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mercoledì 4 marzo 2015

Diogene il Cinico, descritto da Diogene Laerzio


Interrogato in qual luogo dell'Ellade avesse visto uomini buoni, rispose: «Uomini buoni in nessun luogo, ragazzi buoni a Sparta». Una volta poiché nessuno badava ad un suo discorso serio, cominciò a trillare come un uccello. Convennero molte persone ed egli le rimproverò perché a sentir le ciarle erano venuti di buona lena, ma a sentir cose serie nessuno si era affrettato. Diceva che gli uomini gareggiano nel darsi stoccate a vicenda e nello spararsi calci l'un con l'altro, ma nessuno gareggia per diventare buono e nobile d'animo.

Si stupiva dei critici che andavano alla ricerca dei mali di Odisseo e ignoravano i propri, nonché dei musici, perché armonizzavano le corde della lira senza curarsi di ottenere l'armonia della loro anima. Si meravigliava dei matematici che guardavano al sole e alla luna e non vedevano la realtà sotto gli occhi, degli oratori che s’indaffaravano a predicare il giusto senza mai attuarlo, e dei retori che parlavano male degli avari, ma in realtà amavano il danaro all’esagerazione. Condannava anche coloro che, pur lodando i giusti perché erano al di sopra delle ricchezze, invidiavano tuttavia gli uomini molto ricchi. Lo muovevano a sdegno anche i sacrifici agli déi per la salute perché durante lo stesso sacrificio si banchettava a danno della salute”

http://laertius.daphnet.org/texts/Laertius/VI,27it

lunedì 3 novembre 2014

Filosofia, pratica e autobiografia

Conta trovare una verità che sia verità per me, trovare l'idea per cui io voglia vivere e morire. E a che mai gioverebbe escogitare una cosiddetta verità oggettiva, misurarmi coi sistemi dei filosofi e poterli passare casomai in rassegna sì da poter svelare incoerenze entro ogni singola sfera? A che mi gioverebbe poter sviluppare una teoria politica e dai vari pezzi raccattati ovunque combinare una totalità, costruire un mondo in cui a mio turno non vivrei, ma che terrei semplicemente esposto alla vita altrui? A che mi gioverebbe poter sviluppare il significato del cristianesimo, poterne spiegare tanti singoli fenomeni, se non avesse qualche significato più profondo per me stesso e per la vita mia? (...) Non voglio negare no che ammetto ancora un imperativo della conoscenza e che mediante essa si possa anche agire sugli uomini, ma allora dev'essere assunta viva in me, ed è questa che ora riconosco come l'essenziale


Sören Kierkegaard "Dalle carte di uno ancora in vita, edite contro il suo volere da Sören Kierkegaard", a cura di Dario Borso, Morcelliana

lunedì 10 febbraio 2014

Parole e Alberi


C’è una pagina in Avventure in Africa che rileggo spesso. Celati arriva a St Louis in Senegal, osserva quello che ha davanti e lo descrive. Mi piace immaginare che il suo sguardo sia collegato alla mano, che registra nell’ottavo taccuino le cose e le azioni che avvengono davanti ai suoi  occhi. Cose qualunque e azioni normali, raccolte senza aggettivi né affettazione né giudizi: “Una donna che spulciava il figlio sul gradino di casa, le capre che mangiavano bucce di banana,… la sfilata di alberi dell’Avenue Mermoz,… le ombre della grandi acacie, tamerici, cespugli di eucalipti”. Si va avanti così per diverse righe, regalando a chi legge la possibilità di vedere quello che lo scrittore registra con il pudore e il rispetto dell’osservatore curioso e discreto. E il quadro di quella città prende forma nella mente del lettore seguendo il ritmo lento della matita che anziché disegnare scrive nomi. Nelle ultime tre righe della pagina c’è uno scarto improvviso, e quel mondo è violato da un furto: “Finché non è arrivato rombando il fuoristrada degli americani, e l’americana senza scendere ha filmato tutto”.
La contrapposizione tra una pratica rispettosa dello sguardo e l’atto tracotante di chi si vuole impossessare di qualcosa senza degnarsi di neppure guardarla  è una pagina esemplare  su che cosa possa essere una scrittura profondamente etica, che ci interroga.

Una volta mi è capitato di pranzare con Celati e, dopo pranzo, di fare con lui una passeggiata nelle colline dell’Appennino emiliano. Conoscendo i suoi scritti e il suo amore per il camminare, pensavo a una lunga passeggiata verso Canossa. E invece restammo imprigionati nel primo boschetto dietro casa per qualche ora, semplicemente a togliere edera, vitalba e altre piante infestanti da querce, olmi, frassini, aceri campestri, ciliegi selvatici. Era stata un sua idea o forse soltanto una reazione spontanea, non meditata, a un suo modo di guardare le cose. Appena cominciata la passeggiata aveva visto questi alberi sommersi dai rampicanti, forse sofferenti, certo costretti; e aveva cominciato con le mani a disbrogliare gli intrecci di liane e rami che salivano sui tronchi fino alle foglie in alto. E la contentezza che provava nel liberare questi alberi dalle loro incrostazioni fu contagiosa per me e per chi era con noi. E ci trovammo tutti a tirare queste liane, a sfrondare gli alberi da questi parassiti indesiderati che, alla lunga, li avrebbero soffocati.


