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venerdì 30 maggio 2014

L'erba è verde


Dicono che certi batteristi rock degli anni Settanta si rinchiudessero intere settimane nei magazzini della Zildian o della Paiste per scegliere i piatti migliori. Mi immagino, che so, quel matto di John Bonham (Led Zeppelin) o Ginger Baker (Cream) giornate a provare i piatti, a farli cantare per scegliere la fusione più riuscita, quella dal suono perfetto. Poi, alla fine, tutto viene scartato, rimane solo il piatto, il suono.

Come i batteristi anche Goffredo Parise con i Sillabari è andato alla ricerca del suono migliore, perfetto, nel quale la realtà si compie. Lo ha fatto dopo un lungo percorso, anzi una complessa peregrinazione che lo ha portato ad “ascoltare” tanti suoni, dai romanzi non neorealisti in epoca neorealista, ai grandi reportages dai mondi socialmente e politicamente più impervi del pianeta, alle polemiche civili in cui, se partecipavi, farsi male era un rischio concreto, sino a giungere all’individuazione delle essenze quasi minerali dei Sillabari. Quando uscì il primo, 1972, era un’epoca di turbolenze in ogni piano della realtà, ma un giorno, scrive Parise, “nella piazza sotto casa, su una panchina, vedo un bambino con un sillabario. Sbircio e leggo: l’erba è verde. Mi parve una frase molto bella e poetica nella sua semplicità ma anche nella sua logica. C’era la vita in quel l’erba è verde, l’essenzialità della vita e anche della poesia. Pensai a Tolstoj che aveva scritto un libro di lettura non soltanto per bambini e poiché vedevo intorno a me molti adulti ridotti a bambini, pensai che essi avevano scordato che l’erba è verde,che i sentimenti dell’uomo sono eterni e che le ideologie passano”. Di qui nascono quelle piccole prose fatte di versi, tratti lievi e nitidissimi, con cui Parise racconta le emozioni più complesse e sottili. È il suono perfetto che si produce quando percuote il mondo, toccandolo o sfiorandolo appena, e ne fa scaturire una sorta di sintesi assoluta. Come alla ricerca dell’armonico naturale, sempre per restare nella metafora musicale, quel suono che scaturisce dallo sfiorare appena la corda della chitarra con la mano sinistra, un suono lungo e calmante, usato spesso come conclusivo e definitivo, “un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi” (Wikipedia).

Quando fu pubblicato Sillabario n.1 l’autore fu maltrattato, agli intellettuali “in lotta” lui appariva come un inutile gagà, un personaggio dei romanzi di Maugham, uno che amava le lenzuola di seta del Ritz di Parigi. E lo diceva pure. E scriveva di cose evanescenti, sfumate, impercettibili, di sentimenti, di atmosfere inutili e vaghe. I suoi personaggi e i paesaggi in cui si muovevano erano dei disadorni un uomo, una donna, un bambino, una città italiana, una località di mare, dei campi, i tempi erano un giorno, un inverno. D’altro canto lo aveva dichiarato, il suo programma “non politicizzato” era di “scrivere dei racconti e dei libri possibilmente buoni, fare con estrema coscienza e sincerità e amore il mio lavoro. Tendere sempre con tutte le mie forze alla tanto disprezzata ‘poesia’, cioè a quella parte ‘alta’ dell’uomo in cui credo e su cui ho fondato la mia vita, perché essa è servita a lenire tanti dolori nella passata e presente storia dell’uomo” (“Il Gazzettino”, 31.10.1972).


È molto probabile che diversi tra quegli intellettuali che “militavano” leggessero Parise sotto le coperte per non farsi vedere da nessuno, è possibile che quel richiamo alle cose fondamentali degli uomini non sfuggisse proprio a tutti, non è pensabile che un tale amore per le delicatezze degli esseri umani passasse e andasse così stupidamente perduto. Ma non si poteva dire, non si poteva sostenere, quella di cui parlava Parise semmai era la strategia, il fine, il che cosa a cui tendere, ma in quel momento, nel fuoco sociale dei Settanta, era la tattica a dominare, il come “battere il nemico di classe”. C’è voluto almeno un decennio prima che i Sillabari fossero capiti. Così Giovanni Giudici, un poeta, non per caso, di Sillabario n. 2,“testo non labile in un’era dominata dalla labilità”, diceva: “Niente [...] è più ‘bello’ di una scrittura (e quella di Parise mi sembra tale) che nel mare della lingua umiliata dalla chiacchiera, mortificata dalla retorica, ridicolizzata dalla muscolarità dei mattatori, riesca a carpire, a ‘tradurre’, a incidere nel cuore del lettore il segno delle sue pur lievissime unghiate. Quanto meno pretende di ‘dire’, anzi ‘stradire’, tanto più essa ‘è’” (“L’Espresso”, 27.6.1982).

