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giovedì 9 gennaio 2014

Materia e coscienza

“E qual è il senso della vita?”
“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”
“Tu sei strano. Sei proprio strano.”
“Sei d’accordo che hai un’anima?”
“Non so se utilizzerei quella parola.”
“Però hai una coscienza, vero?”
“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”
“Dunque hai coscienza di questo universo…”
“E di me stessa. Cogito ergo sum.”
“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”
“La materia però è arrivata prima.”
“Non è da escludere.”
“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”
“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”
“Sì.”
“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”
“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.
“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”
“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”
“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”
“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”
“Il sangue viene prima dell’amore.”
“Cos’hai detto?”
“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”
“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”
“In che senso?”
“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”
“Era questo che volevo dire.”
“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”
“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”
“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”
“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”
“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.”

Jostein Gaarder, Maya, Longanesi, 2000

giovedì 17 ottobre 2013

I Tre Talismani di Calvino di Marco Belpoliti

Calvino è l’unico scrittore italiano della seconda metà del XX secolo a essere passato dall’età giovanile direttamente alla vecchiaia, saltando a piè pari l’età adulta, così che l’idea che abbiamo conservato di lui, a quasi trent’anni dalla scomparsa, è quello di un puer senex, un saggio dall’intramontabile aspetto giovanile. Nel lasso di tempo che è trascorso da quel giorno del 1985, in cui fu ricoverato nell’antico ospedale di  Siena, per essere operato alla testa, lui che possedeva una delle teste più sottili e fini della cultura europea, è accaduto di tutto o quasi.
Quasi niente però che lo scrittore ligure non avesse già previsto, dalla peste linguistica dell’italiano scritto, corrispondete alla decadenza culturale e sociale del Paese, all’avvento del software informatico o al trionfo dell’immateriale. Nei trent’anni che ci separano dalla sua improvvisa dipartita abbiamo potuto registrare ciò che era vivo e ciò che era invece caduco nella sua opera: Calvino no, Calvino sì, a seconda dei cambiamenti di prospettiva e di orizzonte culturale, e persino politico. Una polemica che è continuata anche per qualche tempo, ma che adesso è finita nella poubelle, la pattumiera del è-stato, insieme ai fogli accartocciati di cui Calvino stesso raccontava in un proverbiale testo sulla dissipazione dello scrivere, e a tante altre cose del nostro passato prossimo.
Ma come sarebbe stato Calvino novantenne? Nel 1981 Alberto Sinigaglia era andato a bussare alla sua porta per chiedergli previsioni per l’anno 2000, memorabile intervista ora raccolta in quel tesoro di riflessioni, oltre che di autobiografie, che è Sono nato in America. Interviste 1951-1985, curato da Luca Baranelli e introdotto da Mario Barenghi (Mondadori 2012). Non ancora sessantenne, Calvino rispondeva alla domanda se ci sarebbe ancora stata la vecchiaia nel 2000, ribadendo che la diversità tra i vecchi e i giovani, il loro rapporto, “è uno degli aspetti che meglio definiscono una civiltà”. Arrivava a ipotizzare che nel cambio di millennio i vecchi potessero risultare i soli giovani e i giovani si sentissero già come vecchi. Evocava le città per anziani costruite in America come un esempio deleterio di separazione tra le generazioni.
La corsa alla giovinezza, la giovinezza prolungata di adulti e anziani, era già cominciata all’inizio degli anni Ottanta, ma la preoccupazione prevalente di Calvino non era anagrafica; gli stava a cuore la trasmissione dell’esperienza. Parlando come un suo personaggio, il signor Palomar, spiegava a Sinigaglia il paradosso: “La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori.
Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica”. Oggi che il paese è guidato da un Presidente coetaneo di Calvino, un quasi novantenne, che il nuovo papa è un quasi ottantenne, che in molti posti chiave dell’establishment ci sono ultrasettantenni (con l’eccezione del nuovo presidente del Consiglio, insidiato qualche giorno fa da un ultrasettantenne), è divertente leggere cosa dice del sé futuro, di anziano, lo scrittore ligure: “Chissà che la migliore soluzione non sia diventare un vecchio molto antipatico. Io credo che ci potrei riuscire senza molto sforzo, magari anche accentuando i caratteri di repulsività della vecchiaia, diventando un vecchio astioso, malefico, un po’ ripugnante, un po’ bieco. In questo modo potrei provocare nei giovani una reazione di bellezza, pulizia, di allegria.
Forse sarebbe l’unico modo di raggiungere un risultato socialmente positivo, che nessuna pedagogia può sognarsi d’ottenere”. La pedagogia, come si capisce leggendo lo straordinario testo autobiografico Sono stato stalinista anch’io? (1979), è uno dei rovelli di Calvino, scrittore ben poco scolastico, ma molto preoccupato della trasmissione del sapere, del saper fare, del già fatto, tra adulti e ragazzi, tra giovani e vecchi. Lui che aveva ipotizzato in un romanzo non finito (La decapitazione dei capi) l’uccisione rituale dei capi politici appena invecchiano, non poteva che constatare il fatto che le grandi potenze fossero allora governate da vecchi, così come in Italia prevalesse una eccessiva lentezza nel rinnovo dei ceti dirigenti.
Il suo ideale, enunciato in vista dell’anno 2000, era quello di un giusto, eppure difficile equilibrio, tra “potere di repressione” e “potere di liberazione”, perché l’educazione, a suo dire, ha come scopo proprio quel potere di liberarsi dalle autorità. Ma senza autorità non c’è società. L’aspirante vecchio Calvino proponeva al suo intervistatore la figura di un uomo colto del 2000 che sa cucinare, pulire la casa e fare la calza; poi si congedava proponendo tre talismani per il nuovo millennio: imparare molte poesie a memoria, anche da vecchi; preferire le cose che richiedono sforzo, diffidare della facilità; “sapere che tutto quello che abbiamo può esserci tolto da un momento all’altro”.