Mi è sembrato quello un atto che solo chi è abituato a osservare con rispetto il mondo riesce a pensare. Un atto che richiede delicatezza, perché sfilando le liane e l’edera non si vogliono strappare anche le foglie o i rami degli alberi. Un atto che ha bisogno di tempo. Così come di tempo ha bisogno il tradurre, il raccontare, che è qualcosa di diverso, forse, dal riempire file di fotografie o scaffali di pubblicazioni, senza mai scendere dal fuoristrada, senza mai davvero accordarsi con il ritmo delle cose.

giovedì 11 luglio 2013

Filosofia e mondo del lavoro si possono incontrare?



La Scuola Superiore di Filosofia in Pratica organizza a Roma il Master in Filosofia in pratica nelle organizzazioni complesse.  Inizio: 27 settembre 2013.

Il titolo di questo Corso di alta formazione può suscitare una sorta di duplice spiazzamento. Da una parte sembra veramente strano pensare a una filosofia che sia “pratica” e che si realizzi in attività pratiche e, dall’altra, ancora più strano potrebbe sembrare il fatto di accostare la filosofia alla realtà che tutti noi viviamo quotidianamente nei luoghi di lavoro. 

Ne parliamo con Myriam Ines Giangiacomo presidente della Scuola Superiore di Filosofia in Pratica e direttore didattico del percorso formativo.

VV: Puoi spiegarci prima di tutto che cos’è la “filosofia in pratica”?

MIG: In generale, l’espressione “filosofia in pratica” fa riferimento a un operare in stile filosofico – ad esempio adottando l’analisi critica e le pratiche dialogiche, riflessive e argomentative, e dando attenzione alle tonalità affettive del pensare e dell’agire - nelle situazioni problematiche della vita quotidiana, personale e professionale. Possiamo descrivere la FiP come un’attività specificamente orientata alla riflessione, all’interrogazione e al riconoscimento dei presupposti impliciti che governano la vita, il lavoro e la società. Usa uno stile di riflessione argomentativo e rigoroso per comprendere e affrontare frangenti problematici singolari, e si avvale di competenze disciplinari specifiche per intervenire nelle situazioni complesse.

La FiP ha un ruolo cruciale nello spazio dell’agire sociale, organizzativo e professionale e una generale vocazione “politica” che prende corpo nell’ideale di comunità di ricerca, un ambiente relazionale in cui il dialogo filosofico si propone come esercizio di cittadinanza attiva e responsabile e come via per dare corpo e sangue alla “democraticità” nella sua doppia determinazione etica ed epistemologica.

VV: E in che modo, secondo te, e con quale utilità la “filosofia in pratica” può entrare in organizzazioni di natura diversa come aziende, istituzioni, associazioni, cooperative, ecc?

MIG: Gli ambienti di lavoro oggi sono “contesti a elevata complessità” caratterizzati da una molteplicità di relazioni intra e inter-organizzative in cui il clima di incertezza e la pressione sui risultati hanno accentuato l’enfasi sul “fare” e reso la comunicazione ipertrofica ma nei quali ci si trova, spesso, davanti a un vuoto di senso. Quando tutto appare imprevedibile e impalpabile, diventano necessari approcci diversi e mentalità nuove e nuove organizzazioni animate da leader e manager capaci di visione e di pensiero critico e in grado di “generare senso” e di integrare in chiave evolutiva i saperi.

Attraverso un approccio trasversale e multidisciplinare, la FiP favorisce lo sviluppo della capacità di costruire ampie cornici di senso nelle quali gli individui possano inscrivere la loro esperienza, gestire situazioni complesse, analizzare i saperi, le “teorie in uso” e i modelli mentali messi in campo nell’affrontare la realtà, e apprendere dall’esperienza. La FiP si realizza mediante pratiche grazie alle quali è possibile affrontare le implicazioni filosofiche della vita organizzativa senza dimenticare temi - centrali per la teoria e la pratica manageriale - che presentano una evidente natura filosofica quali i presupposti del management, i suoi concetti chiave come leadership, sense-making, efficacia, strategia, ecc., i suoi miti e rappresentazioni, le metodologie adottate per il decision-making e il controllo, per l’analisi e la progettazione organizzativa, per la definizione degli obiettivi e la misurazione delle performance, ecc, i temi etici e quelli legati ai diritti dei lavoratori.
Rispetto a temi come questi, l’impiego di tecniche e metodi specificamente filosofici può aiutare a creare i presupposti teorici e pratici dell’agire, a problematizzare i concetti fondamentali, a elaborare la visione che i manager hanno di se stessi e delle organizzazioni e a strutturare specifiche metodologie. Tutto questo nella direzione dell’apprendimento individuale e organizzativo insieme.

VV: Mi sembra di capire, stando a quello che hai detto fino ad ora, che la FiP possa dare a chi lavora in un’organizzazione, magari in posizioni manageriali, competenze “filosofiche”, che tu hai descritto molto bene, che vanno ad affiancare altre competenze più specialistiche. Mi piacerebbe però sapere se il master forma alla professione del “filosofo pratico” e, se sì, cosa andrà a fare quindi il filosofo pratico in un’organizzazione?