Tratto da Moretti e Parise, cercatori di suoni di Mauro Portello

www.doppiozero.it

giovedì 27 marzo 2014

La mano


Qualche tempo fa, non ricordo dove, mi sono imbattuto in una frase di Kant che diceva: "La mano è la finestra della mente". Anche lui, ho pensato. Le visioni, le intuizioni, le immagini mentali, quell'intrico di forme grezze che attraversano la mente di chi fa il io mestiere, e non solo, non affiorerebbero se non ci fosse la mano a dar loro una vita reale, concreta, visibile. Senza di lei rimarrebbero in una forma nebulosa, prossima all'inesistenza.

Parlando quindi di pittura o di disegno non si può non parlare della mano. La mano è ricca di crediti nei confronti del disegno e della pittura; ogni artista deve moltissimo alla propria mano. A volte guardandola mi chiedo: la mia mano pensa realmente? Realmente ha sapienza, esperienza, saggezza, una conoscenza propria? E' capace di vedere cosa sta avvenendo su un foglio o su una tela, è consapevole di quello che sta creando?

Qualche volta, finito di lavorare, mi capita di osservarla, e noto che ha ceduto qualcosa della sua forma naturale al mestiere che le ho imposto. A sinistra dell'unghia del dito medio delle mia mano destra si è formata una piccola cavità che accoglie e sorregge la matita o il pennello per tutto il tempo in cui lavoro. Un incavo, quasi uno scalmo che quegli attrezzi accoglie e tiene. Per me quella deformazione, appena percettibile, è un segno di adattamento e accettazione di una fatica che quasi quotidianamente le chiedo di sostenere.

Quando la mia mano sfiora una superficie sulla quale sto per cominciare a lavorare, sento arrivarmi alla mente una comunicazione che mi dice se quella superficie mi piace, se mi può accogliere, se mi ci posso avventurare. Forse, succede quello che dicono capitasse agli scultori che, sfiorando la superficie di una pietra, sentivano se vi potesse esser accolta e contenuta un figura di loro invenzione.

E' la mano a creare immediatamente questa relazione tra la superficie, su cui si svilupperà la vicenda di quell'opera, e me, la mia mente, i miei territori più interni. La mia immaginazione può cambiare reagendo al contatto con quella superficie.

Tullio Pericoli, Pensieri della Mano, Adelphi, Milano, 2014

venerdì 6 settembre 2013

Un anello geniale

Anche se molte delle cose di cui ci serviamo sono diventate immateriali, invisibili, o digitali, le chiavi continuano a essere uno strumento indispensabile per la nostra vita pratica. L’elenco di quelle che possediamo è ampio: casa, seconda casa, macchina, ufficio, cassetta della posta, lucchetto della bicicletta, ecc. Non si vedono in giro, salvo negli hotel, le nuove chiavi elettroniche, con password o mezzi d’identificazione personale.

L’oggetto che resta fondamentale per il loro uso è l’anello portachiavi. Si tratta di uno strumento che tutti usano, ma nessuno vede. È probabilmente il più umile oggetto che utilizziamo ogni giorno. Composto di un doppio giro in metallo, prodotto ingegneristico geniale, è costituito da una spirale d’acciaio con due spire chiuse una sull'altra. In apparenza sembra un anello chiuso, in realtà, come tutti sanno, si può aprire forzando la spirale, aprendola appena, per inserire una nuova chiave o estrarne una. Non presenta nessun meccanismo, né parti mobili, e la sua maggior qualità è l’elasticità. 

