentoCage, promossa dal comune di Bologna per i cento anni dalla nascita di John Cage, nella biblioteca Sala Borsa del capoluogo emiliano. Si è parlato di tutto e di niente, entro confini che Nori aveva così sfrangiato: “Quando non c’è niente da dire, o quando non si sa cosa dire, o quando non si sa cosa fare, o quando non si vede niente, o quando non si capisce niente, o quando non si sente niente, o quando non si riesce a dormire, o quando non si vuole mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restano senza benzina, i sans papier, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco, quando si cerca in tutte le tasche e non c’è neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilità. Il celibato e il nubilato. L’inappetenza e l’incontinenza. Il buio. Il silenzio. Il niente. Il nulla”.
(…)
Perché l’inno del convegno era 4’ 33’’di John Cage, il pezzo in cui il musicista o l’ensemble non suona ma fa ascoltare il silenzio?


“Noi dovevamo eseguirlo in apertura dei lavori. Poi Carlo Boccadoro aveva un altro impegno sul lago di Garda e quindi è arrivato solo alla sera e lo abbiamo fatto in chiusura. È stato per me un momento bellissimo: è stato una specie di preghiera. L’abbiamo suonato nella versione per clarinetto. L’ha eseguito, per così dire, Mirco Ghirardini, un clarinettista che ha anche fatto un intervento sulla musica da ballo. Lui suona alla Scala, suona in Sentieri selvaggi, che è il gruppo di Carlo Boccadoro, e poi suona in un gruppo di liscio. Ha fondato e dirige un gruppo che rifà il liscio delle origini, e però son talmente veloci quei valzer lì che non li balla più nessuno. Lui suona una musica da ballo che in tutti questi anni non ha mai ballato nessuno nei loro concerti. Il pezzo di Cage sono stati 4 minuti e 33 secondi di silenzio in cui abbiamo sentito i rumori della Sala Borsa – è quella la funzione di quel pezzo – ed è stato un momento proprio quasi meditativo. È stato proprio la chiusura ideale”.

Quel pezzo vuole dimostrare che il nulla chiamato silenzio è in realtà pieno…
“Che il silenzio non esiste. Così noi quando l’abbiamo suonato abbiamo sentito i rumori che c’erano di sopra, quelli del riscaldamento eccetera, che prima intanto che si parlava non sentivamo. La cosa bella è che quello lì è un pezzo che, a seconda del posto dove lo fai, cambia tutte le sere, a seconda del silenzio che c’è lì. Perché ogni posto, forse, ha il suo silenzio. C’è un racconto di Heinrich Böll, in Racconti satirici e umoristici, dove c’è uno che lavora alla radio e faceva collezione di silenzi registrati. Quando era con la sua fidanzata registrava i loro silenzi e dopo li riascoltava, che era una cosa che alla fidanzata non piaceva tanto, mi sembra di ricordare”.
(…)

Però, la domanda che rimane sospesa, grande, forte, sul convegno sul nulla è: invece di un convegno sul nulla, non sarebbe stato meglio non fare nulla?


“Quella lì è in un certo senso la perfezione. E però noi siamo consapevoli di essere imperfetti, di essere degli esseri limitati. Del resto, quello che forse ha fatto la cosa più bella è stato Alessandro Bonino, che è stato a casa. In fondo la relazione più riuscita è stata la sua, perché priva di errori. Però, io sono anche abbastanza contento che ci sia della gente che accetta il rischio di sbagliare, anche perché, come dicevo, se non avessi i libri non saprei come fare... Questo fatto di parlare, di raccontare, di trovare una forma non per spiegare il mondo ma per raccontarlo, a me sembra proprio bello, e io personalmente ho bisogno di persone che lo facciano per me. Mi ricordo una volta, un po’ di tempo fa, ero in Sardegna, per 5 anni sono andato tutti gli anni a un festival di poesia, il festival di Seneghe. Quel festival lì era bello anche per la società che si creava: ci si trovava, di sera, alla fine di tutto, al bar, in questo paesino che per 3 giorni cambiava faccia. Una volta ero lì con un ragazzo sardo, Diego Zucca, appassionato di palindromi. Io ho fatto la tesi su Chlebnikov, un poeta russo dei primi del novecento che ha fatto diversi versi palindromi. Diego Zucca è appassionato di Georges Perec, che pare abbia fatto il palindromo più lungo del mondo. E c’era un nostro amico, Luciano Marrocu, che è scrittore e docente di storia contemporanea all’università di Cagliari, e che era stato assessore alla cultura della Provincia di Cagliari e militante dell’ex Pci. Dopo un po’ che sentiva, anche con un po’ di fastidio, ci ha detto: ma voi, invece di far dei palindromi, perché non fate la rivoluzione? Che è una domanda molto bella. Ecco, io, la mia impressione, è che far dei palindromi vuol dire fare la rivoluzione. Essere capaci di maneggiare il linguaggio, essere capaci di parlarsi, di raccontarsi delle cose, noi siam messi in un modo che questo è già una rivoluzione. Una giornata di sei ore dove c’è della gente disposta a ascoltare undici persone che raccontano appunto la menopausa, la materia assente, è quello, in piccolo, naturalmente. Io, come ascoltatore, non mi son mai annoiato, se vado a vedere un film che dura un’ora e mezza mi dico: ma io l’ho già vista questa roba, sembra di averla già vista. Ecco, quella lì è una piccola, microscopica rivoluzione, mi sembra. Certo, parlare non serve a niente, come guardare una bella ragazza, a cosa serve?”.

Tratto da “Il nulla a convegno” Una conversazione con Paolo Nori di Massimo Marino

venerdì 1 febbraio 2013

Uno sguardo privato - Su Emidio Greco


Un autore privato. Non si può usare un aggettivo diverso, a misurare la differenza di Emidio Greco rispetto al cinema italiano contemporaneo. 

L’uomo privato, proprio, s’intitola il penultimo degli otto lungometraggi che ci ha lasciato (sabato scorso, morendo a Roma dopo una malattia che lo aveva illuso, ci aveva illuso, di essere stata sconfitta). Il penultimo, ma – dichiarava alla sua uscita – «mi piacerebbe che venisse ricordato come naturalmente l’ultimo». Notizie degli scavi – tre anni dopo, nel 2010 – ha rappresentato una “postuma” chiusura del circolo: col racconto di Franco Lucentini che Emidio aveva sceneggiato, allora appena uscito, all’atto di entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Era il 1964, l’anno di Deserto rosso

Ed è da lì che Emidio proveniva. Dalla Torino “concettuale” dei primi Sessanta, dei quadri specchianti di Pistoletto, dell’amico carissimo Alighiero Boetti (all’opera del quale, nel ’78, dedicò Niente da vedere niente da nascondere). Del Gruppo 63 degli altri amici e suoi occasionali collaboratori – Enrico Filippini, Andrea Barbato. Veniva da quell’Italia; ed era, di tutti loro, il più giovane. Condizione che si rivela, alla lunga, controproducente: consegnandosi, alla generazione che segue, come il fossile di un tempo infinitamente più ricco e consapevole. E infatti, nel cinema degli anni Ottanta e Novanta e Zero, è stato un revênant, un diverso, un alieno. Come tale veniva percepito dai suoi colleghi e dal pubblico. Ma come tale, soprattutto, percepiva se stesso.

Per questo L’uomo privato – «naturalmente ultimo» – rappresenta insieme il suo testamento e il suo autoritratto. Un professore di Diritto, uomo di successo dall’eleganza asciutta e riservata, dall’alto dei suoi privilegi guarda il mondo in modo disincantato, quasi entomologico. Nelle interviste Emidio lo paragona all’Ulrich dell’Uomo senza qualità (perché sullo sfondo si lavora all’Azione Parallela d’un insensato mega-convegno cultural-mondano che si celebrerà, infine, nella cornice sfarzosa della Villa della Regina: sulle colline della “sua” Torino, cioè, ma vista dall’alto e da lontano), a me ricorda piuttosto Hans Karl Bühl, L’uomo difficile d’un altro cantore della finis Austriæ, Hugo von Hofmannsthal. Come lui l’uomo privato è desiderato da tutti, e soprattutto da tutte; ma non si concede mai, davvero, a niente e a nessuno. Come lui l’uomo privato non partecipa all’agitazione di chi lo circonda; non
dà risposte, non esprime opinioni. Alla fine lo dice, l’uomo difficile di Hofmannsthal: «tutto quel che si esprime è indecente […], gli uomini non mettono rigore in nulla, c’è addirittura una certa impudenza nel fatto stesso che gli uomini osino vivere certe cose!». Questo schermo che l’uomo privato frappone fra sé e la vita è simboleggiato da una metafora eloquente, per un uomo di cinema. Lo dice a lezione, il professore. La vita non ha forma se non è illuminata dal diritto: «la norma giuridica getta un fascio di luce sulla vita. E la vita è l’ombra che resta oltre il cono di quella luce».

Personaggio-riflettore, come lo avrebbe definito Henry James, l’uomo privato pensa di poter illuminare il mondo fuori di sé senza mai esserne coinvolto. Ma qualcosa incrina il suo progetto. Un suo studente – che poi s’è suicidato – a sua insaputa lo ha seguito, lo ha spiato, ha ripreso la sua vita privata come farebbe, appunto, un occhio privato. Quello sguardo di rimando, che imprevisto gli si ritorce contro, da quel momento gli rende impossibile il distacco, il dominio che prima esercitava su tutto e tutti. Come succede anche negli altri film del suo autore, l’uomo privato si aggira in una festa, guarda gli altri ballare senza poter prendere parte a quel ballo, senza capirlo. Alla fine torna nel suo appartamento privato e guarda quella cornice, in cui prima s’incastonava a perfezione, per la prima volta dall’esterno: aziona un interruttore, accende le luci di casa in ogni possibile combinazione. Ma non c’è più traccia di forma, non c’è più rigore: in quella luce. Un finale che ripete in forma disforica quello dell’opera prima, L’invenzione di Morel del ’74: che alla trama di Bioy Casares – ancorché «perfetta», come l’aveva designata Borges, mai rinnegato phare di Emidio – appone una clausola che è un capovolgimento: col naufrago che infrange la macchina congela-tempo, il «fascio di luce» metafisica che ha fissato la realtà, sull’isola, paralizzandola in una forma splendida quanto priva di vita.

Com’è ovvio, è lo stesso autore ad aver rivolto su di sé quello sguardo indiscreto. Come nell’unico Film realizzato da Samuel Beckett, l’occhio che ci insegue è il nostro stesso occhio. L’uomo che con tanta efficacia ha forcluso il suo privato agli sguardi indiscreti del prossimo, ha sofferto anche una privazione. Lo schermo di estraneità che ha frapposto fra sé e il mondo ha separato lui stesso dal vivo di un’esistenza con la quale in effetti Emidio, spesso, dava l’impressione di avere poco a che fare. Cauterizzato dalla nascita, così appariva, nei confronti dei trasporti e degli affetti, delle illusioni della vita sociale, pubblica.

mercoledì 28 novembre 2012

Le "cadute del vivere"

Oltre alle cose e volti insondabili che erompono quotidianamente dal vivere, e la cui bellezza ed evanescenza desideravo appassionatamente fermare, mi ero accorta che esistevano alcune proprietà o cadute del vivere, la cui natura era altrettanto insondabile.
Una di queste, per esempio, era la immensità e sonnolenza e pace dello spazio. Tale esperienza avevo fatto in Libia, tra i nove e i tredici anni, forse: come la natura, sabbia e cielo, conosca immobilità ed estensione, nell'immobilità, di sogno.
Ma poi, varcando il mare per rientrare in Italia, durante un viaggio di due giorni, mi colpì in modo intenso il duplice moto risultante dalla nave che solca l'acqua azzurra, e dall'acqua azzurra che, pur non essendo più la medesima di un attimo prima, si presenta come la medesima. II medesimo luogo, pensavo, non vuol dire dunque l'identico tempo e situazione. Questo doppio scorrere del meccanismo — vita e luo­go nel meccanismo tempo — fu per me un'ombra. La nave correva correva, e io sempre a guardare lo stesso mare, e intanto la situazione della nave era altra: in luogo apparentemente uguale ma diverso; e quello di prima, il luogo di ieri, era irrevocabilmente sparito.
Cosi, c'era questo problema del tempo — delle dimensioni e i luoghi dove le cose passavano. Cosi, le cose passavano! E irrevocabilmente, sembrava. Perciò tutto quanto accadeva, se la sua parte seconda era il non esistere più, era cosa illusoria. Questa qualità del tempo, di formare le cose per poi cancellarle, agì in modo profondo sulla mia mente, insieme alle forme, e di continuo mi si proponeva come un enigma. Il tempo si consumava: che ne era delle forme espresse da ogni tempo?

martedì 24 luglio 2012

La fatica di pensare la bellezza

Ecco, questo mi interessa: il nostro sforzo di combattere il caos, di contendere alla morte, all’entropia, al degrado, con l’unico strumento che abbiamo in dote, la capacità, la necessità di dare forma.

Trovo bellissimo pensare al processo dell’arte, o dell’artigianato, il processo squisitamente umano del creare sempre qualcosa da qualcosa forzando, mai dal nulla, trovo bellissimo pensare a quel processo nel suo potere e nella sua violenza. Lo trovo così bello perché è diventato problematico.

Nell’epoca in cui viviamo nessuna enfasi sull’opera e sulla sua capacità di aprire formidabili scenari, nessuna retorica sul braccio creatore, è più credibile. L’idea di una umanità creatrice, prometeica, liberatrice si è fatta risibile. Troppa ambivalenza si porta dietro il creare, troppi contraccolpi, fallimenti e inganni. Nel Novecento i creatori hanno perso la pace. Hanno abbassato le corna. Solo, si ostinano, non possono farne a meno. Non possiamo: continuiamo a creare, perché a tutt’oggi non riusciamo a pensare un altro modo attraverso cui accamparci sulla terra. Eppure sappiamo bene di essere perdenti, sappiamo che la forma non è più detto che riesca a conquistare una durata. Ci siamo fatti meno presuntuosi, più essenziali. Ci accontentiamo della forma che non dura, spazzata via all’istante. Un trionfo sulla morte di un momento.

Ecco perché trovo così entusiasmanti i creatori, noi creatori dimessi, nella nostra battaglia sempre persa e vinta insieme, persa già mentre la si vince, vinta ogni volta che la si combatte. C’è anche però chi tenta un’arte, e un pensiero della bellezza, che si sottrae all’operare. Che rifiuta l’idea del fare, del contendere al caos, dell’imporre forma. C’è chi – penso ad esempio al gruppo di architetti-artisti che si dilata e si contrae sotto il nome Stalker – prova a pensare l’intervento umano come traccia in nulla diversa dallo smottamento del suolo e dai detriti, in nulla diverso dalla vita ostinata dei muschi, e alla bellezza come un esito di stratificazioni e di processi in cui il fare, la sua progettualità, si è ridotto e capovolto tutt’al più in un dare inizio.

Avverto una stanchezza di fronte alla bellezza che c’è già, alla bellezza pettinata che calma, apprezzo gli accumuli di detriti, gli argini dei fiumi urbani, le ferrovie. Mi piacerebbe pensare alle mie tracce come tracce tra le altre, detriti tra i detriti, forza tra le forze, come l’orma di un cane o un’impronta di pneumatici, ma non ci riesco.

Lo sforzo dimesso di dare forma è ancora quello che mi interessa, la tensione tra la forma e il caos – il caos che però è la trasformazione, quella che chiamo la libertà non mia, la vita stessa - che la travolge.

Carola Susani

venerdì 18 maggio 2012

Ascoltare con l'anima

Ascoltate la musica con l’anima.
Non sentite un essere interiore che vi si risveglia dentro?
È per lui che la testa si alza, le braccia si sollevano.

Isadora Duncan



Certo, non occorreva la musica più eccelsa per le favole del balletto classico, ma per esprimere la religione, la morte, la passione o l’eroismo, Bach, Chopin, o Beethoven erano indispensabili: tramite loro le angosce o le certezze potevano “prendere corpo”, e questo corpo glielo dava Isadora Duncan.

Da questo corpo, perché lasciasse passare il messaggio, bisognava alla fine sprigionare il movimento; liberarlo dai modelli classici, dalle regole prefissate, perché potesse esprimere tutte le emozioni umane. Bisognava che questo movimento invadesse tutto il corpo e non solo le gambe.

A Isadora Duncan non piaceva né la formazione della danza classica né quella della ginnastica svedese, perché, diceva, lo sviluppo del corpo o di un determinato movimento è fine a se stesso. Anche nell’allenamento alla danza, prima con la ginnastica che prepara il corpo ad obbedire a qualunque comando, poi con la danza stessa, nessun esercizio deve essere astratto dal significato vitale dello spirito che lo anima: nessun esercizio, diceva, deve essere solo un mezzo per arrivare a un fine, ma un fine in sé, fine che era quello di fare ogni giorno della vita un’opera completa e felice.

Lo sforzo principale era uno sforzo di spogliamento: perché l’espressione raggiunga il massimo di intensità bisogna epurarla da tutto ciò che è aneddotico e individuale. È così che le opere delle arti plastiche raggiungono la monumentalità e irradiano al di là del quotidiano i grandi simboli della vita.

da Roger Garaudy, Danzare la vita, Cittadella 1999

venerdì 16 dicembre 2011

De Rerum Natura

Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi... Poi l'infomatica (....). La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

E' legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l'operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia.

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E' il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.

Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).

I. Calvino, Lezioni Americane, Garzanti, Milano, 1993

mercoledì 2 novembre 2011

Per colpa di una scimmia di Valter Binaghi

Il maestro fu svegliato, nel bel mezzo del suo riposo pomeridiano, da grida scomposte che provenivano dal giardino. Là fuori, sotto i rami contorti e frondosi del fico, i due discepoli disputavano animatamente. Eraclito cinse le vesti e si affacciò alla porta. “Ebbene?” domandò sorridendo: “Volete forse che tutti i cittadini di Efeso sappiano della vostra sapienza? Per Zeus! Le vostre grida giungono oggi ben oltre i limiti consentiti alla serena conversazione dei saggi!” “Perdona maestro”, fece il giovane Cratilo, scuotendo i lunghi riccioli dalla fronte abbronzata, “ma costui mi esaspera con la sua testardaggine, nè si arrende quando io esibisco, a conferma del mio dire, il tuo autorevole detto”. “Questa è bella!” scattò irruento l’amico Panfilo: “anch’io sono in grado di suffragare il mio discorso con un detto del maestro e sei proprio tu, razza di presuntuoso, ad ignorare tale testimonianza…” Eraclito scoppiò in una risata e si grattò la barba: “Forse voi credete soltanto di avere lo stesso maestro, ma non è così, se la vostra discussione finisce col mettere Eraclito contro Eraclito stesso. Oppure, come dice il volgo, Eraclito è proprio oscuro e i suoi detti si azzannano tra loro come un groviglio di vipere affamate: in questo caso vi sareste imbattuti in una pessima sapienza, che è stretta parente della follia! Sentiamo comunque qual’è l’origine della disputa”

“Ebbene”, cominciò Cratilo, “ci si chiedeva all’inizio quale valore si debba attribuire ai nomi che gli uomini danno alle cose. La mia risposta fu: ben poco, quasi nulla, per Zeus! Com’è possibile fissare in una forma ciò che incessantemente diviene? Perchè – di questo almeno si deve essere certi – come tu spesso affermi, tutto scorre. E’ necessario, per gli usi del volgo, che le cose siano nominate, ma il nome si confà maggiormente all’orma lasciata sulla sabbia che al pellegrino che cammina: il vivere infatti è un cammino, e il cammino è trascorrere fra molti luoghi senza mai posare. Chi potrà dare un luogo al fuoco, il cui riposo è la propagazione incessante? Perciò, maestro, tu con giustizia affermasti che nulla è identico a sè stesso, e non si entra due volte nello stesso fiume!” “Ora ascolta me, saggio Eraclito”, fece Panfilo di rimando: “il nome ha ragion d’essere in quanto esso dice ciò che, nell’oscura agitazione della cosa, risplende come la sua immutabile verità. Ammettiamo pure, come vuole Cratilo, che ogni vita sia un cammino: ebbene, ogni cammino ha una méta, un luogo in cui si compiace, una dimora in cui sosta e celebra una presenza che mai più dovrà soffrire dell’erramento. La méta è più vera del camminare, ed è questo compimento che causa il camminare stesso: ecco il volto segreto della cosa, cui il pensiero e il nome che esprime mirano. Così, mentre l’opinione del volgo è discorde, perchè ognuno contempla un tratto diverso del sentiero – chi vede la cosa nel suo sorgere, chi nel suo splendore, chi nel suo autunno – la saggezza è una e comune, perchè considera il Logos che, ineluttabile, tutto governa. Cosi tu, maestro, ridicolizzi coloro che vivono ognuno come stupito nel proprio sogno senza oltrepassare l’evanescenza dell’opinione, mentre affermi che il Logos risplende unico e sovrano per le menti che non disdegnano di elevarsi ad esso!” Entrambi i giovani si volsero allora verso il saggio, ansiosi di ascoltare il suo giudizio, ognuno in cuor suo persuaso della vittoria. Ma Eraclito scosse il capo sorridendo e disse : “Accade qui qualcosa di strano. Entrambi dite il vero, ma le vostre verità non si riconoscono e la loro inimicizia le condanna”. “Ti burli di noi, maestro!” esclamò Panfilo con la solita irruenza: “Come possono due ragioni contrarie unirsi in amicizia?” “Amico, non questo devi chiedere, ma piuttosto vedere se nelle cose vivano insieme la quiete e il movimento, l’identico e il diverso che le vostre ragioni oppongono. Infatti, non la cosa è per il pensiero, ma il pensiero per la cosa. Dunque, guardate quest’albero: non è vero che, più si espande fino svettare nel cielo, e più si radica nel suo luogo terrestre? Vasto e profondo è il suo respiro, incessante l’anelito verso il sole, eppure non si muove di un palmo, e nessuno lo desta dal suo sonno. Mutando riposa, immobile compie il suo cammino”. I discepoli,meravigliati, contemplavano il volto del maestro, quieto e solenne come la montagna che si specchia nel giovane lago. “Saggio Eraclito, dicci ancora di questa nuova verità, che s’innalza oltre l’affermare e il negare della ragione!”

Il saggio di Efeso rientrò in casa e ne comparve subito dopo, recando in mano due oggetti. Li porse ai giovani: “L’opposto concorde. E dai discordi bellissima armonia, come quella dell’arco e della lira”.

E mentre essi presero ad osservarli attentamente, continuò: “Molti anni fa (già allora il mio pensiero vagava dolorosamente sulle tracce dell’Uno) feci uno strano sogno. Mi pareva di camminare per molte miglia in una landa desolata e buia, e già disperavo di poter ritornare al paese dei vivi quando, ad un tratto, intravidi lontano un bagliore di luce. Corsi a perdifiato per raggiungere quella salvezza finchè mi trovai ai piedi di un’alta, liscia muraglia, nella quale si apriva una fenditura, troppo stretta per parere una porta. Da lì filtrava la luce che laggiù, oltre la parete invalicabile, doveva essere viva e splendente come un sole. Desiderai varcare il pertugio, ma era stretto, troppo stretto per il mio corpo, e forse anche per quello di un fanciullo. Sedetti a terra sconsolato. Fu allora che udii una voce alle mie spalle: – Alza gli occhi, mortale! – mi disse. Pallade Atena, splendida e biancovestita, come appena sorta dal capo del sommo Zeus, stava di fronte a me. – Come posso, o Dea, varcare la muraglia ed attingere alla Grande Luce? – ed indicai il muro troppo alto, la fessura troppo stretta. – Non potrai, finchè in te l’alto e il basso, l’ampio e l’angusto, la scienza e l’ignoranza non saranno che una sola cosa. Oltre quel muro infatti vi è il Dio. E il Dio è al di là di ogni inimicizia. Egli è giorno notte, inverno estate, sazietà fame, come ora il tuo pensiero che oppone e distingue non può comprendere. Quando tutto ciò che è pesante e molteplice in te sarà consumato, e il tuo Spirito si leverà come incenso dall’altare, allora potrai varcare la fessura, Uno nell’Uno – Subito le domandai: – E come apprenderò, o divina, quest’ arte misteriosa? – Fu allora ch’ella trasse dall’oscurità l’arco e la lira, e me li porse: – Ricerca l’unità in ciò che l’opinione separa: essa è l’orma del Dio, celata tra le cose. Dall’opposta volontà del plettro e della corda impara a trarre ineffabile armonia. Nella saetta del pensiero verace slanciati, muovendo dalla guerra del legno e della fune, fino a giungere al centro del bersaglio: esso è la dimora del Dio che non ha luogo, della pace che non dilegua – Così mi disse la Dea, figli miei, e così da quel giorno mi provo a fare”.  Per quel pomeriggio, Cratilo e Panfilo smisero di discutere, e presero ad esercitarsi nell’arco e nella lira, sotto la guida del maestro, fino all’imbrunire.

Eraclito possedeva una scimmia, capace coi suoi lazzi di divertire gli ospiti e il maestro nelle uggiose giornate di pioggia. La scimmia, nascosta dietro una siepe, aveva ascoltato tutta la conversazione e, gongolando, disse tra sè : “Finalmente ho compreso il segreto: questo e quello, pari sono. L’essere e il nulla, il giorno e la notte. Un pò di questo e un po’ di quello, si toglie e si aggiunge per fare un bel concerto: infatti io sento proprio musica di moneta sonante!” e si fregò le zampe.

Così, la notte, rubò l’arco e la lira e corse nella ricca città di Atene, dove vendette i suoi tesori e il segreto del loro uso a due uomini: costoro levigarono quei rozzi manufatti fino a farne strumenti efficaci, ne mutarono il nome in Strategia e Dialettica e guadagnarono in breve molta fortuna presso i cittadini. Erano il Demagogo ed il Sofista.


http://valterbinaghi.wordpress.com

venerdì 4 marzo 2011

Percezione e reazione

C’è una signora in viaggio. Va all’aeroporto, e scopre che il suo volo partirà con due ore di ritardo, così si siede e legge un libro. È un poco annoiata, si alza, va nel negozio accanto e compra i suoi biscotti preferiti. Poi si siede di nuovo, appoggia il pacchetto dei biscotti sulla sedia accanto ed inizia a mangiarli. Nel frattempo le sorge la necessità di andare alla toilette, così vi si reca e poi ritorna verso il posto a sedere. Ma mentre torna vede che un piccolo uomo si è seduto sulla sedia vicino alla sua e sta mangiando i biscotti. Rimane sconcertata.
Ad ogni modo, si siede, prende un altro biscotto e lo mangia. L’uomo prende anche lui un altro biscotto, la guarda sorridendo e se lo mangia. E lei pensa: “Ma che maniere! E non mi chiede neppure se ne può prendere!”. Comunque, lei prende un altro biscotto, e lui pure ne prende un altro. La rabbia di lei comincia a montare. Alla fine rimane solo un biscotto nel pacchetto. L’uomo la guarda sorridendo, prende il biscotto, lo rompe in due, dà a lei una metà e si mette in bocca l’altra metà. Arrabbiatissima, lei mangia il suo mezzo biscotto e se ne va via.
Giunge finalmente il momento di partire. La signora sale sull’aereo, decollano, e lei fa per rimettere il passaporto nella propria borsa. Apre dunque la borsa e scopre che il suo pacchetto di biscotti è proprio lì: aveva mangiato per tutto il tempo i biscotti dell’altro!



“Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita." (William Blake)

sabato 15 gennaio 2011

Il tempo e/è l'acqua

Ho sempre aderito all'idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il Suo spirito. Magari era un'idea mia, di mia fabbricazione, ma adesso non ricordo. In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell'acqua, l'acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l'acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e  - poiché sono un nordico - per il suo grigiore. Penso, molto semplicemente, che l'acqua sia l'immagine del tempo, e la notte di Capodanno, con un gusto un po' pagano, cerco sempre di trovarmi vicino all'acqua, possibilmente davanti a un mare o a un oceano, per assistere all'affiorare di una nuova porzione, di un'altra tazza di tempo. Non cerco  una sirenetta nuda a cavallo di una conchiglia - voglio vedere una nuvola o la cresta di un'onda che lambisce la riva a mezzanotte. Questo, per me, è tempo che esce dall'acqua,  e quando fisso il lungo pizzo che depone sulla spiaggia non lo guardo con la curiosità di una zingara sapiente ma con tenerezza e gratitudine.

 Così ho messo gli occhi su questa citta (Ndr. Venezia): questo è il come, e nel mio caso il Perché. Non c'è nulla di freudiano in questa fantasia, o nulla che si ricolleghi specificamente ai cordati, anche se, non c'è dubbio, si potrebbe scoprire qualche nesso evoluzionistico - se non proprio ancestrale - o autobiografico tra il disegno che un'onda lascia sulla sabbia e lo sguardo con cui l'osserva un discendente dell'ittiosauro, un altro mostro anche lui. Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo - alias- acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.
In più esiste indubbiamente una corrispondenza  - se non un nesso esplicito -tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo - ossia degli edifici veneziani - e l'anarchia dell'acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole - qui più che in qualsiasi altro luogo - della  propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l'unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco per ché l'acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell'Adriatico.

Josif  Brodskij Fondamenta degli Incurabili, Adelphi

domenica 14 novembre 2010

Ancora su... perchè tornare alle cose

La categoria dell'essere era al centro della coscienza medievale e il tipo di conoscenza che i filosofi elaboravano del mondo quale lo percepivano intomo a loro non scalfiva questa intuizione, dato che il mondo visibile appariva loro il testo di ciò che Dio diceva alla sua creatura, attraverso segni e simboli, cosicché la materialità nelle cose  risultava come consumata da questa presenza in esse della significanza divina.

Ma il linguaggio è costituito da concetti, che non possono far altro che collegarsi agli aspetti delle cose come esse si presentano nell'approccio empirico, aspetti articolabili ad altri aspetti in altre cose e spesso per ragioni diverse che esprimere la volontà di Dio; fu questa lettura, di lì a poco intrapresa da una nuova forma di pensiero, a far nascere un'altra scienza. Quest'ultima escludeva ormai i segni e i simboli del passato, incentrati non tanto sulla natura dei fenomeni quanto sui modi di esistere degli esseri e sui loro rapporti con i fini ultimi.

E venne un giorno in cui questa lettura esclusivamente tramite concetti fu sufficientemente ampia e coerente da essere ritenuta da molti l'unica realtà, il che produsse un gran numero di conseguenze.

Non più delle esistenze ci si interessava, infatti, ma di oggetti: non più questa massiccia quercia, qui e ora, tra i cui rami stormivano voci, ma la quercia cosa, oggetto di analisi e di manipolazione. Oggetti, non più essere. E tra questi oggetti era inevitabile che si venisse a porre anche la persona umana. Per dirla in altri termini: tutto divenne significazione, e tramontò negli animi l'esperienza del divino, il che non è forse grave, ma con essa purtroppo si eclissò anche la nozione di senso, quella che permette di chiedersi se la vita ha "un senso" o meno, se vale la pena di essere vissuta.

Yves Bonnefoy da "Il poeta e il fluire ondeggiante delle moltitudini" – Moretti & Vitali – Bergamo 2009