MIG: Il master è nato per rispondere a due esigenze potenzialmente complementari. La prima: aiutare chi già opera nelle aziende e ha una competenza di base filosofica – o più in generale umanistica – a utilizzare appieno una tale formazione universitaria nel contesto organizzativo in cui si trova, coniugandola con le proprie competenze specialistiche, anche ampliandole. La seconda: offrire, a chi ha questa formazione universitaria e desidera candidarsi per l’inserimento all’interno di una organizzazione, una formazione di base in general management per poter essere rapidamente operativo.
In via generale il “filosofo pratico” potrebbe essere definito come un “consulente di processo” (il riferimento è certamente a Schein) anche laddove, dentro un’organizzazione, si ponga come fornitore interno di un cliente interno. La nozione di consulenza di processo implica che il consulente, chiamato a operare in un’organizzazione, non sia visto come un esperto di contenuti ma come un professionista in grado di facilitare il compiersi di un percorso che vede come attore primario il cliente il quale, avendo una conoscenza migliore del proprio problema rispetto al consulente, sarà anche in una posizione migliore per individuare e valutare le diverse possibilità di azione. Il “filosofo pratico” agisce quindi nella relazione, facendola diventare un'opportunità di crescita professionale e personale per i singoli e per l’organizzazione nel suo complesso, in modo da far emergere le soluzioni dal contesto stesso vincendo le resistenze e le difese sempre presenti negli ambienti organizzati, soprattutto nei momenti di cambiamento.
Il “filosofo pratico” spinge la riflessione verso aspetti che sono a monte e che una pratica filosofica può aiutare a portare allo scoperto. Il suo intervento, spesso, affronta una situazione indeterminata in cui il problema è sentito, ma non ancora definito. E il primo passo consiste proprio nell’individuare il problema, articolarlo, analizzarlo ed esplicitarlo, fermo restando il fatto che la sua definizione non è il risultato della diagnosi di un consulente ma il punto di arrivo dell’attivazione di processi individuali e di gruppo proposti e facilitati dal filosofo.

VV: Qual è stato il motivo che vi ha spinto a progettare e proporre questo Master e qual è secondo te il suo valore aggiunto rispetto all’attuale offerta di master in Italia? Ci sono esempi di corsi di questo genere in altri paesi?

MIG: Il Master ha, a mio avviso, un grande valore aggiunto: quello di introdurre nelle organizzazioni una capacità di riflessione articolata all’altezza della complessità del sistema, in grado di guidarle ampliando il loro orizzonte simbolico e arricchendo il loro pensiero. Devo ammettere che ci siamo quasi sentite chiamate a pensarlo e a organizzarlo alla luce di molti anni di esperienza nelle organizzazioni (aziende e non) in posizioni manageriali o come consulenti. Lavorando in particolare sui temi di strategie o di sviluppo organizzativo e delle persone, spesso abbiamo operato filosoficamente ma sostanzialmente “in incognito” e abbiamo potuto apprezzare il plus apportato dalla filosofia sia sui temi di sviluppo del business (anche in senso lato) che su quelli più gestionali.

Penso che adesso i tempi siano maturi per venire allo scoperto e perché la filosofia possa entrare a pieno titolo nelle organizzazioni, a maggior ragione in quelle che presentano un maggior grado di complessità, per dare il proprio contributo nello sviluppo di nuovi modelli di business e organizzativi e in una “costruzione di senso” che aiuti le persone a stare meglio e in modo più consapevole negli ambienti di lavoro e le organizzazioni a essere sempre di più “organizzazioni che apprendono”.
Non mi risulta che all’estero ci siano ancora percorsi di questo tipo, ovvero strutturati e sistematici come un master anche se ci sono molte iniziative più frammentate. Ne ho parlato con colleghi stranieri (alcuni dei quali faranno parte del corpo docente del master) e ho riscontrato il massimo apprezzamento per un’iniziativa che risponde a un’esigenza dei nostri tempi e che è spesso oggetto di articoli anche su autorevoli riviste di business come la Harvard Business Review. D’altra parte da anni, e non solo nel mondo occidentale, si parla di Philosophy for management e si fa ricerca e si organizzano convegni e seminari in tale ambito.

VV: Quali sono i pre-requisiti che consideri fondamentali per trarre il massimo beneficio dalla partecipazione al Master?

MIG: Ci rivolgiamo in particolare a coloro che hanno una formazione filosofica e umanistica proprio perché, per tutto quanto detto finora, chi ha questo tipo di formazione può essere molto prezioso nelle organizzazioni quando abbia integrato questa propria competenza distintiva con le altre competenze necessarie per inserirsi proficuamente in un determinato contesto lavorativo. Riteniamo che acquisire un profilo da "filosofo pratico", che renda pronto a operare concretamente con la propria peculiare "inclinazione filosofica" in un mondo che ha sempre più necessità di un “pensiero nuovo” e che da anni auspica un “cambio di paradigma”, possa essere molto apprezzato sia dal mercato delle imprese innovative sia dai recruiter più aperti al futuro.
Il percorso formativo è articolato in maniera da far conoscere ai partecipanti la complessa e articolata realtà delle organizzazioni attraverso “le lenti” della FiP, valorizzando l’interconnessione tra due fil rouge che percorrono tutto il master intrecciandosi continuamente.