Un bel programma per il futuro, il suo stesso futuro. Anche se Calvino non è diventato vecchio, quel vecchio antipatico che si proponeva paradossalmente, possiamo festeggiare i suoi virtuali novanta segnandoci bene le tre chiavi suggerite per il prossimo millennio. In particolare l’ultima, molto utile per i tempi che ci attendono.



Tratto dall’articolo su Domenica 24 del 13-10-2013

giovedì 26 settembre 2013

Il corpo è diverso da come si pensava



Ma con cosa credi di capire?
Con la testa? Bah!”
da «Zorba il greco»
di Nikos Kasantzakis

In una limpida mattina newyorkese dei primi anni ’80 fui invitato a casa da Rosemary Feitis – che conosceva il mio specifico interesse per il tessuto connettivo e le sue implicazioni – per provare una nuova forma di terapia craniosacrale apparsa di recente.
Le sensazioni provate durante la seduta erano state abbastanza interessanti, ma la parte più intrigante doveva ancora arrivare. Infatti quando mi rimisi in piedi sentivo testa e volto molto differenti da prima (e anche alquanto asimmetrici) e mi guardai allo specchio per verificare se le mie sensazioni soggettive avessero un qualche riscontro oggettivo.
Effettivamente l’occhio destro era molto più cupo e torvo ed il sopracciglio corrispondente decisamente più basso e chiuso (classici sintomi di una marcata torsione dello sfenoide, l’osso chiave di volta dell’intera struttura craniale). In quel momento mi sarei aspettato che il ribilanciamento dovesse passare attraverso un’ulteriore manipolazione, mentre l’imprevisto suggerimento di Rosemary fu qualcosa del genere: “Prova a ‘ribaltare’ indietro l’emisfero destro”.
Confesso che il primo impulso (e forse anche il secondo) fu quello di pensare a come avevo potuto non accorgermi, negli anni in cui ci eravamo frequentati e avevamo lavorato insieme, che fosse pazza. Considerato però che in precedenza aveva sempre dato prova di spessore e credibilità provai – con molto scetticismo, lo ammetto –, a fare ciò che mi sembrava una delle tante trovate new age che andavano di moda in quel periodo.
La sensazione interna cambiò radicalmente. “Caro vecchio amico placebo...”, pensai subito, certo che si trattasse di semplice suggestione. Salvo poi rimanere di stucco quando, trovandomi nuovamente di fronte allo specchio, notai una decisa riorganizzazione delle ossa craniche, ottenuta nel giro di pochi secondi e senza alcuna tecnica manuale, per cui la struttura del cranio era tornata simmetrica.
Oggi, grazie alle ricerche che nel frattempo sono state condotte sul tessuto connettivo, mi risulterebbe più semplice descrivere anche in termini anatomici e fisiologici come e perché si fosse potuto verificare questo cambiamento, ma ai tempi potevo solo pensare che o si era trattato di un’illusione, o il modo che abbiamo di pensare al corpo è molto diverso e assolutamente riduttivo rispetto alla sua effettiva realtà.
Lo studio del corpo e dell’anatomia per via esperienzale non mi lasciarono molti dubbi su quale fosse la risposta corretta. L’esperienza che avevo appena vissuto appariva estremamente bizzarra e stravagante rispetto alla mia formazione scientifica, ma al tempo stesso, e paradossalmente, quanto di più semplice, ovvio e naturale si potesse immaginare.
L’approccio esperienziale all’anatomia cambia radicalmente la comprensione del corpo. I primi anni che ho dedicato all’esplorazione del corpo in questo senso sono stati di vera e propria ri-programmazione delle conoscenze tradizionali.
Le cose stanno infatti in modo davvero molto diverso da come viene ancora insegnato nelle professioni mediche e paramediche. Buona parte dei paradigmi anatomici a cui facciamo riferimento non sono soltanto superati. Sono fuorvianti.
Questo ha permesso quindi di creare una continuità tra scienza ed esperienza, là dove nel caso di molte tecniche, prima esisteva invece un profondo canyon valicabile solo con la fede e l’adozione di linguaggi arcani o appartenenti a culture estremamente differenti dalla nostra.
Torniamo ad esempio al ‘ribaltamento’ dell’emisfero cerebrale citato nell’aneddoto iniziale: è ovviamente del tutto inspiegabile o enigmatico secondo la visione medica classica di un cervello inerte e insensibile sospeso in un liquido, chiamato cefalorachidiano, all’interno di una scatola, chiamata cranio. Vengono in mente quei vecchi film di fantascienza dove cervelli galleggiano in liquidi sconosciuti dentro scatole trasparenti.
Se invece pensiamo che il cervello è costituito per la gran parte da tessuto connettivo contrattile e sensibile (glia), coordinato dal sistema nervoso che ne ottimizza la forma e le caratteristiche a seconda delle necessità, l’idea di un cervello non meccanicamente passivo ci appare decisamente meno assurda di prima.
Ok, il corpo non è come pensavamo e allora? C’è un piccolo ma fondamentale corollario a questo fatto: se è possibile percepire in maniera precisa la diversa organizzazione interna che il corpo assume in relazione alle diverse situazioni, quello con cui ci ritroviamo non è solo un corpo diverso, ma anche un potente mezzo di indagine e di penetrazione della realtà e della cultura.
Corpo-Mente-Spazio-Cultura sono infatti in continua relazione e la possibilità di sentire e capire un polo (il corpo) ci permette di capire tutti gli altri.
Il mio senso di riconoscenza per l’anatomia esperienziale deriva proprio da questo. L’approccio esperienziale all’anatomia mi ha consentito infatti di iniziare un percorso professionale di ricerca che non ha “ribaltato” solo il mio emisfero cerebrale destro, ma anche tutta la mia comprensione della psicoanalisi e della psicoterapia, del nostro funzionamento psicologico e caratteriale, a partire dall’osservazione che pensieri ed emozioni differenti emergono da corpi differenti.
Mi ha dato gli strumenti per esplorare quelle che in precedenza erano le inafferrabili relazioni corpo-spazio, per cominciare finalmente a comprendere, sia esperienzialmente che teoricamente, le misteriose regole del “genius loci” o del “feng-shuei”. Per capire, sentendone l’effetto a livello fisico, le relazioni umane a un livello diverso da quello che ero in grado di cogliere prima. Per percepire con chiarezza perché i metodi tradizionali di insegnamento non possono che fallire e per individuare un possibile sviluppo di stili didattici diversi, neuro-ergonomici per l’organismo di chi apprende. Per notare come il nostro modo di vestire non cambia solo il nostro aspetto esterno, ma anche il nostro corpo e, di conseguenza, la nostra mente. Per rinnovare il rapporto con lo sport che, esaurita la passione agonistica, stava diventando un’occupazione sempre più noiosa e che invece si è rivelata una fonte inesauribile di piacere e interesse per le continue trasformazioni e opzioni che si aprono all’interno del corpo. Per riavvicinarmi e gustare a un altro livello tecniche corporee occidentali, come ad esempio il metodo Feldenkrais e la terapia cranio-sacrale, o orientali, come lo yoga e il tai-chi, che avevo praticato in precedenza e che avevo poi abbandonato. Per ritrovare interesse per i viaggi, grazie alla possibilità di leggere una cultura anche attraverso il corpo della popolazione di cui è espressione. Per avere una nuova chiave di lettura delle relazioni tra la politica, il corpo dei suoi leader e quello dei loro elettori. Per percepire le malattie non come guasti accidentali dell’organismo causati da virus, batteri, sfortuna, genetica o altro, ma come esito naturale di specifiche organizzazioni e strategie fisiche e culturali. Per riscoprire forme sofisticate di medicina, come quella tradizionale cinese, quella ayurvedica e quella omeopatica – il cui studio avevo finito per trascurare perché mi sembrava diventare sempre più un atto di fede – mentre ora risultavano espressione chiara e naturale di quel nuovo intendimento.
Mi ha permesso infine di cogliere che la spiritualità sentita – la percezione che tutte le persone e le cose del mondo si appartengono e sono legate insieme (res-ligo, da cui la parola religione) – non è l’esito di un allontanamento dal corpo, quanto invece di un incarnarsi più profondamente in esso.