Gli studiosi di oggetti reputano che la tecnologia per realizzare l’anello a spirale sia stata prodotta centinaia di anni fa, mentre l’oggetto in uso oggi è più recente, ed è entrato nel mercato negli Anni Settanta del XX secolo sostituendo la catenella a pallini di metallo utilizzata sino a quel periodo. Non c’è oggetto che possa gareggiare con l’anello portachiavi per essenzialità e persino eleganza. Si trova in vendita nelle ferramenta a pochi centesimi, o al massimo a un euro, a seconda del tipo di metallo o della sua grandezza.


Quelli comunemente in circolazione contengono cinque o sei chiavi, cui, nel caso di mazzi più ampi, vengono agganciati altri anelli più piccoli. Nel tempo l’anello è diventato il supporto di gadget pubblicitari o turistici, souvenir e portachiavi promozionali, ma restando sempre quasi invisibile. Lo troviamo inserito nel moschettone in ottone d’origine marinara, di moda negli Anni Settanta e Ottanta, o in quello più tecnico usato in montagna che ancora si vede in giro. Come ha scritto un esperto di tecnologia, il piccolo e banale anello è il custode di una parte consistente della nostra vita, garantendo l’accesso sicuro a luoghi chiusi, dall'auto alla casa, dalla cantina al garage. 

In quanto oggetto di design non ha autore e rientra in quello che Munari definiva il design anonimo. Come molte altre cose importanti, non è coperto da copyright. Perfetto.

Marco Belpoliti La Stampa 22/07/2013

venerdì 5 luglio 2013

Ma come sarà la pratica?


Mi stupisce sempre sentir ripetere: sì, va bene in teoria, ma come sarà in pratica? 

Come se la teoria fosse fatta di belle parole, buone solo per la conversazione, ma non per servire da base a tutta la pratica, cioè a tutta l’attività.

Ci deve essere stata nel mondo una quantità spaventosa di teorie stupide, se è potuto entrare nell’uso un ragionamento così incredibile. La teoria è ciò che si pensa di un argomento e la pratica è ciò che si fa.

Ma come può essere che un uomo pensi che bisogna agire in un certo modo e che faccia poi il contrario? Se la teoria della preparazione del pane è che bisogna prima impastare, e poi mettere in forno, nessuno, se non i pazzi, conoscendola potrà fare il contrario.

Ma da noi è di moda dire: questa è la teoria, ma come sarà la pratica?



Lev Tolstoj, Che fare?, Milano, Mazzotta 1979

giovedì 23 maggio 2013

Orlo, bordo, confine


Qui è sempre il confine che domina, il confine tra un paese e l’altro, tra una porta e l’altra, il confine che corre adesso tra l’inverno e la primavera, il confine che mi costituisce, il confine in me, il confine dei miei confini, il non avere altro che confini, il mio essere confine, mangiare confini, prendere aria e forza dai confini, agitarmi sul confine, correre sui confini, tornare sui confini.



Il mio confine tra salute e malattia: l’ipocondria.



Pure l’ansia è un confine, l’ansioso è un animale di confine.



Io vivo di avvistamenti come una sentinella, sono sul bordo, nella mia vita non ho mai frequentato nessun centro.



Aprile è un mese di confine.



Contro la crisi abbiamo solo due armi: il sacro e la poesia. Sta finalmente arrivando il tempo dei percettivi. È un tempo che viene da sud e dai margini. Il centro del mondo e’ al buio. A noi ci fa luce il batticuore.