Il primo è quello che potremmo ricondurre alla formazione sui temi del general management. Esperti della vita organizzativa e delle discipline ad essa connesse guideranno i partecipanti nell’esplorazione degli ambiti in cui un filosofo può più proficuamente inserirsi. Una sorta di viaggio all’interno delle aree tematiche di una organizzazione “tipo” per conoscerne gli elementi principali, il linguaggio e le funzioni.
Il secondo è quello della formazione peculiare del “filosofo pratico”. Ogni tematica di cui sopra sarà oggetto di un laboratorio di pratica filosofica nel quale, sottoponendone a un esame critico presupposti e architetture, saranno evidenziate le opacità e le contraddizioni ma anche le possibili nuove luci e gli spazi nei quali seminare pensieri nuovi. Grande attenzione, inoltre, sarà dedicata allo sviluppo della consapevolezza attraverso momenti esperienziali dedicati. 

E’ chiaro che il massimo della potenzialità di un’ offerta del genere viene espresso nella frequenza dell’intero percorso. Abbiamo però voluto prevedere anche una modalità di fruizione diversa. È possibile, infatti, una frequenza parziale, finalizzata all’acquisizione di competenze specifiche in una o più delle aree tematiche. Penso ad esempio alla pubblica amministrazione, dove enti o dipartimenti possono essere interessati a far frequentare specifici moduli del master al proprio personale laureato. Per questo tipo di frequenza sono ammesse anche lauree diverse da quelle umanistiche.

VV: Quali organizzazioni secondo te oggi potrebbero essere più “aperte” a un approccio di questo genere e quindi interessate ad acquisire competenze non solo specialistiche ma anche “filosofiche”?

MIG: Penso in particolare ad aziende e organizzazioni, come ad esempio le imprese green e le ONG, che sono attente alla visione sistemica e desiderose di innovare sia nei modelli di business che in quelli organizzativi e che già mostrano notevole interesse per questa nuova figura professionale capace di integrare l’approccio sistemico e umanistico con una buona conoscenza delle dinamiche organizzative e dei mercati.

Intervista a cura di Valeria Verga - Roma, 10 luglio 2013

martedì 17 luglio 2012

Filosofia da Camera

La filosofia da camera sta alla filosofia sinfonica come la musica da camera sta alla musica sinfonica: un modo privato, personale, intimo da filosofare. Mentre Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Kant, Hegel, Husserl, virtuosi della filosofia sinfonica, ci parlano da spirito a spirito, da intelletto a intelletto, e si rivolgono a un noi.

Il filosofo da camera osserva il suo mondo dall’intimità della propria camera. Il filosofo da camera è uno che riflette sulla natura umana, sui costumi, sulla condizione umana.

Per “anima” intendo qui il complesso delle attività organiche, psichiche e mentali cui si dedicano gli esseri umani in quanto tali. In pieno accordo con Aristotele, ritengo che gli esseri umani (non) siano (che) corpi che si realizzano e si esprimono secondo funzioni e funzionamenti diversi. Gli esseri umani non hanno un corpo, sono un corpo; questo corpo non è parte di loro, è interamente loro. Per convenzione quindi, e anche per comodità, indico con “anima” il complesso delle funzioni e dei funzionamenti che costituiscono il nostro corpo nella sua unità vivente e attiva.

E’ nell’ambito di quest’anima attiva e unificante che distinguo l’anima bassa, l’anima media e l’anima alta. Con anima bassa intendo il funzionamento organico del mio corpo, con anima media il funzionamento affettivo del mio corpo, con anima alta il funzionamento intellettuale del mio corpo: l’anima bassa comprende l’organicità del mio corpo, l’anima media comprende le passioni del mio corpo, l’anima alta comprende la ragione del mio corpo. Anima bassa in quanto serve all’anima media e all’anima alta da fondamento, da base di esistenza, da zoccolo su cui questi si poggiano per potersi esprimere.

Sono interamente quello che respira, quello che ama e quello che parla. Il mio “io” è interamente organico, interamente affettivo e interamente mentale. Ciascuna delle mie anime ha il suo compito da svolgere nell’unità del mio tutto.

Prendere coscienza del fatto che sogno, proprio mentre sogno, mi fa prendere direttamente contatto con la mia anima bassa mentre essa è in azione. Un altro modo che ha la mia anima bassa di ricordarmi la sua esistenza è attraverso il dolore. Essere in buona salute equivale precisamente a non essere cosciente del funzionamento dell’anima bassa. Si è in buona salute quando non ci si lamenta di nulla: essere in buona salute, è per l’appunto non essere coscienti del proprio corpo.

Non un edonista hard, ma un edonista soft, moderato, leggero.

Vivere nel mondo delle idee, amare il proprio dio, agire secondo le leggi morale, tendere verso un ideale, porta a un’intima sensazione di soddisfazione e di benessere direttamente collegata al piacere che ne traiamo: proprio come mangiare, cantare, ballare, questo piacere ci collega ineluttabilmente alla nostra anima bassa.

Io preferisco le tranquille camminate di mezza montagna. Partire presto la mattina con lo zaino in spalla, al levar del sole, seguire sentieri appena tracciati, tenere il passo in salita e in discesa, sentire il cuore battere, i muscoli contrarsi, il sudore colare. Il paesaggio che si ammira dall’alto, il fondo di la gola in cui ci si trova, il pendio su cui ci si ferma a bere e contemplare. Ma soprattutto sento il mio corpo, nel riposo dallo sforzo e nel piacere di aver superato la prova.

Nel corso di tutta la vita ho molto pensato, immaginato, riflettuto sulla mia morte. Esercitarsi a morire, ecco un’ingiunzione classica della saggezza antica, imparare a vedere le cose sotto l’aspetto dell’universalità, della continuità, della permanenza, passare dal panico cieco all’accettazione lucida. Vorrei evitare tanto il panico, l’angoscia, la paura paralizzante quanto il fascino, il richiamo, il sublime della trascendenza.

Pensare la mia morta come orizzonte della mia vita mi pare un modo giusto di pensare la mia vita, di considerare una maniera di vivere confacente tanto alla mia vita come alla mia morte. La mia vita ha il senso che io le do o cerco di darle. Non bisogna dunque temere la morte, bisognerebbe persino desiderarla, poiché grazie a essa si aprono per noi le porte della sola vita degna di essere vissuta. In questo contesto spiritualista, si parla sì della morte, ma non della morte come noi la sentiamo: si ignora la morte che noi viviamo, per considerare la morte che noi attraversiamo.

Per il filosofo la morte è un avvenimento metafisico, un avvenimento che trascende la fisica dei nostri corpi per integrarsi in una visione più generale del mondo e dell’umanità. La mia morte, proprio come la mia vita, appartengono “naturalmente” al mio essere umano, nel mondo naturale in cui vivo e muoio. Devo imparare a controllare la paura di questo ignoto che mi attende e di cui non so che ciò che ho potuto imparare della morte degli altri, e anche dal panico degli altri di fronte alla loro morte. Devo imparare a morire prima di morire. Ritrovo in questo uno degli scopi della saggezza antica che mi hanno più colpito, imparare a morire per vivere bene.

La morte di ciascuno di noi è una trasformazione voluta dalla natura che ci governa, e dobbiamo saperla accettare, come dobbiamo accettare tutto ciò che viene dalla natura. La morte non è una cessazione di essere, è un avvenimento in una continuità. Non so quando anch’io cadrò nel fossato e lascerò gli altri continuare senza di me. La morte altrui è una ferita nella mia vita e un richiamo alla mente della mia morte; il suo modo di morire è una rievocazione dei diversi modi in cui io potrei morire.

da Jacques Schlanger Filosofia da Camera – 2003

venerdì 6 luglio 2012

L’ANALISI LOGICA E LA PIOGGIA - 2 preziose modalità da preservare, entrambe

(…) quando piove e con la pioggia il ragionamento così come lo conosciamo non va bene, o meglio non basta,
Uno dei primi giochi che si regalano ai bambini quando li si vuole instradare sulle capacità cognitive è un cubo vuoto con sul coperchio degli spazi vuoti di diversa forma (cerchio, triangolo, stella, quadrato ..) in cui i bambini imparano a far passare la forma corrispondente, se provano a far passare una stella nel cerchio questa non passa.
Quindi noi fin da piccoli siamo allenati a riconoscere la giusta forma per ogni luogo. Grazie alla capacità di osservazione e di analisi cui siamo stati allenati siamo in grado di riconoscere se la forma che usiamo è lo strumento giusto, o almeno dovremmo esserlo. (…)
Con l’analisi siamo in grado di analizzare, scomporre, attribuire, catalogare ed è uno strumento che ci permette di conoscere scomponendo distinguendo. Analisi secondo il dizionario della lingua italiana Hoepli è il metodo di ricerca basato sulla scomposizione, concreta o astratta di un tutto nelle sue parti costitutive.
Ci permette di entrare in profondità in ogni cosa, argomento, idea e nei secoli lo abbiamo fatto creando meraviglie quali la nostra filosofia (ma qui il discorso è più complesso) e le nostre scienze fino a perderci nell’infinitesimamente piccolo e lontano.
Con l’analisi logica impariamo a distinguere chi (soggetto) fa (predicato) cosa (complemento oggetto) e questo ci permette di studiare analizzando, scomponendo, attribuendo ruoli. Ma poi piove…
… E la pioggia è un’altra cosa, un’altra modalità del fenomeno dell’essere. Nella pioggia non si può separare. Non si può parlare di acqua perché l’acqua non è la pioggia. L’acqua – soggetto è pioggia solo quando è intrinsecamente legata all’azione che svolge e il complemento oggetto è l’azione solo una volta che si è estrinsecata.
Con la pioggia possiamo imparare ad apprezzare e conoscere un fenomeno nella sua interezza ed unità inscindibile. Non possiamo usare l’analisi logica con la pioggia. Quando usiamo l’analisi logica con la pioggia, perdiamo l’oggetto del nostro esame perché la pioggia non è scomponibile, non la si può conoscere scomponendola, la si può conoscere solo contemplandola così come si manifesta. È un tondo che non entra nello spazio quadrato. Nella pioggia non c’è soggetto, predicato e complemento. La pioggia è un insieme non scomponibile in soggetto\predicato\complemento. Non esistono singolarmente, uno senza l’altro. Non si può parlare di acqua come soggetto, non si possono separare perché senza l’azione del cadere non c’è più la pioggia. Proprio come i nostri 2 emisferi che sono preziosi ed indispensabili entrambi proprio perché le loro competenze sono diverse. E le loro diverse competenze ci danno capacità diverse. Riuscire a preservare ambedue le competenze e non buttare via un emisfero cerebrale perché abbiamo scoperto le capacità dell’altro. Scoprendo le capacità logiche e razionali che tanto ci hanno dato non buttare via tutta la sfera intuitiva e contemplativa che è l’altra parte della nostra intelligenza, come in passato è stato fatto (il lato oscuro dell’illuminismo, il suo grande limite).
Ora che stiamo riscoprendo l’altra nostra parte “i sogni che sono della stessa materia di cui è fatta Giulietta1” parafrasando Shakespeare che per un periodo è stato sugli autobus con il meraviglioso viso di Uma Turman a reclamizzare un’automobile, possiamo, imparando dagli errori fatti, fare una diversa operazione e provare ad integrare le due diverse modalità - i nostri 2 diversi talenti che ci vengono dai nostri 2 emisferi che sono la manifestazione conoscibile del nostro unico cervello. Appunto un’auspicabile compresenza.