Jader Tolja
Dalla postfazione al libro di Bonnie Bainbridge Cohen,  Sensazione, Emozione, Azione - Somatica Edizioni, 2011

venerdì 13 settembre 2013

La fine del mondo



Esiste una teoria secondo la quale se qualcuno scoprisse
esattamente il motivo di essere dell'Universo e perché esso sia
qui, quello istantaneamente scomparirebbe e sarebbe sostituito
da qualcosa di ancora più bizzarro e inspiegabile. Esiste poi
un'altra teoria secondo la quale tutto questo è già accaduto.

D. Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, 2000


Il più grande spettacolo dopo il Big Bang cominciò senza preavviso. In un'epoca primordiale che nessuno ricorda, un bolide roccioso di dieci chilometri di diametro si affacciò dallo spazio profondo e piombò in mezzo al mare, al largo della costa dello Yucatán. Una scia di fuoco illuminò ogni cosa. Fu come se milioni di bombe atomiche scoppiassero in un sol colpo, deflagrando nella più potente esplosione di tutti i tempi. In un battito di ciglia un'enorme palla di luce, più incandescente del Sole, vaporizzò l'oceano, aprendosi un cratere di 180 km di larghezza nella crosta terrestre. La superficie del pianeta si increspò e il fronte sismico fece più volte il giro del globo, innescando terremoti in ogni dove. L'onda d'urto si propagò a 30 km al secondo radendo al suolo in pochi attimi un'area grande come il Nord America. Tsunami colossali si alzarono per centinaia di metri, si misero a correre in tutte le direzioni e nelle ore successive si abbatterono sulle coste fino in Europa e in Africa. Le correnti d'aria impazzite fomentarono enormi uragani. L'atmosfera fu squarciata dall'alto e centinaia di trilioni di roccia fusa furono scagliati di rimbalzo nei suoi strati più esterni. I cieli si addensarono di rosso fulvo, di fuliggine e cenere. Ben presto le polveri velenose impregnarono l'aria e schermarono la luce del Sole in ogni angolo della Terra. Il primo trauma durò poco perché dal buio ridiscese ben presto un inferno di fiamme. Le rocce schizzate in atmosfera nell'esplosione furono di nuovo attratte verso il basso e cominciarono a piovere, infuocate, sulla superficie, disseminandola di incendi devastanti. Questi aumentarono ulteriormente la quantità di fumo e di polveri nell'aria. Un quarto della materia vivente venne ridotta in cenere. Foreste, boschi e praterie furono carbonizzati su tutti i continenti. Poi, con l'oscurità, il freddo prese il sopravvento. Le temperature medie del pianeta scesero di 15 gradi centigradi, come in una velocissima era glaciale. Le piogge acide avvelenarono gli oceani, estinguendo un'enorme quantità di specie marine. Le piante soffocarono e la fotosintesi fu ridotta al minimo. I grandi erbivori sopravvissuti all'impatto morirono progressivamente di fame, trascinando con sé gli equilibri delle catene alimentari globali. I ghiacci avanzarono, unendosi agli effetti mefitici dello zolfo e dell'anossia. Dopo anni di improvviso inverno glaciale — un tetro inverno cosmico — le polveri lentamente si posarono, ma non vi fu sollievo per i vivi perché ebbe inizio una subdola primavera ultravioletta. Il Sole colpiva ora inesorabilmente la superficie senza più la protezione dello strato di ozono, lacerato dagli effetti delle sostanze chimiche immesse in atmosfera dall'impatto. La carne viva degli organismi fu esposta a radiazioni letali e scottata nuovamente dal calore più insopportabile. Il fuoco e il freddo si alternarono per secoli, come piaghe bibliche. Nulla fu mai come prima. Più della metà delle specie, di ogni ordine e fattezza, dal plancton al dinosauro, non sopravvisse alla maledizione piovuta dal cosmo. Perché il mondo tornasse a respirare, ci vollero migliaia, forse milioni, di anni.



Dinanzi a uno scenario di questo tipo [McGuire 2003], è stupefacente che una qualche forma di vita sia riuscita a superare la lunga notte del Cretaceo. Eppure questa fine del mondo, avvenuta 65 milioni di anni fa, ha avuto un ruolo preciso nella nostra fortuna. Ha distrutto le speranze dei dominatori del momento, i grandi rettili, e ha aperto la strada per nuove diversificazioni tra i sopravvissuti, in particolare i mammiferi (decimati soltanto per un terzo) e un ramoscello dei dinosauri che stava dando vita agli uccelli. Si è trattato di una spettacolare e contingente staffetta evoluzionistica, con il testimone affidato a forme viventi che diventeranno i nostri lontani antenati. Noi Homo sapiens, dunque, siamo figli di questa catastrofe orrenda. Dobbiamo essere grati a quel mostro letale di dieci chilometri di diametro che ha tagliato l'atmosfera e ha portato l'inferno sulla Terra. Dovremmo onorarlo nei secoli a venire, perché ha decretato la fine del mondo degli altri, e un nuovo inizio per chi proprio non se l'aspettava.


È ironico pensare che il beneficiario di questa fine del mondo (degli altri) sia oggi così ossessionato dalla fine del mondo (il proprio). Quasi fosse un vizio, abbiamo inflitto la stessa sorte, per nostra mano intenzionale, a milioni di specie viventi, estinte a causa della sempre più ingombrante presenza umana. Quasi fosse un contrappasso per la nostra miopia, ora cominciamo a temere che si possa noi stessi fare la fine dei dinosauri, prima o poi. Ma il senso di colpa e un inveterato antropocentrismo impregnano le umane menti. Così siamo riusciti ad addomesticare anche la fine del mondo, a immaginarcela come il culmine di un disegno, come una rivelazione, come una giusta punizione per chi se la merita (e c'è sempre qualcuno che se la merita), come la realizzazione di un destino già scritto fin dall'inizio. Con la recondita convinzione, sotto sotto, che alcuni ce la faranno e gli eletti daranno battesimo a un nuovo corso. Più consapevoli dei dinosauri e di chi li aveva preceduti in altre colossali estinzioni, noi esorcizziamo la fine del mondo continuando a parlarne, comportandoci voracemente come se fosse dietro l'angolo, sommergendola di significati impropri, deprivandola del suo sottile messaggio, il più radicale e tutto sommato rinfrancante: l'indomabile imprevedibilità della storia naturale, che ha fatto a meno di noi per 3,8 miliardi di anni. 


Telmo Pievani La fine del mondo Guida per apocalittici perplessi, il Mulino, Bologna, 2012, Intersezioni 394 , pag. 184,

giovedì 25 luglio 2013

Psicometropoli




Che cos’è Astana? Una città utopica? Un sogno di metallo, vetro e cemento? Un incubo post-sovietico? La sede del futuro regno massonico mondiale? O ancora: Dubai sottozero proprio nel centro della steppa asiatica? Difficile dire a cosa somigli, o cosa ricordi la capitale del ricco stato del Kazakhstan dotato d’immense ricchezze sotterranee (petrolio, gas naturale, uranio, manganese, rame, oro, acciaio, carbone) e grande più dell’Europa intera. Questa Shangri-La del XXI secolo è la capitale edificata ex novo da un visionario capo dell’ex Impero sovietico, il Presidente Nazarbaev. Indipendente dal 1991, il Kazakhstan è governato dal 1994 mediante una costituzione emanata ad hoc dal suo Sovrano democraticamente eletto, che le ha imposto un nome kazako: Astana significa infatti “la capitale”. Ovvero: “il posto dove si prendono le decisioni”; in antico persiano è invece il nome del luogo dove si adora la tomba del santo.

Nel viale centrale dell’immaginifica città s’erge una torre alta alcune centinaia di metri sulla cui sommità è collocata una sfera: il globo d’oro. Disegnata da sir Norman Foster, celebre architetto inglese, rappresenta l’albero magico su cui è assiso l’uccello della felicità: Samkur. Secondo una leggenda locale il globo è il suo uovo. Il tutto in realtà appare simile a un trofeo dall’esorbitante altezza, sottile e astruso, simbolo di un potere che si vuole assoluto e soprattutto capace di produrre quella che Anthony Vidler, in Il perturbante dell’architettura (Einaudi), chiama la psicometropoli. Dall’alto dell’uovo si può osservare il panorama della città, e porre la propria mano nella “cosa”, un tavolo magico ricoperto di simboli sincretici, su cui è impressa l’impronta della mano del Presidente.

La popolazione della capitale è ancora sotto il milione di abitanti, poiché si trova in una delle zone più fredde del pianeta, con escursioni di anche 70 gradi tra estate e inverno, ma è prevedibile che presto i suoi grandi palazzi, simili ai grattacieli eretti da Stalin tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta nel centro di Mosca, saranno abitati da migliaia di persone che affluiranno dalle varie parti del paese. Astana è però una psicometropoli non solo per i suoi simboli, ma prima di tutto per l’eclettismo delle sue forme, cui non corrisponde un contenuto preciso, bensì una evidente forza psichica bizzarra e stordente. La capitale kazakha è un’utopia regressiva, una distopia, rivolta verso il passato, eretta con la volontà di stupire, affascinare, e soprattutto ammonire.

I palazzi ultramoderni, disegnati da Kisho Kurokawa, si mescolano alle riprese dell’architettura viennese del Karl Marx Hoff, ai templi sincretici che ibridano stili persiani e fantasie hollywodiane, alle cupole geodetiche, alle svettanti torri in vetro e acciaio che lasciano il visitatore a bocca aperta nella Pyongyang del capitalismo post-sovietico. Norman Foster ha progettato una gigantesca tenda, Khan Shatyr, di oltre 150 metri di altezza, che ricopre un parco, un fiume, un centro commerciale e una spiaggia. Astana è l’effetto del post-urbanesimo, che nei paesi emergenti dell’Asia si esplica nella costruzione di città-fantastiche, frutto del disegno di autocrati, come è accaduto a Singapore, prototipo delle città cinesi del XXI secolo di cui racconta Rem Koolhaas.

La città kazaka è figlia non solo delle fantasie di un sovrano cripto-massonico, che adora la forma-piramide, ma anche della volontà inconscia di creare sempre nuove città-utopiche, città impossibili, eppure esistenti, come Brasilia di Niemeyer e Chandigarth di Le Corbusier. Gli architetti europei e asiatici hanno trovato alla corte di Nazarbaev il clima giusto per produrre quella tabula rasa del nuovo che nel post-postmodernismo non ha più la preoccupazione di rispondere a forme date, a un progetto organico. Il masterplan della capitale kazaka contempla il succedersi di architetture sempre diverse.

Se ci si aggira tra le piramidi massoniche, centri di forza astrale, e le torri ritorte dei nuovi grattacieli, ci si rende conto che qui l’architettura “prova nostalgia per un momento proiettato in avanti verso un evento che non si è mai verificato” (Vidler). Astana c’è, esiste, ma è allo stesso tempo anche una città fantasma, la realizzazione in materiali nobili e pregiati di un sogno in 3D uscito dallo schermo cinematografico: Las Vegas e la città di Blade Runner, le città invisibili di Calvino e una nuova Brasilia nel gelo asiatico. Una città di simboli e magie, d’incubi e potenze occulte, città giardino e insieme Disneyland massonica, tentativo di concentrare su di sé un potere magico sfuggendo con le proprie simbologie alle strettoie della Storia, per entrare direttamente nel Mito.




giovedì 11 luglio 2013

Filosofia e mondo del lavoro si possono incontrare?



La Scuola Superiore di Filosofia in Pratica organizza a Roma il Master in Filosofia in pratica nelle organizzazioni complesse.  Inizio: 27 settembre 2013.

Il titolo di questo Corso di alta formazione può suscitare una sorta di duplice spiazzamento. Da una parte sembra veramente strano pensare a una filosofia che sia “pratica” e che si realizzi in attività pratiche e, dall’altra, ancora più strano potrebbe sembrare il fatto di accostare la filosofia alla realtà che tutti noi viviamo quotidianamente nei luoghi di lavoro. 

Ne parliamo con Myriam Ines Giangiacomo presidente della Scuola Superiore di Filosofia in Pratica e direttore didattico del percorso formativo.

VV: Puoi spiegarci prima di tutto che cos’è la “filosofia in pratica”?

MIG: In generale, l’espressione “filosofia in pratica” fa riferimento a un operare in stile filosofico – ad esempio adottando l’analisi critica e le pratiche dialogiche, riflessive e argomentative, e dando attenzione alle tonalità affettive del pensare e dell’agire - nelle situazioni problematiche della vita quotidiana, personale e professionale. Possiamo descrivere la FiP come un’attività specificamente orientata alla riflessione, all’interrogazione e al riconoscimento dei presupposti impliciti che governano la vita, il lavoro e la società. Usa uno stile di riflessione argomentativo e rigoroso per comprendere e affrontare frangenti problematici singolari, e si avvale di competenze disciplinari specifiche per intervenire nelle situazioni complesse.

La FiP ha un ruolo cruciale nello spazio dell’agire sociale, organizzativo e professionale e una generale vocazione “politica” che prende corpo nell’ideale di comunità di ricerca, un ambiente relazionale in cui il dialogo filosofico si propone come esercizio di cittadinanza attiva e responsabile e come via per dare corpo e sangue alla “democraticità” nella sua doppia determinazione etica ed epistemologica.

VV: E in che modo, secondo te, e con quale utilità la “filosofia in pratica” può entrare in organizzazioni di natura diversa come aziende, istituzioni, associazioni, cooperative, ecc?

MIG: Gli ambienti di lavoro oggi sono “contesti a elevata complessità” caratterizzati da una molteplicità di relazioni intra e inter-organizzative in cui il clima di incertezza e la pressione sui risultati hanno accentuato l’enfasi sul “fare” e reso la comunicazione ipertrofica ma nei quali ci si trova, spesso, davanti a un vuoto di senso. Quando tutto appare imprevedibile e impalpabile, diventano necessari approcci diversi e mentalità nuove e nuove organizzazioni animate da leader e manager capaci di visione e di pensiero critico e in grado di “generare senso” e di integrare in chiave evolutiva i saperi.

Attraverso un approccio trasversale e multidisciplinare, la FiP favorisce lo sviluppo della capacità di costruire ampie cornici di senso nelle quali gli individui possano inscrivere la loro esperienza, gestire situazioni complesse, analizzare i saperi, le “teorie in uso” e i modelli mentali messi in campo nell’affrontare la realtà, e apprendere dall’esperienza. La FiP si realizza mediante pratiche grazie alle quali è possibile affrontare le implicazioni filosofiche della vita organizzativa senza dimenticare temi - centrali per la teoria e la pratica manageriale - che presentano una evidente natura filosofica quali i presupposti del management, i suoi concetti chiave come leadership, sense-making, efficacia, strategia, ecc., i suoi miti e rappresentazioni, le metodologie adottate per il decision-making e il controllo, per l’analisi e la progettazione organizzativa, per la definizione degli obiettivi e la misurazione delle performance, ecc, i temi etici e quelli legati ai diritti dei lavoratori.
Rispetto a temi come questi, l’impiego di tecniche e metodi specificamente filosofici può aiutare a creare i presupposti teorici e pratici dell’agire, a problematizzare i concetti fondamentali, a elaborare la visione che i manager hanno di se stessi e delle organizzazioni e a strutturare specifiche metodologie. Tutto questo nella direzione dell’apprendimento individuale e organizzativo insieme.

VV: Mi sembra di capire, stando a quello che hai detto fino ad ora, che la FiP possa dare a chi lavora in un’organizzazione, magari in posizioni manageriali, competenze “filosofiche”, che tu hai descritto molto bene, che vanno ad affiancare altre competenze più specialistiche. Mi piacerebbe però sapere se il master forma alla professione del “filosofo pratico” e, se sì, cosa andrà a fare quindi il filosofo pratico in un’organizzazione?

MIG: Il master è nato per rispondere a due esigenze potenzialmente complementari. La prima: aiutare chi già opera nelle aziende e ha una competenza di base filosofica – o più in generale umanistica – a utilizzare appieno una tale formazione universitaria nel contesto organizzativo in cui si trova, coniugandola con le proprie competenze specialistiche, anche ampliandole. La seconda: offrire, a chi ha questa formazione universitaria e desidera candidarsi per l’inserimento all’interno di una organizzazione, una formazione di base in general management per poter essere rapidamente operativo.
In via generale il “filosofo pratico” potrebbe essere definito come un “consulente di processo” (il riferimento è certamente a Schein) anche laddove, dentro un’organizzazione, si ponga come fornitore interno di un cliente interno. La nozione di consulenza di processo implica che il consulente, chiamato a operare in un’organizzazione, non sia visto come un esperto di contenuti ma come un professionista in grado di facilitare il compiersi di un percorso che vede come attore primario il cliente il quale, avendo una conoscenza migliore del proprio problema rispetto al consulente, sarà anche in una posizione migliore per individuare e valutare le diverse possibilità di azione. Il “filosofo pratico” agisce quindi nella relazione, facendola diventare un'opportunità di crescita professionale e personale per i singoli e per l’organizzazione nel suo complesso, in modo da far emergere le soluzioni dal contesto stesso vincendo le resistenze e le difese sempre presenti negli ambienti organizzati, soprattutto nei momenti di cambiamento.
Il “filosofo pratico” spinge la riflessione verso aspetti che sono a monte e che una pratica filosofica può aiutare a portare allo scoperto. Il suo intervento, spesso, affronta una situazione indeterminata in cui il problema è sentito, ma non ancora definito. E il primo passo consiste proprio nell’individuare il problema, articolarlo, analizzarlo ed esplicitarlo, fermo restando il fatto che la sua definizione non è il risultato della diagnosi di un consulente ma il punto di arrivo dell’attivazione di processi individuali e di gruppo proposti e facilitati dal filosofo.

VV: Qual è stato il motivo che vi ha spinto a progettare e proporre questo Master e qual è secondo te il suo valore aggiunto rispetto all’attuale offerta di master in Italia? Ci sono esempi di corsi di questo genere in altri paesi?

MIG: Il Master ha, a mio avviso, un grande valore aggiunto: quello di introdurre nelle organizzazioni una capacità di riflessione articolata all’altezza della complessità del sistema, in grado di guidarle ampliando il loro orizzonte simbolico e arricchendo il loro pensiero. Devo ammettere che ci siamo quasi sentite chiamate a pensarlo e a organizzarlo alla luce di molti anni di esperienza nelle organizzazioni (aziende e non) in posizioni manageriali o come consulenti. Lavorando in particolare sui temi di strategie o di sviluppo organizzativo e delle persone, spesso abbiamo operato filosoficamente ma sostanzialmente “in incognito” e abbiamo potuto apprezzare il plus apportato dalla filosofia sia sui temi di sviluppo del business (anche in senso lato) che su quelli più gestionali.

Penso che adesso i tempi siano maturi per venire allo scoperto e perché la filosofia possa entrare a pieno titolo nelle organizzazioni, a maggior ragione in quelle che presentano un maggior grado di complessità, per dare il proprio contributo nello sviluppo di nuovi modelli di business e organizzativi e in una “costruzione di senso” che aiuti le persone a stare meglio e in modo più consapevole negli ambienti di lavoro e le organizzazioni a essere sempre di più “organizzazioni che apprendono”.
Non mi risulta che all’estero ci siano ancora percorsi di questo tipo, ovvero strutturati e sistematici come un master anche se ci sono molte iniziative più frammentate. Ne ho parlato con colleghi stranieri (alcuni dei quali faranno parte del corpo docente del master) e ho riscontrato il massimo apprezzamento per un’iniziativa che risponde a un’esigenza dei nostri tempi e che è spesso oggetto di articoli anche su autorevoli riviste di business come la Harvard Business Review. D’altra parte da anni, e non solo nel mondo occidentale, si parla di Philosophy for management e si fa ricerca e si organizzano convegni e seminari in tale ambito.

VV: Quali sono i pre-requisiti che consideri fondamentali per trarre il massimo beneficio dalla partecipazione al Master?

MIG: Ci rivolgiamo in particolare a coloro che hanno una formazione filosofica e umanistica proprio perché, per tutto quanto detto finora, chi ha questo tipo di formazione può essere molto prezioso nelle organizzazioni quando abbia integrato questa propria competenza distintiva con le altre competenze necessarie per inserirsi proficuamente in un determinato contesto lavorativo. Riteniamo che acquisire un profilo da "filosofo pratico", che renda pronto a operare concretamente con la propria peculiare "inclinazione filosofica" in un mondo che ha sempre più necessità di un “pensiero nuovo” e che da anni auspica un “cambio di paradigma”, possa essere molto apprezzato sia dal mercato delle imprese innovative sia dai recruiter più aperti al futuro.
Il percorso formativo è articolato in maniera da far conoscere ai partecipanti la complessa e articolata realtà delle organizzazioni attraverso “le lenti” della FiP, valorizzando l’interconnessione tra due fil rouge che percorrono tutto il master intrecciandosi continuamente.

Il primo è quello che potremmo ricondurre alla formazione sui temi del general management. Esperti della vita organizzativa e delle discipline ad essa connesse guideranno i partecipanti nell’esplorazione degli ambiti in cui un filosofo può più proficuamente inserirsi. Una sorta di viaggio all’interno delle aree tematiche di una organizzazione “tipo” per conoscerne gli elementi principali, il linguaggio e le funzioni.
Il secondo è quello della formazione peculiare del “filosofo pratico”. Ogni tematica di cui sopra sarà oggetto di un laboratorio di pratica filosofica nel quale, sottoponendone a un esame critico presupposti e architetture, saranno evidenziate le opacità e le contraddizioni ma anche le possibili nuove luci e gli spazi nei quali seminare pensieri nuovi. Grande attenzione, inoltre, sarà dedicata allo sviluppo della consapevolezza attraverso momenti esperienziali dedicati. 

E’ chiaro che il massimo della potenzialità di un’ offerta del genere viene espresso nella frequenza dell’intero percorso. Abbiamo però voluto prevedere anche una modalità di fruizione diversa. È possibile, infatti, una frequenza parziale, finalizzata all’acquisizione di competenze specifiche in una o più delle aree tematiche. Penso ad esempio alla pubblica amministrazione, dove enti o dipartimenti possono essere interessati a far frequentare specifici moduli del master al proprio personale laureato. Per questo tipo di frequenza sono ammesse anche lauree diverse da quelle umanistiche.

VV: Quali organizzazioni secondo te oggi potrebbero essere più “aperte” a un approccio di questo genere e quindi interessate ad acquisire competenze non solo specialistiche ma anche “filosofiche”?

MIG: Penso in particolare ad aziende e organizzazioni, come ad esempio le imprese green e le ONG, che sono attente alla visione sistemica e desiderose di innovare sia nei modelli di business che in quelli organizzativi e che già mostrano notevole interesse per questa nuova figura professionale capace di integrare l’approccio sistemico e umanistico con una buona conoscenza delle dinamiche organizzative e dei mercati.

Intervista a cura di Valeria Verga - Roma, 10 luglio 2013

venerdì 3 maggio 2013

Linguaggio e realtà


In un certo senso, come dice Husserl, tutta la filosofia consiste nel restituire un potere di significare, una nascita del senso o un senso selvaggio…

E in un certo senso, come dice Valery, il linguaggio è tutto, perché esso non è la voce di nessuno, perché è la voce stessa delle cose, delle onde e dei boschi.

Si deve altresì comprendere che dall'una all'altra cosa non c'è rovesciamento dialettico, noi non abbiamo il compito di riunirle in una sintesi: esse sono due aspetti della reversibilità che è la verità ultima.


Merleau Ponty Il Visibile e l'Invisibile, Bompiani, 2007, pag. 170

mercoledì 10 aprile 2013

Punti di vista

Gli esseri umani sono cose di dimensioni variabili.

I più piccoli lo sono talmente che se altri esseri umani più grandi non li portassero dentro un piccolo veicolo, non tarderebbero a essere calpestati.
I più alti raramente superano i 200 centimetri di lunghezza. Un dato sorprendente è che quando giacciono distesi misurano sempre stranamente lo stesso.

Alcuni hanno baffi, altri barba e baffi. Quasi tutti hanno due occhi, che possono essere situati nella parte anteriore o posteriore della testa, secondo da che parte li si guarda.

Deambulando si spostano da dietro in avanti, per la qual cosa devono controbilanciare il movimento delle gambe con un vigoroso sbracciamento. I più frettolosi rinforzano lo sbracciamento mediante borse di pelle o di plastica o valigette denominate Samsonite, fatte di materiale proveniente da un altro pianeta.

Il sistema di spostamento delle automobili (quattro ruote accoppiate piene d’aria fetida) è più razionale, e permette di raggiungere velocità superiori. Non devo volare né spostarmi a testa in giù se non voglio esser preso per un eccentrico.

Nota bene: mantenere sempre in contatto col terreno un piede – uno qualsiasi dei due – o l’organo esteriore denominato culo.


Da Eduardo Mendoza “Nessuna notiza di Gurb”, Feltrinelli 2003



martedì 12 marzo 2013

Il Principe e il Mago

C’era una volta un giovane principe che credeva in tutte le cose tranne in tre. Non credeva nelle principesse, non credeva nelle isole, non credeva in Dio.


Il re suo padre gli diceva che queste cose non esistono. Siccome nei dominii paterni non vi erano né principesse né isole né alcun segno di Dio, il principe credeva al padre.


Ma un bel giorno il principe lasciò il palazzo reale e giunse al paese vicino. Quivi, con sua grande meraviglia, da ogni punto della costa vide delle isole e, su queste isole, strane e inquietanti creature cui non si arrischiò di dare un nome. Stava cercando un battello, quando lungo la spiaggia gli si avvicinò un uomo in abito da sera, di gran gala.

“Sono vere isole, quelle?”, chiese il giovane principe.

“Certo, sono vere isole”, rispose l’uomo in abito da sera.

“E quelle strane e inquietanti creature?”.

“Sono tutte genuine ed autentiche principesse”.

“Ma allora anche Dio deve esistere!”, gridò il principe.

“Sono io Dio”, rispose l’uomo in abito da sera con un inchino.

Il giovane principe tornò a casa al più presto. “Eccoti dunque di ritorno”, disse il re suo padre. “Ho visto le isole, ho visto le principesse, ho visto Dio”, disse il principe in tono di rimprovero.


Il re rimase impassibile. “No esistono né vere isole né vere principesse né un vero Dio”.

“Ma è ciò che ho visto!”

“Dimmi com’era vestito Dio”.

“Dio era in abito da sera, di gala”.

“Portava le maniche della giacca rimboccate?”


Il principe ricordava che erano rimboccate.


Il re rise. “E’ la divisa del mago. Sei stato ingannato”.


A queste parole il principe tornò nel paese vicino e si recò sulla stessa spiaggia dove s’imbatté nell’uomo in abito da sera.


“Il re mio padre mi ha detto chi sei” disse indignato.


“L’altra volta mi hai ingannato, ma non mi ingannerai ancora. Ora so che quelle non sono vere isole né vere principesse, perché tu sei un mago”. L’uomo della spiaggia sorrise.


“Sei tu che t’inganni ragazzo mio. Nel regno di tuo padre vi sono molte isole e molte principesse. Ma tu sei sotto l’incantesimo di tuo padre e non le puoi vedere”.


Il principe tornò a casa pensieroso. Quando vide il padre, lo fissò negli occhi.


“Padre, è vero che tu non sei un vero re ma un mago?” Il re sorrise e si rimboccò le maniche.

“Sì, figlio mio, sono solo un mago”.


“Allora l’uomo della spiaggia era Dio”


“L’uomo della spiaggia era un altro mago”.


“Devo sapere la verità, la verità dietro la magia”.


“Non vi è alcuna verità, dietro la magia”, disse il re.


Il principe era in preda alla tristezza. Disse: “ Mi ucciderò”.


Il re, per magia fece comparire la morte. Dalla porta la morte fece un cenno al principe. Il principe rabbrividì. Ricordò le isole belle ma irreali e le belle ma irreali principesse. “Va bene”, disse,“riesco a sopportarlo”.


“Vedi, figlio mio”, disse il re, “adesso anche tu stai diventando un mago.


Tratto da The Magus di John Fowles

venerdì 1 marzo 2013

lo spirito del tempo



Un altro ideale ci precede correndo […]: l’ideale di uno spirito che ingenuamente, cioè suo malgrado e per esuberante pienezza e possanza, giuoca con tutto quanto fino a oggi fu detto sacro, buono, intangibile, divino; uno spirito per il quale il termine supremo, in cui il popolo ragionevolmente ripone la sua misura di valore, significherebbe già qualcosa come pericolo, decadenza, abiezione, o per lo meno diversivo, cecità, effimero oblio di sé; è l’ideale di un umano-sovrumano benessere e benvolere, un ideale che apparirà molto spesso disumano, se lo si pone, ad esempio, accanto a tutta la serietà terrena fino a oggi esistita […] – un ideale con cui, nonostante tutto ciò, comincia forse per la prima volta la grande serietà, è posto per la prima volta il vero punto interrogativo, con cui il destino dell’anima ha la sua svolta, la lancetta si muove, la tragedia comincia…


F. Nietzche La Gaia Scienza – Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari,  V, II, 262-263, Adelphi, Milano 

martedì 19 febbraio 2013

Meteoriti



I meteoriti che hanno colpito la Russia sembrano un messaggio che un Dio stanco ha pensato di spedire alla sue creature accanite sul contingente. 

La piccola terra tonda è sempre più gremita di esseri umani e delle loro creazioni e sempre più priva di quello che una volta si chiamava sacro, spirito, religione. Le dimissioni del papa hanno ufficialmente sancito la stanchezza degli umani, il loro ripiegarsi sulle piccole vicende del proprio corpo e della propria psiche.

La pioggia cosmica è sempre in corso. Forse i lunatici, gli ipocondriaci sono persone colpite da meteoriti invisibili. Ormai il pianeta sembra una vasta infermeria, un ambulatorio in cui ognuno porta i suoi mali a un medico che non c’è. La malattia del mondo è aver perso sensibilità all’universo. Abbiamo dimenticato il mistero in cui siamo immersi, scambiando le misure che prendiamo alle cose con le cose stesse. Quello che accade nella nostra atmosfera, dalle campagne elettorali agli uragani, ormai non basta. Abbiamo bisogno d’altro per rinvigorire il senso della nostra presenza. Possiamo anche riprendere a produrre e consumare merci, avremo sempre più la sensazione di un gioco piccolo, asfittico.

Siamo ormai foderati dalla nostra cecità che ci impedisce di vedere e di sentire la vibrazione che ha acceso la materia e dentro la materia quel mistero ulteriore che è la coscienza.

I meteoriti dovrebbero cadere più spesso, squarciare questo lenzuolo di chiacchiere con cui abbiamo coperto la salma del mondo. Stiamo qui da mezzi addormentati, abbiamo bisogno di qualcosa che ci svegli. Altro che cacciabombardieri, dovremmo demolire ogni nascondiglio, ogni prigione. E dovremmo concordare una tregua alla guerra in atto tra le persone. Non ci prendiamo in giro. Dopo le guerre tra le tribù, dopo le guerre tra gli Stati, abbiamo inaugurato le guerre dell’io: ognuno contro tutti nella giostra dell’autismo corale.

La pioggia russa è venuta a ricordarci che siamo tutti orfani e senza un tetto. Siamo la terra, siamo gli affreschi del respiro, non gli stropicciati fantasmi che portiamo in giro.

Franco Arminio "la pioggia russa"  www.doppiozero.it