Orlo bordo confine selve monti mare alberi zolla cane vigna nuvole vacca Lucania San Fele Latronico Trevico panchina sole alba tramonto e vento neve pioggia e altro vento e altra neve e aprile e il verde di maggio e il nero di settembre silenzio senza opinioni luce senza commenti non ho più voglia di parlare di me di dire cosa faccio dove vado non ho voglia di vincere di passare avanti di essere il migliore non ho più voglia di essere qualcuno di arrivare a qualcosa voglio solo che la vita sfili se ne vada da dove è venuta non la trattengo non voglio trattenere niente camminare guardare gli alberi non dire e non fare nient’altro che il giro dei confini andare sempre più dentro a certi confini non superarli non mirare al centro non mirare alle passioni di tutti disertare prendere confidenza col cielo ma farlo senza vantarsene non sputare parole sul mondo e sugli altri camminare uscire perché è uscito il sole uscire prendere un paese passarci dentro non dire nulla del giorno non accostare niente alla solitudine lasciarla intatta lasciare che la solitudine faccia la sua vita svolga la sua storia e così pure la tristezza e la stanchezza essere stanchi tristi e soli è comunque una fortuna, i buoni sentimenti rigano il mondo come quelli cattivi come le parole che diciamo e quelle che non diciamo meglio andarsene in silenzio davanti al mare in mezzo a un bosco davanti al muso di un gatto pensare alle volpi morte sotto la neve alle fatiche delle formiche al verde lucidato dal vento alle nuvole dissolte a quelle che arriveranno guardare il cielo sul confine tra il giorno e la notte guardare il cielo molte volte al giorno è strano che la gente esca fuori e non abbia come primo pensiero quello di guardare il cielo è strano questo andare verso gli altri a guerreggiare meglio sarebbe andarsene dove c’è silenzio passarsi la luce del giorno tra le dita sentire la notte prendersi cura della malattia ma senza che questo diventi un’altra malattia parteggiare per la propria gioia e per quella degli altri andare alzarsi e salire verso la montagna scalare la montagna annusarla prendere il sole che prende la montagna guardare le vacche i cavalli guardare le spine le foglie i ruscelli guardarli senza pensare che siano altro che spine foglie ruscelli non commerciare col mistero con l’ecologia col silenzio con la pace stare sul bordo omettere il centro attraversarlo senza fermarsi c’è un solo centro possibile nella nostra vita questo centro è la morte dunque fin quando siamo vivi è solo questione di orlo di bordo di confine.



Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, maggio 2013

martedì 7 maggio 2013

Similitudine e somiglianza

Sia per l’anonimo autore della Sacra Bibbia che per il saggista di Questa non è una pipa, all’inizio c’era il caos. O forse ce n’erano due: il caos del diverso, dove ogni cosa è diversa da ogni altra; e il caos dell’uguale, dove ogni cosa è uguale a ogni altra.

Entrambi sono refrattari all’idea di ordine, che può solo esistere sulla soglia fra la differenza e la similitudine. Là dove tutto è uguale, o dove tutto è disuguale, non è possibile imporre le categorie della conoscenza, quindi ordine. L’autore della Bibbia suddivide il creato secondo un codice binario (luce/tenebra; mondo/cielo; terra/mare; sole/luna; animali che nuotano/animali che volano, e così via). Michel Foucault suddivide il creato secondo le categorie delle cose e delle parole, la cui partizione è necessaria perché il mondo diventi comprensibile (attraverso tutto ciò si manifesta nella duplice articolazione un fatto e del resoconto di un fatto).

Per avere il concetto di ordine bisogna avere il concetto di differenza e di similitudine (tra cosa e cosa, o tra parola e parola). La storia del mondo è anche l’Histoire du Même, cioè la storia della stessità. La cosa uomo diventa uomo solo quando si accorge di opporsi all’altro, cioè all’inumano: quando l’uomo si accorge di essere lo stesso di un altro uomo. Questa stessità non è la statica stessità del caos dell’uguale, che ruota eternamente nella propria in-differenza, bensì la dinamica stessità del mondo, dove il simile e il diverso si confrontano si oppongono si urtano. La storia della stessità non è più un artistico rimando di specchi, bensì un vorticare di immagini.

In questa storia cosmica e umana ci sono delle fratture, degli intervalli, dei momenti di crisi; per esempio la frattura tra il mondo come scrittura divina (cioè il mondo visibile come espressione interpretabile della propria essenza) e la scrittura come trascrizione del mondo.

Questa è la grande crisi post-rinascimentale che Foucault ha analizzato nel suo libro maggiore, Les Mots et les Choses. Nel momento topico denunciato da Foucault, le parole e le cose interrompono la loro antica ed arcana corrispondenza. Da allora, le parole hanno dovuto affannarsi per rincorrere le alienità delle cose. Il reticolo di similitudini che reggeva l’armonia del mondo e la concordia della lingua del mondo è spezzato: tra l’uomo e la stella che regola il suo destino non esiste più la similitudine essenziale che garantiva la collaborazione tra il macrocosmo e il microcosmo (il modo in cui l’uno rifletteva specularmene l’altro); anzi, il concetto stesso di similitudine esce dal dominio della conoscenza.