 Andreana Spinola, autunno 2010  www.shiatsuigea,com

mercoledì 23 maggio 2012

Le Voci dei Libri

Se non temessi di scomodare i paradigmi eminenti del metodo, nel tentativo di dare una dignità non pertinente alla vicenda dimessa dello studio quotidiano, direi che la ricerca è, in prima battuta, una lettura di testi che lascia andare le cose quasi per proprio conto, come un girare delle sfere che non trova la propria regola se non alla fine, quando tutto si è messo a posto (il che è poi, almeno in parte, un inganno, perché vuol dire che si è trovato il modo di far tornare i conti in un discorso che all'inizio sembrava senza dimensione).

 Il punto di partenza di questa avventura del senso, l'unico ancoraggio possibile, è la biblioteca, cui sempre si ritorna. Da questo punto di vista si è come il personaggio mitico che ritraeva forza dal toccare terra; la biblioteca è la terra del ricercatore: essa ridà forza, ridà idee, è l'umanità convenuta per servirti, per darti una mano. Solenne e domestica, la biblioteca sta a metà fra un tempio e una cucina.

Ezio Raimondi, Le Voci dei Libri, Il Mulino, Bologna, 2012

giovedì 29 marzo 2012

Dovere e volere nel corpo

Come si riflette dunque nel corpo il modo di parlare - o di scrivere - di un individuo ? E come cambia il modo di parlare quando cambia qualcosa dentro di sé ? Le parole che usiamo sono così intimamente legate ai processi psicologici e fisici che riesce difficile credere che anche un cambiamento nel linguaggio non produca, in qualche misura, una trasformazione in noi stessi, nel nostro corpo e nelle nostre relazioni. Osservando con attenzione, infatti, ogni stile di vita è caratterizzato da un linguaggio che permette il suo perpetuarsi.

Quando parlando diciamo “devo fare qualcosa” o addirittura “dovrei’ farla” stiamo perdendo il contatto col nostro desiderio, col nostro reale bisogno, col piacere che deriva dall’attività volta a soddisfarlo, e quindi col nutrimento che quest’attività può dare al corpo e all’anima. Pensare - e parlare - in termini di ‘dovere’ implica generalmente che quello che ‘dobbiamo’ fare lo facciamo per qualcun altro invece che per noi stessi, che chi trae soddisfazione o vantaggio dalla nostra azione non siamo noi. Per comprendere meglio, ci si può chiedere per esempio “Che cosa accadrebbe se non lo facessi? Chi mi costringe? Chi lo vieta?” in modo da ricostruire più consapevolmente la causa, la motivazione reale e il risultato dell’azione da compiere.
Dal punto di vista fisico (...) il dovere porta lo stato dell’organismo da una struttura più interna - collegata al piacere e ai bisogni essenziali - a una più esterna: dal centro del cervello alla corteccia, dal rene al surrene, dalla muscolatura interna a quella esterna. La corteccia controlla e contiene: noi, dal canto nostro ‘faremmo altro’. Ogni volta che diciamo ‘devo’, insieme al sistema nervoso simpatico entrano in attività le strutture più esterne del corpo, che ci costringono ad agire un po’ come se ci prendessero di peso per superare la nostra resistenza, con ripercussioni sul movimento (...). Quando diciamo ‘devo’, dunque, non consideriamo nostro il bisogno che affermiamo e ci alieniamo la spontaneità del desiderio. Dato che il bisogno, il desiderio, l’eccitazione sono tutte qualità degli organi, ovvero del nucleo energetico del corpo, pensare in termini di dovere implica per prima cosa la disattivazione di questi ultimi. Senza il sostegno degli organi, ogni azione compiuta ha la stessa pesantezza di un trascinarsi.

Quando ciò che ‘dobbiamo’ fare si trasforma in qualcosa che ‘vogliamo’ fare disponiamo di una possibilità concreta per identificarci con i nostri impulsi. Se siamo noi a fare qualcosa, se ci riappropriamo del fatto che lo facciamo per noi stessi e non per qualcun altro, i muscoli possono sciogliersi e gli organi, tornando in azione, sostenerne il movimento. E il nostro stile vita nel senso della leggerezza.

J. Tolja - F. Speciani, Pensare col corpo  Baldini Castoldi Dalai Editore

mercoledì 7 marzo 2012

Odori ... attimi

Gli odori possono essere molte cose. Gradevoli o repellenti, SENSAZIONI prodotte dalle emanazioni sottili di alcuni corpi sufficientemente volatili, AGENTI CHIMICI della percezione olfattiva, dell'emozione, della confusione e dunque degli incontri, MESSAGGERI INVISIBILI della memoria, delle premonizioni, dei gusti, dei disgusti, dei tentativi d'amore e degli imprevisti, gli odori glissano dal più intimo sentire al caos del mondo, aggirandosi vorticosamente dallo spazio al tempo e dalle cose agli esseri.

Li si può immaginare rutilanti e ciechi come gli atomi di Lucrezio. Oppure come scintillanti mediatori tra la Terra e il cielo.

E se gli odori fossero – come lo sono la Terra, il cielo e gli astri – Angeli? Dopo essermi forse illuso di aver lasciato i demoni alle spalle, non vorrei adesso affliggervi con gli Angeli. Ma, lettori cari, talvolta si ha l'impressione, lasciando la realtà virtuale ed odorando un fiore, di non essere più nel tempo. E nella gioia che sorge alle "porte della percezione", la Terra sembra un giardino da attraversare, un luogo splendido nell'immaginazione. Questi attimi forse non sono nel tempo: è come il fuori tempo di una coscienza che esplode e salta insieme agli Angeli. Che sono i messaggeri, gli arcobaleni, i ponti vuoti sui quali tuttavia passa l'annuncio dei mutamenti.

Gianni De Martino, Odori, Apogeo, Milano 2006

giovedì 23 febbraio 2012

COSMOLOGIA DI UNA MASSAIA di Valter Binaghi


Curvo sotto il peso di gravi pensieri il filosofo passeggiava nel giardino della sua casa: contava mentalmente i passi che la critica deve percorrere per giungere dal verosimile al certo.
Tutto assorto nel suo compito, passò davanti alla finestra della cucina e vide sua moglie,intenta ad impastare una focaccia. Con viso lieto la donna lavorava,e scandiva la fatica cantando una strana canzone. Il filosofo porse orecchio per origliare di nascosto.
La canzone diceva così :
Il segreto di una buona focaccia
è nascosto nel cuore di Dio.
Non è forse simile alla sua la mia opera ?
Impastò acqua e terra, come io faccio con la farina,
poi mise l’anima come un lievito
ed espose il mondo al sole, perchè ogni germoglio
si destasse all’ora giusta.
Non fu forse lui ad insegnarci l’arte del fuoco?
Per imparare basta far silenzio ed ascoltare
!”
Il filosofo si affacciò al davanzale e le gridò: “Donna,la fatica dei dotti è stata dunque vana, se tu non cessi di riverire i parti grotteschi della fantasia! Quali sciocche opinioni vuoi trasmettere ai tuoi figli, sottraendoli all’apprendistato della ragione? Chetati,che ti possono sentire!”
Rispose la donna: “Se tu sai distinguere la Verità dall’Illusione, per quale motivo non ridi nè canti mai, non mostri felicità per le altezze da te raggiunte – non si sta bene lassù, presso il Sole?”
Il filosofo scosse la testa: “Che cosa ha a che fare la Bellezza con la Verità? Anzi è il loro divorzio che ha finalmente liberato gli uomini dai miti. Sappi che il filosofo è grave proprio perchè la sua mente è spoglia di queste facili consolazioni. Eppoi la scienza è studio severo, non frivolezza di danza”
“Lasciami allora”, disse la donna, “lasciami al mio umile impasto. Io non arrivo a comprendere la nobiltà della tua Scienza. Mettendo il lievito nella pasta e sedendo ad aspettare, mi contento di veder nascere il mondo”.
http://valterbinaghi.wordpress.com/

lunedì 13 febbraio 2012

Liberare la bellezza

La bellezza salverà il mondo
F.Dostojevski

Un importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico. Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell'economia. Se, per esempio, c'è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l'accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l'”immagine" della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali. L'artista è l'ultimo ad essere convocato e il primo ad essere eliminato, quando il progetto inizia a superare lo stanziamento. L'abbellimento costa troppo. E' antieconomico.

Invece, contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più. Qual è l'economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso? Passare una giornata in un ufficio sotto un'accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata, tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un'abitazione di serie. Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell'evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo? Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?

J. Hillman da "La politica della bellezza", Moretti & Vitali, 2002 

mercoledì 8 febbraio 2012

Quello che non può essere detto, dev’essere taciuto


Autocritica

C’è stato un momento, non so come mai, forse studiavo tanto, ma la cosa non era lo studiar tanto, la cosa era il volere che questo studiare fosse riconosciuto dal mondo, pretendere di avere indietro dei riconoscimenti, per questo studiare, come quelli che stan male, mi ricordo una volta c’era un’obesa, faceva l’università con me, si lamentava con una sua compagna di corso che qualcuno le era andato a dire che lui stava male. Capito? diceva, È venuto a dire a me, che lui sta male, come se io invece non stessi male, non si vede, che sto male? Era come se lei nella classifica di chi stava male non potesse concepire che qualcuno fosse più avanti di lei era un po’ carrierista, quella studentessa obesa di lingue dell’università di Parma, nella carriera del malessere, e c’è stato un momento che io ero un po’ un carrierista, nella carriera dell’essere intelligente, e è stato quando avevo appena finito l’università e mi preparavo al dottorato e intanto lavoravo e mettevo da parte i soldi per andare in Russia dove avrei studiato per prepararmi a un esame che ci sarebbe poi stato a gennaio.

È stato il periodo che mi interessavano solo le cose che avevano un rapporto diretto con le mie convinzioni, ero pieno di convinzioni, allora, e tra le mie convinzioni spiccava la convinzione che le mie convinzioni fossero utili ai miei conoscenti ero sempre pronto a dare un parere anche se non richiesto ero d’un peso. È stato un periodo che un libro non mi piaceva se era scritto bene, ma se diceva delle cose che si accordavano alle mie convinzioni, se aveva il coraggio di dir quelle cose, pensavo, avevo un’idea del coraggio stranissima per esempio l’idea che tacere ci vuol del coraggio non mi sfiorava neanche m’indignava, anzi, il silenzio.

Un libro che mi faceva molto arrabbiare era il Tractatus di Wittgenstein, che non avevo letto proprio tutto ma che credevo di avere capito. Era un libro, com’è noto, costruito su sette proposizioni o otto proposizioni non mi ricordo, e le prime sei o sette, che erano commentate in modo anche abbastanza complicato per non dire astruso servivano tutte per dimostrare la settima o l’ottava che non era commentata e diceva, più o meno: Ciò che non può essere detto, dev’essere taciuto.

Io mi ricordo che quando avevo avuto tra le mani il Tractatus avevo pensato a mio babbo mi ero immaginato che mi chiedesse Cosa stai leggendo? Eh, gli avrei detto, sto leggendo un libro di logica piuttosto complicato che ci sono sette proposizioni che devono dimostrare l’ottava, gli avrei risposto. E cose dice l’ottava? Che quello che non può essere detto, dev’essere taciuto, avrei detto a mio babbo, e mio babbo nella mia immaginazione mi avrebbe guardato malissimo come per dire Non c’è mica bisogno di studiare dei libri, per saper quelle cose lì.

Invece probabilmente mio babbo, che era una persona intelligente ma d’una intelligenza vera, di quella intelligenza che vien su nei cantieri e ti fa capire la meravigliosa utilità del filo a piombo, probabilmente mio babbo non mi avrebbe detto così per via che lui lo sapeva che non era una cosa semplice, da capire, quello che a me mi è venuto in mente un fracasso di volte questi ultimi otto anni quando leggevo dei libri o quando sentivo della gente parlare di argomenti artistici Quello che non può essere detto, dev’essere taciuto, m’è venuto in mente un fracasso di volte in questi ultimi otto anni.

Invece all’epoca tra il novantacinque e il novantasei, io ero convinto che un’opera d’arte non solo doveva essere eloquente e coraggiosa, complicata, doveva essere, e se qualcuno per caso mi parlava del quadrato nero di Malevič io pensavo Ma poveretto, e se c’ero in confidenza arrivavo magari anche a dirgli Il quadrato nero di Malevič? Una gran cagata.

Ecco, io non so cos’è successo, questi ultimi otto anni, noioso son sempre noioso, peso son sempre peso, ma se oggi sentissi qualcuno che dice che il quadrato nero di Malevič è una cagata, a me mi sembrerebbe un coglione.

Paolo Nori, Una cosa del 2003 

venerdì 18 novembre 2011

Ode al Presente Pablo Neruda

Este
presente
liso
como una tabla,
fresco,
esta hora,
este día
limpio
como una copa nueva
—del pasado
no hay una
telaraña—,
tocamos
con los dedos
el presente,
cortamos
su medida,
dirigimos
su brote,
está viviente,
vivo,
nada tiene
de ayer irremediable,
de pasado perdido,
es nuestra
criatura,
está creciendo
en este
momento, está llevando
arena, está comiendo
en nuestras manos,
cógelo,
que no resbale,
que no se pierda en sueños
ni palabras,
agárralo,
sujétalo
y ordénalo
hasta que te obedezca,
hazlo camino,
campana,
máquina,
beso, libro,
caricia,
corta su deliciosa
fragancia de madera
y de ella
hazte una silla,
trenza
su respaldo,
pruébala,
o bien
escalera!

Si,
escalera,
sube
en el presente,
peldaño
tras peldaño,
firmes
los pies en la madera
del presente,
hacia arriba,
hacia arriba,
no muy alto,
tan sólo
hasta que puedas
reparar
las goteras
del techo,
no muy alto,
no te vayas al cielo,
alcanza
las manzanas,
no las nubes,
ésas
déjalas
ir por el cielo, irse
hacia el pasado.
eres
tu presente,
tu manzana:
tómala
de tu árbol,
levántala
en tu
mano,
brilla
como una estrella,
tócala,
híncale el diente y ándate
silbando en el camino.

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest'ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
- del passato
non c'è una sola
ragnatela -
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell'ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l'alto,
verso l'alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada