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martedì 2 luglio 2013

Bene Comune


Nessun ordine giuridico possiede un significato in sé, indipendentemente da una narrazione che glielo fornisca. Questo vale anche per il diritto di proprietà: il suo senso cambia radicalmente a seconda che sia inserito in una narrazione che gli dia legittimità e validità universale (appunto, una narrazione proprietaria), o che invece sia interpretato a partire da un racconto che lo rappresenti come violento e ingiusto.

Un esempio può forse aiutare a comprendere meglio. Nel settembre 2002, Benetton intenta causa contro i Mapuche, una popolazione amerinda stanziata tra Cile e Argentina, rei secondo la nota azienda italiana di "occupazione violenta e occulta", per aver abbattuto di notte i recinti che delimitavano alcuni possedimenti argentini di Benetton, occupandoli poi "abusivamente". Il fatto era che quei terreni costituivano parte del territorio atavico dei Mapuche, svenduto nel 1896 dal presidente Uribe e acquistato nel 1991 dalla compagnia italiana, ma su cui gli indigeni continuavano a rivendicare i loro ancestrali diritti. Il loro appello è raccolto nel luglio 2004 dal premio Nobel argentino per la pace Adolfo Pérez Esquivel, che decide di scrivere direttamente a Luciano Benetton: 



Le scrivo questa lettera, che spero legga attentamente, tra lo stupore e il dolore di sapere che Lei, un imprenditore di fama internazionale, si è avvalso del denaro e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere la terra ai fratelli Mapuche [...]. Deve sapere che quando si toglie la terra ai popoli nativi li si condanna a morte, li si riduce alla miseria e all'oblio. Ma deve anche sapere che ci sono sempre dei ribelli che non zoppicano di fronte alle avversità e lottano per i loro diritti e la loro dignità come persone e come popolo. Continueranno a reclamare i loro diritti sulle terre perché sono i legittimi proprietari, di generazione in generazione, sebbene non siano in possesso dei documenti necessari per un sistema ingiusto che li affida a coloro che hanno denaro [...]. Signor Benetton, Lei ha comprato 90 mila ettari di terra in Patagonia per accrescere la sua ricchezza e potere e si muove con la stessa mentalità dei conquistatori [...]. Vorrei ricordarle che non sempre ciò che è legale è giusto, e non sempre quello che è giusto è legale [...]. Vorrei farle una domanda, signor Benetton: Chi ha comprato la terra a Dio? Lei si sta comportando come i signori feudali che alzavano muri di oppressione e di potere nei loro latifondi. 



Insomma, Esquivel contrapponeva ai diritti "legali" di Benetton i diritti "legittimi" dei Mapuche, evocando parallelamente lo spettro delle conquiste coloniali e quello delle recinzioni che, nel passaggio alla modernità, misero fine al regime delle terre comuni e inaugurarono il nuovo modello esclusivo di proprietà privata. La risposta di Benetton non si fa attendere: 



Chiedendomi 'Chi ha comprato la terra a Dio?', lei riapre un dibattito sul diritto di proprietà che, comunque la si pensi, rappresenta il fondamento stesso della società civile [...]. Da parte mia credo che nel mondo terreno e ormai globalizzato la proprietà fisica, come quella intellettuale, sia di chi può costruirla con la competenza e il lavoro, favorendo anche la crescita e il miglioramento degli altri [...]. La nostra era, ed è tuttora, una sfida di sviluppo [...]. Senza entrare nel crudo dettaglio delle cifre, abbiamo investito per portare l'azienda a buoni livelli di produttività, ben consapevoli che questo avrebbe contribuito a produrre sviluppo e lavoro per il territorio e i suoi abitanti [...]. Abbiamo semplicemente seguito le regole economiche in cui crediamo: fare impresa, innovare, operare per lo sviluppo, continuare a investire per il futuro. 



Il ragionamento di Benetton si basa su alcuni assunti più o meno espliciti: la proprietà privata, fisica o intellettuale, "rappresenta il fondamento stesso della società civile", e come tale "è necessaria" al mantenimento e allo sviluppo produttivo dell'ordine sociale; viceversa, dove il regime proprietario è assente, ci sono solo "terre desertiche e inospitali". E questa serie di assunti che costituisce quel tipo particolare di narrazione che abbiamo definito proprietaria: il diritto di proprietà è associato a efficienza, lavoro, produttività; tutto il resto non è che abbandono, degrado e rovina. 


L'idea della proprietà come luogo per eccellenza dell'efficienza e del buon funzionamento della società ha una storia antica, ma non antichissima. Per quanto una "lunga cottura" possa farcela apparire oggi come una verità oggettiva e, per così dire, naturale, essa si afferma in un momento preciso, in una fase storica ben determinata che coincide all'incirca col passaggio alla modernità. Semplificando al massimo, si può dire (pur con molta approssimazione) che prima della modernità il proprietario era limitato nei suoi diritti dal ruolo che si pensava egli dovesse svolgere nei confronti della collettività: come scrive per esempio Tommaso, la proprietà delle ricchezze può essere privata, ma l'uso che se ne fa deve necessariamente essere collettivo, e questo perché "secondo il diritto naturale tutto è comune, e la proprietà privata è incompatibile con tale comunanza". Viceversa, a partire almeno dalla seconda metà del Cinquecento, la proprietà tende a diventare un incondizionato ius utendi et abutendi, il diritto cioè di escludere chiunque dal godimento del bene in questione e di disporre di esso a pieno titolo (anche se nei limiti stabiliti dalle leggi civili). 

(...)

oggi le recinzioni non colpiscono più esclusivamente i beni comuni materiali (terre, boschi, laghi) ma si rivolgono anche a quelli immateriali (saperi, affetti, relazioni). Non è un caso allora che il tema dei commons stia acquistando sempre più rilievo non solo a livello accademico, ma anche all'interno dei movimenti sociali che si oppongono al dilagare dell'ideologia neoliberista. Tornare oggi a rivendicare i beni comuni contro íl saccheggio sistematico del capitale significa, tra le altre cose, "espropriare gli espropriatori", riappropriarsi cioè di quei mezzi di produzione e sussistenza (tanto materiali quanto immateriali) che possano consentirci di riconquistare spazi di autonomia all'interno dei rapporti di produzione capitalistici. 

In un documento del 1847, Tocqueville profetizzava che "è tra coloro che possiedono e coloro che non possiedono che verrà a prodursi un giorno la lotta politica; il grande campo di battaglia sarà la proprietà [...]". Oggi questa profezia pare esser divenuta realtà, e in un senso assolutamente radicale. 


di Lorenzo Coccoli in Oltre il pubblico e il privato - Per un diritto dei beni comuni, a cura di Maria Rosaria Marella, Edizione Ombre Corte, Verona, 2012,

lunedì 20 maggio 2013

Per la prima volta

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Questo libro è nato quando Annita Malavasi, la partigiana «Laila», ha incominciato a parlare d'amore. Era entrata nella Resistenza come staffetta a ventidue anni, a Reggio Emilia, dopo l'8 settembre 1943. Il nome di battaglia lo aveva preso da un romanzo che raccontava di una ragazza sudamericana in guerra al posto del fidanzato ucciso. Non ricordava il titolo. Probabilmente era uno di quei libri edificanti per fanciulle, pieni di avventure, slanci d'amore e atti di eroismo che andavano di moda negli anni Trenta e di cui oggi si è persa la memoria e l'abitudine. Ci teneva a dire una cosa, soprattutto: fu tra i partigiani che, per la prima volta, uomini e donne ebbero pari dignità e che l'uguaglianza, sancita dalla Costituzione a guerra finita, non fu un regalo, ma una conquista e un riconoscimento.

Raccontò che per passare in bici ai posti di blocco mostrava le gambe ai tedeschi e quelli, «fessacchiotti», fischiavano. Per diventare partigiana aveva lasciato il fidanzato. Non si era più risposata. Poi disse: - In montagna, avevo trovato un ragazzo... lui sí, lo avrei sposato se non me lo avessero ucciso -. Fece una pausa, quasi per ricordare, e quando ricominciò a parlare il suo tono di voce era diverso: - Si chiamava Trolli Giambattista, nome di battaglia «Fifa», anche se era coraggiosissimo. È morto nella battaglia di Monte Caio nel 1944, a ventitré anni. L'ho saputo solo sei mesi dopo, quando a primavera la neve si sciolse e il corpo fu ritrovato. Gli porto ancora i fiori. Dev'essere stato importante per me, se anche adesso me lo rivedo davanti agli occhi. L'unico nostro bacio è stato d'addio -.
La testimonianza di Laila fu pubblicata su «D - la Repubblica» il 24 aprile 2010. Arrivarono molte lettere. Alcune erano di vecchi partigiani, e parlavano d'amore. Erano ricordi che riaffioravano a quasi settant'anni dai fatti, un attimo prima di perdersi per sempre. La storia di Annita Malavasi aveva rivelato che la guerra partigiana è una miniera di storie tragiche e meravigliose in procinto di essere dimenticate. E aveva mostrato che la Resistenza è stata soprattutto una rivolta di giovani. Per questo ascoltare, oggi, la voce di chi c'era significa adottare lo sguardo di chi in quegli anni aveva piú o meno vent'anni.

Gli ultimi testimoni diretti della guerra di Liberazione nel biennio '43-45 erano ragazzi e ragazze poco più che adolescenti che, come Laila, sceglievano il nome di battaglia nei libri di avventure, e avevano appena smesso di giocare, persone a cui capitò di innamorarsi e dare il primo bacio, mentre erano in guerra. Nel corso di quei due anni, per la prima volta nella storia d'Italia, maschi e femmine si trovarono a dormire insieme all'aperto, a dividere la paura, l'entusiasmo, il coraggio, a combattere, uccidere e morire fianco a fianco.
[...]
All'inizio del 2012 i partigiani italiani viventi sono qualche migliaio. L'intervista ad Annita Malavasi - quella da cui questo libro è nato - si concludeva cosí: «Sarebbe bello se, per legge, ognuno fosse obbligato ad ascoltarne uno».


Stefano Faure, Io sono l'ultimo - Lettere di partigiani italiani - Einaudi, Torino, 2012, Stile Libero Extra.
Testo tratto dall’Introduzione di GIACOMO PAPI 

lunedì 4 marzo 2013

Irreversibilità


È chiaro che l'universo si evolve col passare del tempo – l'universo dei primi istanti era caldo e denso, quello attuale è freddo e rarefatto. Ma il collegamento che farò è molto più profondo. L'aspetto più misterioso del tempo è che ha una direzione: il passato è diverso dal futuro. È la cosiddetta freccia del tempo: diversamente da quanto accade per le direzioni spaziali, che nascono tutte uguali, l'universo ha indiscutibilmente una direzione preferita per il tempo. Uno dei principali motivi conduttori di questo libro è che la freccia del tempo esiste perché l'universo evolve in un certo modo.

La ragione per cui il tempo ha una direzione è che l'universo è pieno di processi irreversibili, cose che avvengono in una direzione temporale, ma mai in direzione opposta. Possiamo trasformare un uovo in frittata ma non una frittata in uovo. Il latte si mescola col caffè; i combustibili bruciano e si trasformano in gas di scarico; le persone nascono, invecchiano e muoiono. Ovunque in natura troviamo successioni di eventi in cui un certo tipo di evento accade sempre prima e un altro dopo; sono queste successioni, tutte insieme, a definire la freccia del tempo.

È piuttosto notevole che alla base della nostra comprensione dei processi irreversibili vi sia un singolo concetto: una quantità chiamata entropia, che misura il grado di disordine di un oggetto o di un conglomerato di oggetti. L'entropia ha un'ostinata tendenza ad aumentare, o almeno a rimanere costante, col passare del tempo: è il famoso secondo principio della termodinamica. È il motivo per cui l'entropia vuole aumentare è ingannevolmente semplice: ci sono più modi di essere disordinati che ordinati, quindi (a parità di altre condizioni) una configurazione ordinata tenderà naturalmente verso un maggiore disordine. Non è così difficile rimescolare le molecole dell'uovo per farne una frittata, ma risistemarle con delicatezza una per una nella configurazione dell'uovo va oltre le nostre possibilità.
La storia che i fisici sogliono ripetere a sé stessi normalmente finisce qui. Ma c'è un ingrediente assolutamente cruciale che non ha ricevuto sufficiente attenzione: se nell'universo tutto evolve verso un disordine maggiore, la configurazione iniziale doveva per forza essere estremamente ordinata. L'intera catena logica che pretende di spiegare perché non si può trasformare una frittata in uovo a quanto pare si regge su un'ipotesi molto importante riguardante l'universo al momento del suo inizio, cioè che esso si trovasse in uno stato di entropia molto bassa, dunque molto ordinato.

La freccia del tempo collega l'universo primordiale a qualcosa che sperimentiamo letteralmente in ogni momento della nostra vita. Non si tratta solo di sbattere le uova o di altri processi irreversibili, come mescolare il latte al caffè, o il fatto che una stanza non ben tenuta diventa sempre più disordinata. La freccia del tempo è la ragione per cui il tempo sembra scorrere o, se preferite, per cui ci sembra di muoverci nel tempo. Quella per cui ricordiamo il passato e non il futuro, quella per cui cresciamo, invecchiamo e da ultimo moriamo. È il motivo per cui crediamo in causa ed effetto, ed è fondamentale per il nostro concetto di libero arbitrio.

E tutto questo a causa del big bang.

Sean Carroll, Dall’Eternità a Qui - La ricerca della teoria ultima del tempo -Adelphi, Milano, 2011, Biblioteca scientifica 49


martedì 24 luglio 2012

La fatica di pensare la bellezza

Ecco, questo mi interessa: il nostro sforzo di combattere il caos, di contendere alla morte, all’entropia, al degrado, con l’unico strumento che abbiamo in dote, la capacità, la necessità di dare forma.

Trovo bellissimo pensare al processo dell’arte, o dell’artigianato, il processo squisitamente umano del creare sempre qualcosa da qualcosa forzando, mai dal nulla, trovo bellissimo pensare a quel processo nel suo potere e nella sua violenza. Lo trovo così bello perché è diventato problematico.

Nell’epoca in cui viviamo nessuna enfasi sull’opera e sulla sua capacità di aprire formidabili scenari, nessuna retorica sul braccio creatore, è più credibile. L’idea di una umanità creatrice, prometeica, liberatrice si è fatta risibile. Troppa ambivalenza si porta dietro il creare, troppi contraccolpi, fallimenti e inganni. Nel Novecento i creatori hanno perso la pace. Hanno abbassato le corna. Solo, si ostinano, non possono farne a meno. Non possiamo: continuiamo a creare, perché a tutt’oggi non riusciamo a pensare un altro modo attraverso cui accamparci sulla terra. Eppure sappiamo bene di essere perdenti, sappiamo che la forma non è più detto che riesca a conquistare una durata. Ci siamo fatti meno presuntuosi, più essenziali. Ci accontentiamo della forma che non dura, spazzata via all’istante. Un trionfo sulla morte di un momento.

Ecco perché trovo così entusiasmanti i creatori, noi creatori dimessi, nella nostra battaglia sempre persa e vinta insieme, persa già mentre la si vince, vinta ogni volta che la si combatte. C’è anche però chi tenta un’arte, e un pensiero della bellezza, che si sottrae all’operare. Che rifiuta l’idea del fare, del contendere al caos, dell’imporre forma. C’è chi – penso ad esempio al gruppo di architetti-artisti che si dilata e si contrae sotto il nome Stalker – prova a pensare l’intervento umano come traccia in nulla diversa dallo smottamento del suolo e dai detriti, in nulla diverso dalla vita ostinata dei muschi, e alla bellezza come un esito di stratificazioni e di processi in cui il fare, la sua progettualità, si è ridotto e capovolto tutt’al più in un dare inizio.

Avverto una stanchezza di fronte alla bellezza che c’è già, alla bellezza pettinata che calma, apprezzo gli accumuli di detriti, gli argini dei fiumi urbani, le ferrovie. Mi piacerebbe pensare alle mie tracce come tracce tra le altre, detriti tra i detriti, forza tra le forze, come l’orma di un cane o un’impronta di pneumatici, ma non ci riesco.

Lo sforzo dimesso di dare forma è ancora quello che mi interessa, la tensione tra la forma e il caos – il caos che però è la trasformazione, quella che chiamo la libertà non mia, la vita stessa - che la travolge.

Carola Susani

sabato 16 giugno 2012

Il nostro mondo



Questo mondo viene di solito chiamato, dai superstiziosi e dagli ignoranti, "una valle di lacrime", da cui saremo redenti grazie a qualche arbitrario intervento di Dio, e portati in cielo.

Che concetto ristretto e rigido! Piuttosto, se vi va, chiamiamolo "la valle che forma l'anima". Allora, sì, sarà possibile comprendere a che cosa serve il mondo [...].
Io dico che forma l'anima, distinguendo l'anima dall'intelligenza.

Ci possono essere intelligenze o scintille della divinità a milioni – ma non ci sono anime finché le scintille non hanno raggiunto un'identità, finché ognuna non è individualmente sé stessa.

Le intelligenze sono atomi di percezione: conoscono, e vedono, e sono pure; in breve sono Dio. Ma allora come si formano le anime? Come riescono queste scintille, che sono Dio, a ricevere un'identità, così da possedere una beatitudine propria, specifica di ogni singola esistenza?

Come, se non grazie a un mondo come il nostro?

John Keats da Lettere a George e Georgiana Keats - 18 febbraio 1819

lunedì 9 aprile 2012

Cosa fare


"Si tratta di mettere alla prova un'intuizione, meglio, un sentimento: quello di abitare un luogo e di non riconoscerlo poi troppo, di non ritrovarlo là dove sembra invece apparire e manifestarsi di continuo: nei discorsi e nelle rappresentazioni che provano a darne conto, come nelle politiche che vorrebbero governarlo.
Si tratta di provare a raccontare un luogo intimo, che però allo stesso tempo appartiene a un geografia, come quella alpina, ampiamente vissuta e immaginata da molti altri.
Si tratta di dare voce a un'esperienza dentro un paesaggio, una voce che sia comprensibile ad altri, per ripensare la superficie delle cose, per quanto conosciuta questa possa sembrarci. Si tratta, in fondo, di seguire una traccia, per quanto esile, un sentiero, per quanto interrotto, cercando un ritmo, un'andatura, e riprovare ancora una volta a dare senso al mondo che abitiamo."

P. Zanin,  Rilievi Alpini, Doppiozero 2012- http://www.doppiozero.com/content/rilievi-alpini

lunedì 13 febbraio 2012

Liberare la bellezza

La bellezza salverà il mondo
F.Dostojevski

Un importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico. Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell'economia. Se, per esempio, c'è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l'accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l'”immagine" della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali. L'artista è l'ultimo ad essere convocato e il primo ad essere eliminato, quando il progetto inizia a superare lo stanziamento. L'abbellimento costa troppo. E' antieconomico.

Invece, contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più. Qual è l'economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso? Passare una giornata in un ufficio sotto un'accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata, tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un'abitazione di serie. Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell'evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo? Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?

J. Hillman da "La politica della bellezza", Moretti & Vitali, 2002 

martedì 15 novembre 2011

Uomo Nuovo

Culturalmente, è più facile mobilitare gli uomini per la guerra che per la pace. Nel corso della storia, l'Umanità è sempre stata portata a considerare la guerra come il mezzo più efficace di risoluzione dei conflitti, e quelli che hanno governato si sono sempre serviti dei brevi intervalli di pace per preparare le guerre future. Ma è sempre stato in nome della pace che sono state dichiarate tutte le guerre. È sempre perché un domani i figli vivano pacificamente che oggi vengono sacrificati i padri...
Questo si dice, questo si scrive, questo si fa credere, giacché si sa che l'uomo, ancorché storicamente educato per la guerra, possiede nel proprio spirito un permanente anelito di pace. Ecco perché la pace è usata tante volte come mezzo di ricatto morale da quelli che vogliono la guerra: nessuno oserebbe confessare che fa la guerra per la guerra, mentre si giura, questo sì, che si fa la guerra per la pace. Per ciò tutti i giorni e in tutte le parti del mondo continua a essere possibile che gli uomini partano per la guerra, continua a essere possibile che la guerra vada a distruggerli nelle loro stesse case.
Ho parlato di cultura. Sarò magari più chiaro se parlerò di rivoluzione culturale, anche se sappiamo che si tratta di un'espressione logora, spesso perduta in progetti che l'hanno snaturata, usurata in contraddizioni, smarrita in avventure che hanno finito per servire interessi che le erano radicalmente contrari. Eppure, non sempre queste agitazioni sono state vane. Si sono aperti spazi, allargati orizzonti, ancorché mi sembri che ormai sarebbe più che ora di capire e proclamare che l'unica rivoluzione veramente degna di tal nome sarebbe la rivoluzione della pace, quella che trasformerebbe l'uomo addestrato alla guerra in un uomo formato per la pace perché con la pace sarebbe stato formato. Questa, sì, sarebbe la grande rivoluzione mentale, e dunque culturale, dell'Umanità. Questo sarebbe, infine, l'Uomo nuovo di cui tanto si parla.

Josè Saramago L’Ultimo Quaderno, Feltrinelli, Milano, 2010

martedì 27 settembre 2011

Una leggenda sulle origini

Originariamente, tutte le creature, incluso l’uomo, vivevano insieme in amicizia in un unico campo. La discordia ebbe origine quando Volpe persuase Mangusta a scagliare un bastone in faccia a Elefante. Ne seguì una disputa e gli animali si separarono; ogni specie andò  per la propria strada e cominciarono a vivere come fanno adesso, e a uccidersi tra loro.
Stomaco, che in principio viveva una vita indipendente nella foresta, entrò nell’uomo che da allora è sempre affamato. Gli organi sessuali, anche loro prima separati, si attaccarono a uomini e donne, obbligandoli a desiderarsi l’un altro continuamente. Elefante insegnò all’uomo a macinare il miglio, così che ora la fame può essere soddisfatta solo con incessante fatica. Topo insegnò all’uomo a impregnare e alla donna a partorire. E Cane donò all’uomo il fuoco.”

Favola Nuer (Sudan meridionale)

venerdì 16 settembre 2011

La passeggiata di Euclide

In La passeggiata di Euclide, si vede una finestra che si affaccia su una città. Davanti alla finestra c’è un cavalletto su cui è appoggiata una tela. Ciò che è dipinto sulla tela coincide perfettamente con la parte del paesaggio urbano nascosta dalla tela. C’è un secondo scherzo ottico. La parte di paesaggio dipinta (o nascosta dalla?) tela include una strada dritta che si perde all’orizzonte e, al suo fianco, una torre aguzza.
La strada in prospettiva e la torre hanno identica dimensione, uguale colore e la stessa forma appuntita. Lo scopo di questi giochi visivi è dimostrare come sia facile confondere bidimensionale e tridimensionale, superficie e sostanza. E così arriviamo al punto. Il cavalletto ha una manovella, girando la quale la tela si abbassa o si alza. Magritte l’ha resa in modo molto tangibile ed enfatico. Che succederà se la si manovra? E’ possibile-impossibile che, spostando la tela, ci accorgiamo che nel punto esatto dove ssa originariamente era, non vi è alcun paesaggio: niente, un puro vuoto?

John Berger Sul Guardare, Bruno Mondadori, Milano 2009

giovedì 8 settembre 2011

Segni sonori

(…) Se il tuo palazzo resta per te sconosciuto e inconoscibile, puoi tentare di ricostruirlo pezzo a pezzo, situando ogni calpestio, ogni colpo di tosse in un punto dello spazio, immaginando intorno  a ogni segno sonoro pareti, soffitti, impianti, dando forma al vuoto in cui i rumori si propagano e agli ostacoli contro cui urtano, lasciando che siano i suoni stessi a suggerire le immagini. Un tintinnio argentino non è solo un cucchiaino che caduto dal sottocoppa in cui era in bilico ma è anche un anglo di tavola coperto da una tovaglia di lino con frangia di pizzo, rischiarata da un’ampia vetrata su cui pendono rami di glicine; un tonfo soffice non è soltanto un gatto che è balzato su un topo ma è un sottoscala umido di muffa, chiuso da tavole irte di chiodi.
Il palazzo è una costruzione sonora che ora si dilata ora si contrae, si stringe come un groviglio di catene. Puoi percorrerlo guidato dagli echi, localizzando scricchiolii, stridori, imprecazioni, inseguendo respiri, fruscii, borbottii, gorgogli.
Il palazzo è il corpo del re. Il tuo corpo ti manda messaggi misteriosi, che tu accogli con timore, con ansia.
(…) Il palazzo è un ordito di suoni regolari, sempre uguali, come il battito del cuore, da cui distaccano altri suoni discordanti, imprevisti, Sbatte un aporta, dove? Corre qualcuno per le scale, s’ode un grido soffocato. Passano dei lunghi minuti di attesa. Un fischio lungo e acuto risuona, forse da una finestra della torre. Risponde un altro fischio, dal basso. Poi, silenzio.
C’è una storia che lega un rumore all’altro? Non puoi fare a meno di cercare un senso, che forse si nasconde non nei singoli rumori isolati ma in mezzo, nelle pause che li separano. E se c’è una storia, è una storia che ti riguarda.

da "Un re in ascolto" di Italo Calvino   - I. Calvino Sotto il Sole Giaguaro, Mondadori, 2000

giovedì 19 maggio 2011

La mappa e il territorio

"E' molto bello il vostro pianeta. Ci sono degli oceani?" "Non lo posso sapere", disse il geografo. "Ah! (il piccolo principe fu deluso). E delle montagne?" "Non lo posso sapere", disse il geografo. "E delle città e dei fiumi e dei deserti?" "Non lo posso sapere", disse il geografo. "Ma siete un geografo!" "Esatto", disse il geografo, "ma non sono un esploratore. Manco completamente di esploratori. Non è il geografo che va a fare il conto delle città, dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti. Il geografo è troppo importante per andare in giro. Non lascia mai il suo ufficio, ma riceve gli esploratori, li interroga e prende appunti sui loro ricordi. E se i ricordi di uno di loro gli sembrano interessanti, il geografo fa fare un'inchiesta sulla moralità dell'esploratore". (…) "Dunque, quando la moralità dell'esploratore sembra buona, si fa un'inchiesta sulla sua scoperta". "Si va a vedere?" "No, è troppo complicato. Ma si esige che l'esploratore fornisca le prove. Per esempio, se si tratta di una grossa montagna, si esige che riporti delle grosse pietre". (…) "O anche un fiore." "Noi non annotiamo i fiori," disse il geografo. "Perché? Sono la cosa più bella." "Perché i fiori sono effimeri." (…) "Le geografie", disse il geografo, "sono i libri più preziosi fra tutti i libri. Non passano mai di moda. E' molto raro che una montagna cambi di posto. E' molto raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne".

Saint-Exupéry A. [1943], Il piccolo principe, Bompiani, Milano, 1994.

lunedì 25 aprile 2011

E se ... Ponzio Pilato

All’annuncio del verdetto, generale era stato il giubilo tra i discepoli del Profeta: lo avevan creduto per perduto. Ora, egli tornava a loro con la sua innocenza proclamata dal rappresentante di Cesare in persona. Era il trionfo quasi miracoloso dell’equità. Una volta tanto, il potere prendeva le parti del giusto e del perseguitato. Di lì a poco, però, il gesto di Pilato nocque al Rabbi. Forse i più ardenti tra i fedeli serbavan memoria d’aver sparsa un po’ dappertutto la voce che arcangeli armati di spade fiammeggianti sarebbero scesi a liberarlo sopra lo strumento del suo supplizio. Gli arcangeli non ne avevano avuto l’occasione. Certo, i discepoli non rimpiangevano che il maestro non fosse stato crocifisso. Nondimeno, sospettavano che un intervento delle legioni celesti sarebbe stato più prestigioso della sentenza d’un funzionario. Si sarebbe detto talvolta fossero scontenti che il Figlio di Dio dovesse la vita alla fermezza d’un magistrato romano. Ciò appariva quasi incompatibile con la natura divina.
Intanto il Messia continuava la predicazione con successo e morì in tarda età. Godeva d’una grande reputazione di santità, e si fecero per molto tempo pellegrinaggi al luogo della sua tomba. Tuttavia, a causa d’un uomo che, contro ogni speranza, riuscì ad essere coraggioso, non ci fu cristianesimo.

[Roger Caillois, Ponzio Pilato, traduzione di Luciano De Maria, Torino, Einaudi 1963, p. 80d]

martedì 5 aprile 2011

La Pace

La pace è solo qui adesso.
E’ ridicolo dire: - Quando questo sarà a posto, allora finalmente potrò vivere in pace – Questo cosa? La laurea, il lavoro, una, casa, il pagamento di un debito? Pensando così non avrai mai pace. C’è sempre bisogno di un altro ‘questo’ che viene dopo. Se non sei in pace in questo preciso momento, non lo sarai mai. Se vuoi davvero essere in pace, puoi esserlo solo adesso.

Thich Nhat Hanh


"Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro" (Agostino Le Confessioni XIV)

giovedì 20 gennaio 2011

La cosa che mi piace di più (...un viaggio all'interno della caverna platonica)

Apro il cartone facendo attenzione a non strapparlo di lato e a non tagliarmi. Me lo infilo come una maglia molto larga e riesco a farci uscire solo la testa con i miei ricci ben cotonati. Ogni giorno così, passo il mio tempo prima che mi chiamino per andare a scuola o per il pranzo.
Mi infilo la mia armatura e non rispondo a chi mi chiede cosa faccio. Metto dentro anche la testa con tutti i ricci e sento gli odori che ci sono. I cartoni più interessanti sono quelli degli alimentari, in cui dentro si mischia l'odore del caffè, che io non posso bere, con quello dei biscotti che mangio a colazione, marmellata e cioccolato. Ogni tanto non capisco qualche odore e non mi è mai capitato di riconoscere i miei succhi di frutta. Ma la cosa che mi piace di più, quando sto nel mio cartone e nessuno passa, è farci le puzzette, mettendo subito la testa dentro. Le mie puzzette battono tutto e nella scatola me le posso godere.
Una volta ci ho fatto la pipì. Con un pezzo del cartone come un tubo per farla scivolare fuori dalla scatola. Inginocchiato con la testa sotto, iniziai a fare la pipì, frettoloso e nervoso. La lasciai scorrere, ma presto il colore del tubo diventò più scuro e si ammollò.
Da quel giorno ho capito che la mia pipì non è così veloce ad andarsene e sgocciolando mi è caduta sulle gambe. L'odore era forte e cattivo e mi sentivo appiccicoso.
Il cartone mi piace, mi piace passarci la mano e toccare le pieghe. Con una penna oggi ho fatto due fori cerchiandoli con forza, grossi come una mela, per infilarci le braccia. Così mi sento un po' dentro e un po' fuori e posso battere con le dita sui fianchi per fare una musica suonata tutta per me. Se mi metto seduto e guardo in alto, riesco a vedere sulla mia testa tutto quello che passa come dentro un televisore. Vedo papà che mi saluta prima di rientrare a casa, il sorriso di nonna che mette la testa dentro e mi chiede qualcosa, quasi sempre non sento le voci ma vedo solo le smorfie delle loro facce. Vedo le nuvole, che piano piano si chiudono sulla mia scatola e diventano nere. Vedo la pioggia che scende, e mentre mamma mi chiama perché non devo bagnarmi, apro la bocca per sentirla sulla lingua. non ho mai bevuto la pioggia fuori dal cartone come non ho fatto altre cose, perché fuori non si possono fare.

di Gianni Porcari

Da Rivista “O”  www.omero.it

mercoledì 12 gennaio 2011

La Zuppa di Pietra

Era tempo di carestie, tutti avevano poco da mangiare e quello che avevano lo serbavano con estrema attenzione.
Capitò che un mendicante si trovasse a passare per quelle terre, e già aveva attraversato numerosi villaggi eppure non era riuscito a racimolare nemmeno un tozzo di pane.
Ormai affamato e stanco, quando l'ennesimo gruppo di case gli apparse in lontananza si fermò in mezzo alla strada e raccolse una pietra; si mise allora a sfregarla contro un lembo della giacca finché non l'ebbe ripulita dalla terra, e poi riprese il cammino.
Quando arrivò alla piazza del paese si diresse verso una vecchia che stava cucendo sulla porta di casa.
-Scusate, posso chiedervi se avete da mangiare? - chiese.
E già la vecchia aveva cominciato ad urlargli di andarsene quando lui la interruppe:
-Non avete capito. Non vi sto chiedendo di darmi qualcosa. Sono io che vorrei offrirvi una buona zuppa, visto che ho con me tutto il necessario per farla e temo che voi non abbiate molto da mangiare.
-Mi volete prendere in giro? - rispose lei – Non avete nulla con voi, lo vedo benissimo.
-Quella che vorrei preparare è una zuppa di pietra, e quello che mi serve è tutto qui, vedete? - Disse mostrandole il sasso che teneva in mano. – È buonissima, ma per farla mi occorrerebbe un paiolo, e magari dei pezzi di legno per accendere il fuoco.
Alla donna non sembrava vero di poter finalmente mangiare qualcosa di sostanzioso, e così corse di filato a procurare pentola e ciocchi di legno.
Nella pentola venne messa la pietra e l'acqua della fonte. Poi fu acceso il fuoco e il mendicante cominciò a rimestare.
Incuriositi, mano a mano iniziavano ad avvicinarsi gli abitanti del paese.
- Cosa sta facendo? – chiedevano.
- Cucina una zuppa di pietra! Pare sia buonissima! – rispondeva chi era lì già da un po'.
Il mendicante continuava a girare il mestolo e ogni tanto se lo portava alla bocca schioccando la lingua sul palato in segno d'approvazione.
- Com'è? Come sta venendo? – gli chiedevano.
- Buonissima, ottima per davvero – rispondeva il mendicante. - Mancherebbe giusto un tocco di sale, e del pepe anche.
- Li ho io! - fece uno che stava alle sue spalle, correndo verso casa a prenderli.
E sale e pepe vennero aggiunti.
- Allora, come viene? - chiedevano ancora.
- Buona, buona! Solo... ecco, per farla davvero gustosa si dovrebbero aggiungere un paio di patate.
- Io ne ho, vado subito a prenderne – disse una donna.
E anche le patate finirono nel calderone.
- Ma non è ancora pronta?
- Pazientate ancora un poco – rispose il mendicante dopo essersi portato il mestolo alla bocca per l'ennesima volta. - Ci siamo ormai, la pietra è quasi cotta. Anche se perché finisca di cuocere bene servirebbero delle carote.
- Bastava dirlo! - fece uno col cappello in testa. E di lì a un niente fu di ritorno con un mazzo di carote in mano.
Il mendicante continuava a girare la zuppa, e iniziava a sentirsi nell'aria un odorino che faceva gorgogliare le pance. - Ecco, - disse - ci siamo! Mancherebbe giusto un osso per darle ancora più sapore.
- Io ne avrei uno – rispose una voce. – Ma attaccato c'è ancora un po' di carne che serbavo per stasera...
- Andrà bene lo stesso – rispose il mendicante sorridendogli.
Anche l'osso venne aggiunto, e ormai tutto il paese profumava della zuppa che finiva di cuocere.
- Bene, è pronta! – disse il mendicante.
Tutti corsero a casa a prendere una scodella, e ognuno l'ebbe riempita.
Per ultima il mendicante riempì la sua, e una volta che ebbe finito di mangiare recuperò la pietra dal fondo del paiolo e se ne andò, silenzioso com'era venuto. Gli abitanti del villaggio nemmeno se ne accorsero, intenti com'erano a mangiare e chiacchierare e scherzare tra loro, in un clima di festa come non si vedeva da tempo. Se ne resero conto solo ore dopo, quando lo cercarono per chiedergli di lasciare loro la pietra: se l'avessero avuta non ci sarebbero stati mai più problemi di fame nel paese!
Ma ormai era andato e non se ne vedeva più traccia. L'unica cosa che poterono fare fu di continuare a raccontarsi per molto tempo di quella fantastica zuppa, e che peccato non avere la pietra per poterla rifare!


Storia raccolta e narrata da Ilaria Mezzogori

domenica 5 dicembre 2010

La saggezza del mediatore

Viveva in un villaggio un uomo molto povero e devoto, assieme alla madre cieca e a una moglie triste e amareggiata per la mancanza di prole.

Ogni giorno questo uomo pio si alzava all’alba e andava al tempio a chiedere al Signore di far qualcosa per lenire le sofferenze sue e dei suoi cari. Dopo dodici anni di preghiere sentì la voce di Dio: «Esprimi un desiderio e sarà realizzato». «Mi prendi alla sprovvista» rispose il pover’uomo, posso consultarmi con mia madre e mia moglie prima di rispondere? Ottenuto il permesso, corre a casa dove incontra per prima la madre. «Figlio mio, se chiederai al Signore di ridarmi la vista, ti sarò grata e ti benedirò finché vivo». Poi andò dalla moglie, la quale messa al corrente di tutto, esclamò: « Lascia perdere tua madre che è vecchia e destinata a chiudere definitivamente gli occhi nel giro di qualche anno! Quello che devi chiedere è un figlio che un giorno si prenda cura di noi e che ci porti un po’ di fortuna anche economica».

La madre, che stava ascoltando, prese una canna e si mise a picchiare la nuora chiamandola egoista, la moglie reagì e ne nacque un terribile corpo a corpo. Il pover’uomo, sentendosi completamente impotente di fronte a tanta ira, scappò di casa e si recò da un suo conoscente il quale era considerato un mediatore dei conflitti nel villaggio.
«Mia madre vuole la vista, mia moglie un figlio ed io desidero più di tutto un certo benessere economico in modo da non dover pensare ogni giorno se si mangia o no».

L’uomo, dopo un attimo di meditazione, rispose: «Figlio mio, tu non devi scegliere fra le richieste dell’uno o l’altro membro della tua famiglia, sono tutte giuste. Domani mattina devi dire: Oh Signore, non chiedo nulla per me stesso, anche mia moglie non chiede nulla per sé, ma mia madre è vecchia e cieca e il suo ultimo desiderio prima di morire è riuscire a vedere un nipotino sano e vispo, che mangia cibo abbondante da una tazza tutta d’oro.»

Racconto popolare di Trinidad. Tratto da: David W. Augsburger, Conflictand Mediation Across Cultures, Westminster/John Knox Press, Louisville

domenica 28 novembre 2010

Strani incontri a Milano

Ogni tanto mi piace bere una bella birra seduto ad un tavolino di qualche bar del centro, non importa quale, l’importante è che sia all’aperto e che ci sia un bel passaggio. L’altro giorno stavo gustando un’Ale comodamente seduto in un bar di via Dante, sullo sfondo il castello sforzesco. Guardavo il viavai, era una bella giornata estiva ma non afosa, un leggero venticello dava la sensazione di essere a Roma anziché a Milano. Guardare la gente che passeggia ostentando goffamente il loro ultimo acquisto firmato o un’impostata quanto patetica mise trasandata è un passatempo che mi è sempre piaciuto, mi aiuta a rilassarmi e a considerare come la vuotezza sia sempre più parte integrante dei nostri costumi. Come stavo dicendo, mi trovavo seduto a godermi una birra quando notai che fra i tavolini si aggirava uno strano tipo, forse un questuante. Non saprei dire a quale categoria di accattoni appartenesse, non era uno straccione e non era neppure più sporco di tanti che si credono puliti. L’unico particolare che poteva inquadrarlo come accattone era l’abbigliamento eccessivamente caldo rispetto al clima. Una giacca pesante ricopriva una camicia a scacchi di flanella malamente infilata in un paio di calzoni di velluto pesante. Ai piedi un paio di scarponi invernali, tutto sommato poteva essere un turista che dopo un’escursione in alta montagna aveva scordato di cambiarsi, ma qui non siamo in montagna per cui il suo abbigliamento era decisamente da considerarsi fuori luogo. Mi chiedevo come potesse non sudare con tutta quella roba addosso, sotto la camicia chissà quali altri indumenti indossava. Aspettavo che si avvicinasse anche al mio tavolo ed avevo già pronti cinque euro da dargli, mi era simpatico, da sotto una folta barba sale e pepe spuntava a tratti un sorriso dolce e accattivante, sincero. Quando si avvicinò al mio tavolo, senza rendermi conto di quello che facevo lo invitai ad accomodarsi. Incredulo mi chiese se aveva capito bene. Certo, gli dissi e lui si accomodò.
“Crazie” Disse con un italiano che tradiva origini teutoniche
“Cosa posso offrirle?” Gli domandai.
“Un the caldo, crazie.”
“Solo un the, non desidera qualcosa da mangiare?”
“Sì, con due fette di pane tostato, crazie.”
“Nient’altro?”
“No, crazie.”
Gli ordinai quanto aveva chiesto e lo osservai in religioso silenzio, non mi andava di iniziare a fare le solite domande idiote che si fanno ai barboni, “Ma cosa l’ha spinta a fare questa vita? Cosa le è successo? Ha famiglia?” Erano affari suoi, se aveva voglia di parlare lo avrebbe fatto di sua sponte.
Attese la consumazione guardandomi anch’egli in silenzio; iniziai a sentirmi in imbarazzo, sembrava che si fossero invertite le parti, mi venne un forte impulso volto a spezzare quel silenzio che era diventato assordante. Non lo feci.
Gli portarono il the con le fette di pane tostato, li consumò in silenzio con grande dignità. Chissà cosa pensava, chissà chi era, quanti chissà si ponevano tra noi.
Dopo quel lungo silenzio che mi stava uccidendo, finalmente profferì una parola.
“Perché?”
“Perché cosa?”
“Perché mi ha chiesto di sedermi qui con lei.”
“Così.”
“Così non è una risposta.”
“Sì, così, non so, ho pensato che potesse farle piacere.”
“Ah, ha pensato che potesse farmi piacere.”
“Sì, proprio così.”
“E cosa le ha fatto pensare che potesse farmi piacere sedermi qui vicino a lei?”
“Non so, ho pensato che fosse stanco.”
“Cosa le faceva pensare che fossi stanco, mi trascinavo? Camminavo curvo? Ansimavo?”
“No, niente di tutto questo, è stata una sensazione.”
“Una sensazione.”
“Sì, una sensazione.”
“Lei crede alle sensazioni?”
“Sì, in genere ci credo.”
“Quindi a volte non ci crede.”
“Sì, non si può farne una regola.”
“Non si può farne una regola. Adesso ha altre sensazioni?”
“In che senso?”
“Nel senso sensitivo, sente qualcos’altro? Prima ha sentito che potevo essere stanco, ora cos’altro sente?”
“Ora non sento altro.”
“Ora non sente altro.”
Quella conversazione cominciava a innervosirmi, cosa voleva, gli avevo offerto un’occasione di ristoro e lui mi trattava in quel modo, ma chi si crede di essere?
“Lo sa che lei è veramente strano?” Sbottai.
“No, non lo sapevo, lo terrò in considerazione.”
“Bene.”
Poco dopo si alzò, mi ringraziò per il the, sorridendo mise la mano nella tasca interna della pesante giacca e trasse un biglietto da visita, il suo, e me lo porse invitandomi a contattarlo se ne avessi sentito il bisogno: Prof. Franz Keller psichiatra.

A cura di Max Bonfanti http://www.laccentodisocrate.it/

Un racconto per portare l'attenzione sulle cornici di riferimento, sugli schemi culturali e personali che delimitano e  ingabbiano la nostra visione del mondo.