Da allora in poi avremo somiglianza (l’uomo può avere una faccia porcina, quindi assomigliare a un maiale), non similitudine (l’uomo dalla faccia porcina non ha più nulla da condividere con la porcinità del porco). Il linguaggio, nell’arte e nelle lettere, si impoverisce in uno sforzo mimetico di raccontare il miracolo della somiglianza, non più convalidato dalla necessità della similitudine: cioè come l’uomo dal naso raccorciato, dalle narici dilatate, dagli occhi piccoli e ravvicinati e dalle mandibole sporgenti possa avere un volto che sembra quello di un maiale.

È l’estetica del come se: l’uomo è come se fosse un maiale. Contro la documentazione anatomica (bipide/quadrupede), la classificazione zoologica (homo/sus), le abitudini gastronomiche (l’uomo non mangia ghiande) e le convenzioni linguistiche (il suono nella voce umana differisce dal grugnito), la somiglianza tra uomo e porco cerca invano di rintracciare l’eco di antiche metamorfosi, di significanti similitudini, di fatali sovrapposizioni. Il diverso è ormai meno problematico del somigliante.

Dalla prefazione di Guido Almansi in “Questo non è una pipa” di Michel Foucault, Serra e Riva Editori 1973 Milano, pp. 9-11.

mercoledì 3 aprile 2013

Bramosia di futuro


Tale era l’abbondanza di frutta, specialmente lamponi, fragole, more e mirtilli, che da fine giugno a metà agosto la casa padronale si tramutava decisamente in una fabbrica, dove da mane a sera s’effettuava la lavorazione della frutta. Perfino nelle stanze di gala, tutti i tavoli erano carichi di mucchi di frutti; attorno sedevano le ancelle a mondarli, suddividendoli per sorta; riuscivano appena a venire a capo d’un mucchio, che già un altro gli dava il cambio.

Al giorno d’oggi, questa sola operazione costerebbe di per sé un sacco di soldi. A quel tempo, invece, all’ombra di un enorme tiglio centenario, sotto la diretta sorveglianza di mia madre, su mattoni sistemati a forma di quadrangolo, si cuoceva la marmellata, per cui venivano scelti i frutti più grossi e le bacche più belle. Il resto veniva utilizzato per i liquori, gli elisir, gli estratti, ecc.

Da notare che frutti e bacche fresche venivano consumati con discrezione persino dai padroni, quasi nel timore che non ce ne fosse abbastanza per le provviste. Alle «servacce» poi non se ne dava affatto (ricordo la preoccupazione di mia madre, al momento della raccolta dei lamponi «che quelle villanzone non abbiano a rimpinzarsene!»). E anche quando di frutta ce n’era, come si dice, a bizzeffe, bisognava immancabilmente aspettare che, a causa del prolungato soggiorno nelle cantine, cominciasse a muffire. Quella massa di leccornie attirava nelle stanze orde innumeri di mosche, che avvelenavano decisamente l’esistenza.

A cosa servissero quegli ammassi, non l’ho mai potuto capire. Il fenomeno può essere definito col termine inusitato di «bramosia del futuro». Grazie ad essa, anche quando una persona ha sotto gli occhi un’intera montagna di cibarie, le sembra sempre poca cosa. Il ventre umano ha dei limiti, ma l’avida immaginazione gli attribuisce misure incolmabili, e in pari tempo minacciose prospettive si profilano all’orizzonte.

Nel corso dell’anno le provviste venivano consumate con parsimonia, con avarizia quasi. Sebbene non fosse ancora giunta, si pensava che «l’ora» sarebbe suonata sicuramente e in quel momento si sarebbe spalancato un abisso misterioso che senza posa avrebbe inghiottito tutto quello che si era accumulato. Di tanto in tanto si procedeva a una revisione delle cantine e delle dispense, e sempre risultava che la metà o quasi delle provviste era andata a male.

Michail Saltykov-Ščedrin, Fatti d'altri tempi nel distretto di Pošechone, Macerata, Quodlibet 2013, pp. 20.21]



lunedì 17 dicembre 2012

Vuoto


Alla scuola elementare di scrittura emiliana, ieri sera, il compito era raccontare una foto, e a sentire raccontare le foto degli allievi, mi è venuto da guardare le foto che avevo sul mio cellulare, e le ultime erano:

1) un cartello in quattro lingue che dice:
-      Frigobar gratuito
-      Complimentary minibar
-      Minibar gratuit
-      Kostenlose minibar.

2) quel frigobar, vuoto.

3) una scritta sul muro che dice Basta fatti, vogliamo promesse, in rosso, con la falce e martello in basso a destra, il muro è molto bello, in via Balbi, a Genova.

4) un cartello pubblicitario del super enalotto con una ragazza che ride e una scritta che dice Oggi il jackpot è: 00.000 €. L’ho fatta stamattina davanti a un’edicola di Reggio Emilia

5) davanti a quell’edicola ho fotografato anche un espositore di libri, di quelli di ferro, arrugginito, e in alto c’è una scritta gialla, su fondo blu, che dice Vallardi e sotto, in bianco, su fondo rosso, Tutte le lingue del mondo, e sotto, in nero, sullo stesso fondo rosso Dizionari tascabili, e l’espositore è vuoto, non c’è neanche un dizionario.

E quello che fotografo io, ho pensato stasera, è il vuoto, io fotografo promesse, non fatti, e non me ne accorgo neanche.



Paolo Nori dal blog www.paolonori.it

giovedì 13 settembre 2012

Cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giunco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d'una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un'aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

mercoledì 11 luglio 2012

Il Lavoro...l’ombra di una riflessione (Peguy)



Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.

La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura.

Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali.

E sono solo io— io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

Charles Peguy, L’argent, 1914

venerdì 6 luglio 2012

L’ANALISI LOGICA E LA PIOGGIA - 2 preziose modalità da preservare, entrambe

(…) quando piove e con la pioggia il ragionamento così come lo conosciamo non va bene, o meglio non basta,
Uno dei primi giochi che si regalano ai bambini quando li si vuole instradare sulle capacità cognitive è un cubo vuoto con sul coperchio degli spazi vuoti di diversa forma (cerchio, triangolo, stella, quadrato ..) in cui i bambini imparano a far passare la forma corrispondente, se provano a far passare una stella nel cerchio questa non passa.
Quindi noi fin da piccoli siamo allenati a riconoscere la giusta forma per ogni luogo. Grazie alla capacità di osservazione e di analisi cui siamo stati allenati siamo in grado di riconoscere se la forma che usiamo è lo strumento giusto, o almeno dovremmo esserlo. (…)
Con l’analisi siamo in grado di analizzare, scomporre, attribuire, catalogare ed è uno strumento che ci permette di conoscere scomponendo distinguendo. Analisi secondo il dizionario della lingua italiana Hoepli è il metodo di ricerca basato sulla scomposizione, concreta o astratta di un tutto nelle sue parti costitutive.
Ci permette di entrare in profondità in ogni cosa, argomento, idea e nei secoli lo abbiamo fatto creando meraviglie quali la nostra filosofia (ma qui il discorso è più complesso) e le nostre scienze fino a perderci nell’infinitesimamente piccolo e lontano.
Con l’analisi logica impariamo a distinguere chi (soggetto) fa (predicato) cosa (complemento oggetto) e questo ci permette di studiare analizzando, scomponendo, attribuendo ruoli. Ma poi piove…
… E la pioggia è un’altra cosa, un’altra modalità del fenomeno dell’essere. Nella pioggia non si può separare. Non si può parlare di acqua perché l’acqua non è la pioggia. L’acqua – soggetto è pioggia solo quando è intrinsecamente legata all’azione che svolge e il complemento oggetto è l’azione solo una volta che si è estrinsecata.
Con la pioggia possiamo imparare ad apprezzare e conoscere un fenomeno nella sua interezza ed unità inscindibile. Non possiamo usare l’analisi logica con la pioggia. Quando usiamo l’analisi logica con la pioggia, perdiamo l’oggetto del nostro esame perché la pioggia non è scomponibile, non la si può conoscere scomponendola, la si può conoscere solo contemplandola così come si manifesta. È un tondo che non entra nello spazio quadrato. Nella pioggia non c’è soggetto, predicato e complemento. La pioggia è un insieme non scomponibile in soggetto\predicato\complemento. Non esistono singolarmente, uno senza l’altro. Non si può parlare di acqua come soggetto, non si possono separare perché senza l’azione del cadere non c’è più la pioggia. Proprio come i nostri 2 emisferi che sono preziosi ed indispensabili entrambi proprio perché le loro competenze sono diverse. E le loro diverse competenze ci danno capacità diverse. Riuscire a preservare ambedue le competenze e non buttare via un emisfero cerebrale perché abbiamo scoperto le capacità dell’altro. Scoprendo le capacità logiche e razionali che tanto ci hanno dato non buttare via tutta la sfera intuitiva e contemplativa che è l’altra parte della nostra intelligenza, come in passato è stato fatto (il lato oscuro dell’illuminismo, il suo grande limite).
Ora che stiamo riscoprendo l’altra nostra parte “i sogni che sono della stessa materia di cui è fatta Giulietta1” parafrasando Shakespeare che per un periodo è stato sugli autobus con il meraviglioso viso di Uma Turman a reclamizzare un’automobile, possiamo, imparando dagli errori fatti, fare una diversa operazione e provare ad integrare le due diverse modalità - i nostri 2 diversi talenti che ci vengono dai nostri 2 emisferi che sono la manifestazione conoscibile del nostro unico cervello. Appunto un’auspicabile compresenza.

 Andreana Spinola, autunno 2010  www.shiatsuigea,com

lunedì 9 aprile 2012

Cosa fare


"Si tratta di mettere alla prova un'intuizione, meglio, un sentimento: quello di abitare un luogo e di non riconoscerlo poi troppo, di non ritrovarlo là dove sembra invece apparire e manifestarsi di continuo: nei discorsi e nelle rappresentazioni che provano a darne conto, come nelle politiche che vorrebbero governarlo.
Si tratta di provare a raccontare un luogo intimo, che però allo stesso tempo appartiene a un geografia, come quella alpina, ampiamente vissuta e immaginata da molti altri.
Si tratta di dare voce a un'esperienza dentro un paesaggio, una voce che sia comprensibile ad altri, per ripensare la superficie delle cose, per quanto conosciuta questa possa sembrarci. Si tratta, in fondo, di seguire una traccia, per quanto esile, un sentiero, per quanto interrotto, cercando un ritmo, un'andatura, e riprovare ancora una volta a dare senso al mondo che abitiamo."

P. Zanin,  Rilievi Alpini, Doppiozero 2012- http://www.doppiozero.com/content/rilievi-alpini

mercoledì 7 marzo 2012

Odori ... attimi

Gli odori possono essere molte cose. Gradevoli o repellenti, SENSAZIONI prodotte dalle emanazioni sottili di alcuni corpi sufficientemente volatili, AGENTI CHIMICI della percezione olfattiva, dell'emozione, della confusione e dunque degli incontri, MESSAGGERI INVISIBILI della memoria, delle premonizioni, dei gusti, dei disgusti, dei tentativi d'amore e degli imprevisti, gli odori glissano dal più intimo sentire al caos del mondo, aggirandosi vorticosamente dallo spazio al tempo e dalle cose agli esseri.

Li si può immaginare rutilanti e ciechi come gli atomi di Lucrezio. Oppure come scintillanti mediatori tra la Terra e il cielo.

E se gli odori fossero – come lo sono la Terra, il cielo e gli astri – Angeli? Dopo essermi forse illuso di aver lasciato i demoni alle spalle, non vorrei adesso affliggervi con gli Angeli. Ma, lettori cari, talvolta si ha l'impressione, lasciando la realtà virtuale ed odorando un fiore, di non essere più nel tempo. E nella gioia che sorge alle "porte della percezione", la Terra sembra un giardino da attraversare, un luogo splendido nell'immaginazione. Questi attimi forse non sono nel tempo: è come il fuori tempo di una coscienza che esplode e salta insieme agli Angeli. Che sono i messaggeri, gli arcobaleni, i ponti vuoti sui quali tuttavia passa l'annuncio dei mutamenti.

Gianni De Martino, Odori, Apogeo, Milano 2006

giovedì 23 febbraio 2012

COSMOLOGIA DI UNA MASSAIA di Valter Binaghi


Curvo sotto il peso di gravi pensieri il filosofo passeggiava nel giardino della sua casa: contava mentalmente i passi che la critica deve percorrere per giungere dal verosimile al certo.
Tutto assorto nel suo compito, passò davanti alla finestra della cucina e vide sua moglie,intenta ad impastare una focaccia. Con viso lieto la donna lavorava,e scandiva la fatica cantando una strana canzone. Il filosofo porse orecchio per origliare di nascosto.
La canzone diceva così :
Il segreto di una buona focaccia
è nascosto nel cuore di Dio.
Non è forse simile alla sua la mia opera ?
Impastò acqua e terra, come io faccio con la farina,
poi mise l’anima come un lievito
ed espose il mondo al sole, perchè ogni germoglio
si destasse all’ora giusta.
Non fu forse lui ad insegnarci l’arte del fuoco?
Per imparare basta far silenzio ed ascoltare
!”
Il filosofo si affacciò al davanzale e le gridò: “Donna,la fatica dei dotti è stata dunque vana, se tu non cessi di riverire i parti grotteschi della fantasia! Quali sciocche opinioni vuoi trasmettere ai tuoi figli, sottraendoli all’apprendistato della ragione? Chetati,che ti possono sentire!”
Rispose la donna: “Se tu sai distinguere la Verità dall’Illusione, per quale motivo non ridi nè canti mai, non mostri felicità per le altezze da te raggiunte – non si sta bene lassù, presso il Sole?”
Il filosofo scosse la testa: “Che cosa ha a che fare la Bellezza con la Verità? Anzi è il loro divorzio che ha finalmente liberato gli uomini dai miti. Sappi che il filosofo è grave proprio perchè la sua mente è spoglia di queste facili consolazioni. Eppoi la scienza è studio severo, non frivolezza di danza”
“Lasciami allora”, disse la donna, “lasciami al mio umile impasto. Io non arrivo a comprendere la nobiltà della tua Scienza. Mettendo il lievito nella pasta e sedendo ad aspettare, mi contento di veder nascere il mondo”.
http://valterbinaghi.wordpress.com/

lunedì 13 febbraio 2012

Liberare la bellezza

La bellezza salverà il mondo
F.Dostojevski

Un importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico. Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell'economia. Se, per esempio, c'è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l'accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l'”immagine" della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali. L'artista è l'ultimo ad essere convocato e il primo ad essere eliminato, quando il progetto inizia a superare lo stanziamento. L'abbellimento costa troppo. E' antieconomico.

Invece, contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più. Qual è l'economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso? Passare una giornata in un ufficio sotto un'accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata, tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un'abitazione di serie. Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell'evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo? Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?

J. Hillman da "La politica della bellezza", Moretti & Vitali, 2002 

giovedì 12 gennaio 2012

Elogio dei piedi di Erri del Luca

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

venerdì 18 novembre 2011

Ode al Presente Pablo Neruda

Este
presente
liso
como una tabla,
fresco,
esta hora,
este día
limpio
como una copa nueva
—del pasado
no hay una
telaraña—,
tocamos
con los dedos
el presente,
cortamos
su medida,
dirigimos
su brote,
está viviente,
vivo,
nada tiene
de ayer irremediable,
de pasado perdido,
es nuestra
criatura,
está creciendo
en este
momento, está llevando
arena, está comiendo
en nuestras manos,
cógelo,
que no resbale,
que no se pierda en sueños
ni palabras,
agárralo,
sujétalo
y ordénalo
hasta que te obedezca,
hazlo camino,
campana,
máquina,
beso, libro,
caricia,
corta su deliciosa
fragancia de madera
y de ella
hazte una silla,
trenza
su respaldo,
pruébala,
o bien
escalera!

Si,
escalera,
sube
en el presente,
peldaño
tras peldaño,
firmes
los pies en la madera
del presente,
hacia arriba,
hacia arriba,
no muy alto,
tan sólo
hasta que puedas
reparar
las goteras
del techo,
no muy alto,
no te vayas al cielo,
alcanza
las manzanas,
no las nubes,
ésas
déjalas
ir por el cielo, irse
hacia el pasado.
eres
tu presente,
tu manzana:
tómala
de tu árbol,
levántala
en tu
mano,
brilla
como una estrella,
tócala,
híncale el diente y ándate
silbando en el camino.

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest'ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
- del passato
non c'è una sola
ragnatela -
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell'ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l'alto,
verso l'alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada