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venerdì 7 novembre 2014

Due falchi

Un grande re ricevette in dono due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al maestro di falconeria perché li addestrasse.  
Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.  “E l’altro?” chiese il re.  “Mi rincresce, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo”. 
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì nell’impresa di far  volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté far muovere il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere con grande rammarico e tristezza il falco immobile sull’albero, giorno e notte.  Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con immenso stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.  “Portatemi il fautore di questo miracolo” ordinò.  Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.  “Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?” gli chiese il re.  Intimidito e felice, il giovane spiegò:  “Non è stato difficile, maestà: io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare”.

A volte, l’Universo permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinché possiamo renderci conto di avere le ali.

martedì 29 luglio 2014

Tempo di viaggi, mezzi di trasporto e ...un padre



Negli albi illustrati per ragazzi il tema del “cammino”, inteso sia come percorso da compiere concretamente per attraversare uno spazio sia come itinerario esistenziale necessario alla crescita è frequentatissimo. Direi anzi che, sottotraccia, lo si trova, declinato attraverso modi e linguaggi diversissimi fra loro, praticamente in quasi tutte le storie per parole e immagini destinate ai bambini.

Direi anzi che, sottotraccia, lo si trova, declinato attraverso modi e linguaggi diversissimi fra loro, praticamente in quasi tutte le storie per parole e immagini destinate ai bambini. Ho in mente tre libri che svolgono questo tema in modo particolare, ossia prendendolo alla lettera, come fosse un assioma, e divertendosi poi a valutarne la tenuta, portandolo alle estreme conseguenze.  (...)


Oggi scrivo del primo di questi libri, in ordine cronologico, cioè L'uomo del camion, nel 1945. In copertina, sotto al titolo in blu, un grande pacco bianco e rosso, su cui risaltano grandi ditate scure.

In questo periodo, in cui si sente parlare spesso di padri assenti, di società senza padri, questo albo limpidissimo, che funziona come un orologio svizzero, chiarisce alcuni semplici, ma fondamentali concetti. Protagonista del libro è, come scrive Munari, “Marco, l'uomo del camion” che “vuole andare a trovare il suo bambino in occasione del suo terzo compleanno”.


Marco “prende il camion e parte. Ma al decimo chilometro il camion si ferma”. La doppia pagina mostra al lettore un signore appoggiato al cofano di un grande camion giallo; accanto a lui c'è il pacco annunciato in copertina. Il testo prosegue: “Marco resta un poco con la testa fra le mani, poi apre il camion e”. A questo punto, si volta pagina. Il pacchetto, come si nota, nel testo non è nominato, appare solo nell'immagine. E così sarà fino alla penultima pagina del libro.


Nella pagina successiva vediamo invece una bella auto verde, da cui Marco sta uscendo, tenendo il pacchetto nella mano destra. Il testo, rimasto in sospeso, continua: “tira fuori un'auto. Monta sull'auto e via. Ma al nono chilometro l'auto si ferma, Marco scende dall'auto, la smonta e tira fuori una” … fiammante moto rossa, ci mostra l'illustrazione di pagina successiva, prima ancora che leggiamo il testo.

Così, di chilometro in chilometro, in una conta alla rovescia ben segnalata al lettore dal paracarro posto lungo l'invisibile strada che accompagna il viaggio, posizionato al centro di ogni doppia pagina, il libro prosegue, con il testo che con pochissime variazioni segue il medesimo schema.



Marco, scopriamo, via via sperimenta un progressivo abbandono da parte dei mezzi su cui sale e che si ingegna di trasformare per arrivare a casa: un camion, un'auto, una moto, una bici, un monopattino, i pattini a rotelle, alla fine le scarpe. Tutti lo lasciano per strada, persino le scarpe, a cui si sciolgono i lacci, come se un incantesimo, proprio come accade nelle fiabe, gravasse sulla consegna del dono e sull'incontro dell'uomo con il suo bambino.

Il ritmo e la tensione di questa sequenza narrativa derivano dalla compresenza di cambiamento e stabilità, ripetizione e imprevisto: quello che cambia costantemente nel libro sono non solo i mezzi di trasporto, ma anche il formato delle doppie pagine che li contengono, che via via cambiano: da grandi a piccole e da piccole di nuovo a grandi, seguendo prima il rimpicciolirsi delle dimensioni dei mezzi di trasporto e poi l'aumentare della contentezza di Marco man mano che si avvicina a casa.


Quello che invece rimane sempre uguale, anche se il lettore lo trova in punto sempre diverso dell'illustrazione, è il misterioso regalo. In mezzo, a fare da trait d'union, punto di equilibrio fra cambiamento e stabilità, imprevisto e soluzione, c'è l'uomo del camion in movimento costante,  felicemente impegnato a tenere insieme l'ordine delle cose scompaginato dal caos e reimpaginato dalla sua fantasia nel trovare soluzioni, in funzione della meta finale. Il suo movimento si traduce, infatti, in una progressiva riduzione di distanza da casa, in barba ai guasti al motore, alle rotture degli assi, alle ruote forate o perse. Alla fine, infatti, Marco, a piedi nudi, arriva davanti alla porta di casa e suona alla porta.

Munari, sublime inventore di libri e conoscitore di bambini, affida al lettore il compito di aprire la porticina che si apre nella pagina.

Dietro appare il tanto atteso bambino. Il testo, nascosto dietro al battente della porta, recita:

“Oh! ciao papà!
ciao ciao
ciao ciao ciao.

E tutti furono felici.

Ma cosa c'era in quel pacchetto?”


Da cosa si misura la bravura di un autore di libri illustrati?

Dal fatto, per dirne una, che sa che il bambino protagonista del libro, in cui il lettore si immedesima, è contento, più di ogni altra cosa, di vedere il suo papà. Ma che sa anche che il bambino che sta leggendo il libro, e per cui il libro è stato scritto, è curiosissimo di sapere cosa ci sia nel pacchetto di cui sta seguendo le peripezie fin dalla prima pagina. Ed è a lui, infatti, che si rivolge la voce fuori campo in grassetto, nel testo. Perché se questa è la storia di un papà che deve farcela ad arrivare a casa in tempo per festeggiare il compleanno del figlio, è anche quella di un regalo che deve rivelare il suo contenuto, perché non c'è maggiore sorpresa, per un bambino, di quella di un regalo.



Con un colpo da maestro, infatti, Munari regala al lettore un'altra pagina, dopo avergli fatto credere che il libro si fosse concluso con l'aurea fine di tutte le storie: “E tutti furono felici”. Quello che aspetta il lettore è un secondo finale, che arriva come una inattesa, e perciò più grande, sorpresa: una pagina che in uno schema circolare riprende quella in copertina, dove campeggia il pacchetto chiuso su sfondo bianco. Anche in questo caso, il piacere concreto di aprirlo per scoprire cosa contenga è lasciato al lettore, proprio come se, fin dall'inizio, fosse stato lui il suo destinatario ideale.

Che cos'è un padre? A stare a Marco, padre non ordinario non solo per il 1945, ma anche per il 2014, è un signore che fa di tutto, anche camminare a piedi nudi, per arrivare dal suo bambino il giorno del compleanno; che esercita la funzione fondamentale della guida, non solo in senso letterale, e non solo di un camion o di una automobile, ma anche di un monopattino e sa quando è il momento di guidare gli uni e l'altro; che sa accettare il caso e gli imprevisti senza avvilirsi troppo e perdere la pazienza; che trova il modo di risolvere le cose con immaginazione; che sorride al pensiero di rivedere il suo bambino; che non pensa sia importante regalare qualcosa di grosso e costoso, ma preferisce piccoli oggetti diversi, quanti forse sono stati i pensieri che ha rivolto al bambino mentre era lontano; che non teme di mostrarsi al figlio come è, senza camion e stringhe, perché sa che quello che conta per il bambino è la sua presenza; che sa che una sorpresa è una cosa molto seria per un bambino; che sa che un bambino quando è felice dice ciao sei volte, preceduti da un Oh e seguiti da tanti punti esclamativi; che a un lieto fine ne sa fare seguire subito un altro, ancora più sorprendente, perché sa che la felicità è una cosa importante che grandi e piccoli costruiscono insieme, vicini e lontani, legati dalla fiducia reciproca.



di Giovanna Zoboli  su Doppiozero

martedì 3 giugno 2014

La storia dell'ego



Un giorno Dio fu sorpreso di ricevere dall’Ego la richiesta di un incontro. Essendo amorevole e compassionevole, gli concesse un appuntamento.
Quando l’Ego fu alla Sua presenza, prima che parlasse, Dio gli chiese: “Perché sei così triste e angosciato? Cosa ti turba?” L’Ego rispose: “Santità, come posso non essere triste quando tutti, su Vostro comando, cercano di eliminarmi? Vi prego, aiutatemi!” Dio ebbe compassione e chiese: “Cosa posso fare per te?” L’Ego rispose: ”Santità, comandate che smettano di farlo!” Dio disse: “Mi spiace davvero, ma non posso, perché non sarebbe bene per te. Fammi piuttosto un’altra richiesta”. L’Ego disse: “Maestà, se non volete esaudirmi, allora fatemi questo dono: qualsiasi metodo, qualsiasi farmaco le persone creino per eliminarmi, diventi cibo per la mia sopravvivenza”. Dio, essendo amorevole e compassionevole, acconsentì a quella richiesta, ma aggiunse: “Ricordati che, nel momento in cui le persone smetteranno i loro sforzi per eliminarti, allora morirai”.

L’Ego, soddisfatto, ritornò sulla terra. Divenne molto forte e potente. Ogni metodo escogitato per eliminarlo diveniva per lui cibo, perciò era invincibile. Finché le persone si sforzavano di eliminarlo, non aveva motivo alcuno di preoccuparsi, e se ne stava sereno e indisturbato. Invece coloro che avevano cercato invano in ogni modo di ucciderlo, e vivevano una grande frustrazione, chiesero infine udienza a Dio, che la concesse immediatamente. Quando furono alla Sua presenza, chiese loro: “Perché siete tutti tristi e preoccupati? Cosa vi turba?” Ed essi risposero: “Santità, ci avete comandato di eliminare l’Ego: abbiamo provato con tutti i mezzi, ma senza successo. Al contrario, più ci proviamo, più diviene forte. Non sappiamo più cosa fare: per favore, aiutateci!” Dio ebbe compassione di loro, e disse: “ I vostri metodi e i vostri sforzi producono nuova vita per l’Ego e lo rendono sempre più forte. D’ora in poi non praticate alcun metodo e non fate alcuno sforzo per eliminarlo. Si estinguerà da sé”.

Obbedendo alle istruzioni di Dio, le persone smisero di sforzarsi per eliminare l’Ego. L’assenza di sforzo consentì alla mente di rilassarsi e condusse al completo silenzio. Quel silenzio fece comprendere all’Ego che la sua fine era vicina ed ebbe paura. Immediatamente chiese di essere ricevuto da Dio, che lo accolse prontamente.
Quando fu al Suo cospetto, Dio gli chiese:” Ego, cosa ti preoccupa?” L’Ego rispose: “Maestà, la mia vita è in pericolo. Le persone non stanno facendo più alcuno sforzo per eliminarmi. Temo che la mia fine sia vicina. Per favore, aiutatemi!” Dio gli chiese: “Cosa posso fare per te?” L’Ego rispose: “Santità, non voglio morire. Dite a tutti di sforzarsi in ogni modo di eliminarmi, così che io possa sopravvivere!” Dio disse: “Mi spiace, non posso, perché non sarebbe bene per te. Fammi piuttosto un’altra richiesta”.  L’Ego disse: “O Dio pietoso e compassionevole, il mio unico desiderio è di vivere permanentemente. Concedimi la vita eterna!” Dio ebbe compassione e gli disse: “Ego, non temere. Quando le persone non fanno alcuno sforzo per eliminarti, esse realizzano che ciò che tu stai in realtà cercando sono Io, la Vita Eterna; solo che Mi stai cercando nella direzione sbagliata. Anche tu comprenderai che la tua reale vocazione è servire Me, e non i tuoi scopi. Solo morendo all’ignoranza potrai scoprire la tua vera vocazione, cioè la Vita Eterna. Rinuncia all’ignoranza e abbandonati a Me; in questo modo diverrai il Mio veicolo. Il tuo desiderio di divenire giungerà alla fine e potrai manifestare in te e attraverso te la Mia vita, così come la Luna manifesta la luce del Sole. Questo modo di vivere si chiama dispiegamento. Significa manifestare le Mie qualità nelle relazioni. In questo modo tu vivrai in eterno, servendo Me”.

L’Ego era davvero felice e ritornò sulla terra. Ora tutti si accorsero che  era silenzioso, ma senza di lui si ritrovarono incapaci di relazionarsi nel mondo. Essi avevano bisogno dell’Ego. Perciò chiesero nuovamente di essere ricevuti da Dio, che subito acconsentì. Quando furono al Suo cospetto, Egli chiese loro: “Cosa vi preoccupa?” E loro risposero: “Maestà, abbiamo scoperto di aver bisogno dell’Ego per operare nel mondo. Senza Ego siamo come una stanza senza porta. Per favore, aiutateci!” Dio rispose: “Scopo dell’Ego è servire Me, dispiegare la Mia vita, non il divenire. Dialogate con l’Ego, rendetelo capace di comprendere la sua vera vocazione e aiutatelo ad abbandonarsi a Me”.

Tutti furono felici e tornarono sulla terra a dialogare con l’Ego. L’Ego, che già conosceva la sua vocazione, rinunciò all’ignoranza e si abbandonò a Dio. Egli divenne il veicolo di Dio e ricevette il dono dell’immortalità: la Vita Eterna.


http://www.interdependence.eu/newsletter/88-testi/riflessioni/471-tre-parabole.html

giovedì 13 marzo 2014

Le "città invivibili"


"Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili"

Italo Calvino, conferenza del 29 Marzo 1983 alla Columbia University di New York

« È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra.» 
(…)

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.» 

Italo Calvino, Le Città Invisibili, 1972

venerdì 7 marzo 2014

L’errore signore dell’universo


L'errore è una questione di interferenza; una forza agisce su un'altra e la devia dal suo cammino; e poiché nel mondo (e nell'universo) ci sono tante forze in azione, si può dire che ci possono essere solo errori.
Ma come può Dio Onnipotente aver fatto a un certo punto del tempo (o del non tempo) un errore? Beh, l'errore è sempre un'interferenza di forze; dunque immaginiamo Dio assopito, miliardi di miliardi di anni. Sognava? No, non sognava, era imbambolato, non ancora nella fase Rem, che è piena di sogni; era in quel dormiveglia demente che somiglia a uno stato di anestesia. Poi cosa è successo? Un'esplosione, dicono, quindici miliardi di anni fa. L'ipotesi che oggi prevale è che Dio avesse accanto una bombola di gas, cioè non di gas molecolare come il metano o il propano, ma di plasma supercompresso che ha un rendimento rispetto al metano molto superiore, anzi, massimo, Dio va pensato come un super ricco che ha sempre il meglio. E poi dicono che Dio stesse fumando, cioè si era addormentato con la sigaretta in bocca, non si sa quando, prima del tempo. Dio era un gran fumatore, lo era sempre stato, accanito, ed essendo onnipotente fumava una sigaretta che non finiva mai, la brace sempre nello stesso punto, e lui che tirava una boccata eterna, senza far sosta per espirare.
L'obiezione è: se era onnipotente come mai non aveva smesso di fumare con un atto onnipotente di volontà? La risposta è che Dio era a favore del fumo, sia nei cinema che nei locali pubblici, nelle scuole, in autobus; ossia Dio non riteneva che il fumo fosse nocivo; infatti teneva sempre una sigaretta pendente dalle labbra, come si vede che fanno i gangster nei film, e in più dormiva. Ora si sa che dormire con la cicca in bocca è pericolosissimo; Dio era anche onnisciente: come mai non lo sapeva? Beh, la risposta è che lo sapeva ma se ne fregava, cioè era un irresponsabile, ed è logico che lo fosse, non aveva famiglia, figli; l'avrà poi un figlio da mantenere, disoccupato, adottato da altri, perché lui, Dio onnipotente, non si curava molto dei figli, li lasciava delinquere e sproloquiare; e quindi col metro umano era un asociale, e fumava senza riflettere sui danni alla salute sua e dei circostanti col fumo passivo. Dunque dobbiamo immaginare Dio semi sdraiato, con la cicca in bocca, solo in tutto l'universo, tranne la bombola di gas vicino a lui. Come mai c'era la bombola? Beh, l'ipotesi oggi più accreditata è che gli universi fossero due, in uno c'era Dio che fumava, nell'altro c'era una bombola. Come mai una bombola? è stato detto. Beh, è stato risposto, era la forma della divinità dell'altro universo, dove credevano in una bombola, non ci trovo niente di male, ci sono universi che credono in un maritozzo, che credono in una cipollina sott'aceto, ogni universo ha il suo simbolo, e quando si contrae si riduce a questo; per cui galleggiano nell'infinito questi oggetti incomprensibili, una cassapanca, un paio di forbicine da unghie, un filo di nailon.
Dunque nel nostro caso i due universi hanno interferito, qualcuno aveva lasciato la bombola aperta (dicono sia stato il demonio, che abitava un terzo universo ed era disordinato e distratto); fatto sta che quando a Dio è caduta la cicca di bocca c'è stata un'immane esplosione, circa quindici miliardi di anni fa, cioè il nostro universo è nato da un errore, l'hanno anche chiamata fluttuazione quantistica, che si poteva evitare, certo, se qualcuno svegliava Dio dal suo torpore, ma non c'era nessuno, neanche un segnalatore automatico di fughe di gas, Dio abbiamo detto che era un irresponsabile, ma d'altronde non poteva immaginare di avere vicino una bombola, era sorta da un'interferenza, e le interferenze sono all'origine di tutti gli errori. Se Dio avesse fumato in solitudine, che poteva succedere? Niente. Qualcuno dice un tumore ai polmoni. Ma non è provato ci sia un rapporto di causa effetto; Dio l'avrebbe saputo, sarebbe passato alla pipa, o alla sigaretta elettronica. Se non l'ha fatto, nella sua onnipotenza, significa che fumare per lui non era dannoso; anzi, magari gli faceva bene, che ne sappiamo noi di Dio, metafisicamente? Ha i polmoni? i puri spiriti hanno i polmoni? o una vescichetta di galleggiamento? o sono anfibi? Niente! Non se ne sa niente.

Comunque abbiamo appurato che all'origine c'è stato un errore; e poi nell'errore si è continuato. La Terra ad esempio lanciata nello spazio a 113mila chilometri l'ora andrebbe in linea retta per sempre, se la forza del Sole non la tirasse a sé; per cui si è arrivati al compromesso che la Terra al Sole ci gira attorno, cioè è in uno stato reiterato e continuo di errore. Da questo errore ne ha dei benefici, ad esempio viene scaldata a spese del Sole; ma se viaggiasse in linea retta nello spazio nero, potrebbe scaldarsi in maniera più autarchica con il suo nucleo incandescente; i mari potrebbero essere caldi grazie ai vulcani sottomarini, circa trenta gradi (i vulcani sono però un errore rispetto all'uniformità della crosta, come i brufoli); l'atmosfera sarebbe tiepida, e il tepore mantenuto da nubi permanenti che fan da soffitto, o involucro atermico. Non vedremmo le stelle; poco male … ci sarebbe buio, cioè non usufruiremmo delle onde elettromagnetiche nella gamma del visibile dispensate dal Sole; anche qui poco male; avremmo sviluppato un sistema percettivo come i pipistrelli, cioè un sonar, col quale avremmo una visione analoga, leggermente rallentata per gli oggetti lontani; sono sicuro che ci troveremmo bene, autonomi, in linea retta nello spazio, sempre giorno (perché il sonar non ha bisogno di luce esterna), temperatura costante; anche l'uomo avrebbe le idee più chiare, sarebbe migliore, magari volerebbe, e le sue città sarebbero nate attorno ai vulcani, che producono acqua calda e varie sostanze, come zolfo, le automobili andrebbero a zolfo, o a idrogeno per non inquinare; ci fosse un monte come su Marte, il monte Olympus, alto 27mila metri; ci affacceremmo oltre le nubi, e da lì, con apparecchi sensibili alle onde elettromagnetiche, potremmo andare a vedere le stelle, che percepiremmo come suoni, ogni stella una nota, bellissimo, l'universo come un concertino, non ci sarebbe il concetto di panorama, di bel panorama, ma di concerto, che bel concerto! che vibrazioni!



Di Ermanno Cavazzoni  - Domenica 24 del 23 febbraio 2014

giovedì 9 gennaio 2014

Materia e coscienza

“E qual è il senso della vita?”
“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”
“Tu sei strano. Sei proprio strano.”
“Sei d’accordo che hai un’anima?”
“Non so se utilizzerei quella parola.”
“Però hai una coscienza, vero?”
“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”
“Dunque hai coscienza di questo universo…”
“E di me stessa. Cogito ergo sum.”
“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”
“La materia però è arrivata prima.”
“Non è da escludere.”
“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”
“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”
“Sì.”
“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”
“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.
“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”
“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”
“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”
“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”
“Il sangue viene prima dell’amore.”
“Cos’hai detto?”
“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”
“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”
“In che senso?”
“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”
“Era questo che volevo dire.”
“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”
“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”
“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”
“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”
“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.”

Jostein Gaarder, Maya, Longanesi, 2000

mercoledì 10 aprile 2013

Punti di vista

Gli esseri umani sono cose di dimensioni variabili.

I più piccoli lo sono talmente che se altri esseri umani più grandi non li portassero dentro un piccolo veicolo, non tarderebbero a essere calpestati.
I più alti raramente superano i 200 centimetri di lunghezza. Un dato sorprendente è che quando giacciono distesi misurano sempre stranamente lo stesso.

Alcuni hanno baffi, altri barba e baffi. Quasi tutti hanno due occhi, che possono essere situati nella parte anteriore o posteriore della testa, secondo da che parte li si guarda.

Deambulando si spostano da dietro in avanti, per la qual cosa devono controbilanciare il movimento delle gambe con un vigoroso sbracciamento. I più frettolosi rinforzano lo sbracciamento mediante borse di pelle o di plastica o valigette denominate Samsonite, fatte di materiale proveniente da un altro pianeta.

Il sistema di spostamento delle automobili (quattro ruote accoppiate piene d’aria fetida) è più razionale, e permette di raggiungere velocità superiori. Non devo volare né spostarmi a testa in giù se non voglio esser preso per un eccentrico.

Nota bene: mantenere sempre in contatto col terreno un piede – uno qualsiasi dei due – o l’organo esteriore denominato culo.


Da Eduardo Mendoza “Nessuna notiza di Gurb”, Feltrinelli 2003



mercoledì 3 aprile 2013

Bramosia di futuro


Tale era l’abbondanza di frutta, specialmente lamponi, fragole, more e mirtilli, che da fine giugno a metà agosto la casa padronale si tramutava decisamente in una fabbrica, dove da mane a sera s’effettuava la lavorazione della frutta. Perfino nelle stanze di gala, tutti i tavoli erano carichi di mucchi di frutti; attorno sedevano le ancelle a mondarli, suddividendoli per sorta; riuscivano appena a venire a capo d’un mucchio, che già un altro gli dava il cambio.

Al giorno d’oggi, questa sola operazione costerebbe di per sé un sacco di soldi. A quel tempo, invece, all’ombra di un enorme tiglio centenario, sotto la diretta sorveglianza di mia madre, su mattoni sistemati a forma di quadrangolo, si cuoceva la marmellata, per cui venivano scelti i frutti più grossi e le bacche più belle. Il resto veniva utilizzato per i liquori, gli elisir, gli estratti, ecc.

Da notare che frutti e bacche fresche venivano consumati con discrezione persino dai padroni, quasi nel timore che non ce ne fosse abbastanza per le provviste. Alle «servacce» poi non se ne dava affatto (ricordo la preoccupazione di mia madre, al momento della raccolta dei lamponi «che quelle villanzone non abbiano a rimpinzarsene!»). E anche quando di frutta ce n’era, come si dice, a bizzeffe, bisognava immancabilmente aspettare che, a causa del prolungato soggiorno nelle cantine, cominciasse a muffire. Quella massa di leccornie attirava nelle stanze orde innumeri di mosche, che avvelenavano decisamente l’esistenza.

A cosa servissero quegli ammassi, non l’ho mai potuto capire. Il fenomeno può essere definito col termine inusitato di «bramosia del futuro». Grazie ad essa, anche quando una persona ha sotto gli occhi un’intera montagna di cibarie, le sembra sempre poca cosa. Il ventre umano ha dei limiti, ma l’avida immaginazione gli attribuisce misure incolmabili, e in pari tempo minacciose prospettive si profilano all’orizzonte.

Nel corso dell’anno le provviste venivano consumate con parsimonia, con avarizia quasi. Sebbene non fosse ancora giunta, si pensava che «l’ora» sarebbe suonata sicuramente e in quel momento si sarebbe spalancato un abisso misterioso che senza posa avrebbe inghiottito tutto quello che si era accumulato. Di tanto in tanto si procedeva a una revisione delle cantine e delle dispense, e sempre risultava che la metà o quasi delle provviste era andata a male.

Michail Saltykov-Ščedrin, Fatti d'altri tempi nel distretto di Pošechone, Macerata, Quodlibet 2013, pp. 20.21]



giovedì 28 marzo 2013

Ascoltare una voce che racconta


Ore 13.30. In un bar di Borgoforte dove abbiamo mangiato (...)

Rari i clienti, e il padrone si messo a raccontarci la storia di una contessa che s'era sposata con un generale dei corazzieri, “al tempo della prima guerra”, e venendo da Milano i due hanno avuto un “cattivo incidente d’auto” dove lui è morto, e dopo lei non ha mai voluto risposarsi. E da allora non ha mai voluto vendere i “prodotti da frutto” della campagna di suo marito; e i commercianti vanno a chiedere di comprare le sue pere e mele e noci, ma lei li cacia via “anche a male parole”. Però se ci sono dei bambini che vanno a rubargliele sugli alberi “lei stia pur sicuro che se la contessa li vede, si nasconde a guardarli e non dice niente, anzi è contenta".

Ascoltare una voce che racconta fa bene, ti toglie dall’astrattezza di quando sei a casa credendo di aver capito qualcosa “in generale” ed è come seguire gli argini di un fiume dove scorre qualcosa che non può essere capito astrattamente.


Gianni Celati, Verso la Foce, Feltrinelli 2011 pag. 57

martedì 12 marzo 2013

Il Principe e il Mago

C’era una volta un giovane principe che credeva in tutte le cose tranne in tre. Non credeva nelle principesse, non credeva nelle isole, non credeva in Dio.


Il re suo padre gli diceva che queste cose non esistono. Siccome nei dominii paterni non vi erano né principesse né isole né alcun segno di Dio, il principe credeva al padre.


Ma un bel giorno il principe lasciò il palazzo reale e giunse al paese vicino. Quivi, con sua grande meraviglia, da ogni punto della costa vide delle isole e, su queste isole, strane e inquietanti creature cui non si arrischiò di dare un nome. Stava cercando un battello, quando lungo la spiaggia gli si avvicinò un uomo in abito da sera, di gran gala.

“Sono vere isole, quelle?”, chiese il giovane principe.

“Certo, sono vere isole”, rispose l’uomo in abito da sera.

“E quelle strane e inquietanti creature?”.

“Sono tutte genuine ed autentiche principesse”.

“Ma allora anche Dio deve esistere!”, gridò il principe.

“Sono io Dio”, rispose l’uomo in abito da sera con un inchino.

Il giovane principe tornò a casa al più presto. “Eccoti dunque di ritorno”, disse il re suo padre. “Ho visto le isole, ho visto le principesse, ho visto Dio”, disse il principe in tono di rimprovero.


Il re rimase impassibile. “No esistono né vere isole né vere principesse né un vero Dio”.

“Ma è ciò che ho visto!”

“Dimmi com’era vestito Dio”.

“Dio era in abito da sera, di gala”.

“Portava le maniche della giacca rimboccate?”


Il principe ricordava che erano rimboccate.


Il re rise. “E’ la divisa del mago. Sei stato ingannato”.


A queste parole il principe tornò nel paese vicino e si recò sulla stessa spiaggia dove s’imbatté nell’uomo in abito da sera.


“Il re mio padre mi ha detto chi sei” disse indignato.


“L’altra volta mi hai ingannato, ma non mi ingannerai ancora. Ora so che quelle non sono vere isole né vere principesse, perché tu sei un mago”. L’uomo della spiaggia sorrise.


“Sei tu che t’inganni ragazzo mio. Nel regno di tuo padre vi sono molte isole e molte principesse. Ma tu sei sotto l’incantesimo di tuo padre e non le puoi vedere”.


Il principe tornò a casa pensieroso. Quando vide il padre, lo fissò negli occhi.


“Padre, è vero che tu non sei un vero re ma un mago?” Il re sorrise e si rimboccò le maniche.

“Sì, figlio mio, sono solo un mago”.


“Allora l’uomo della spiaggia era Dio”


“L’uomo della spiaggia era un altro mago”.


“Devo sapere la verità, la verità dietro la magia”.


“Non vi è alcuna verità, dietro la magia”, disse il re.


Il principe era in preda alla tristezza. Disse: “ Mi ucciderò”.


Il re, per magia fece comparire la morte. Dalla porta la morte fece un cenno al principe. Il principe rabbrividì. Ricordò le isole belle ma irreali e le belle ma irreali principesse. “Va bene”, disse,“riesco a sopportarlo”.


“Vedi, figlio mio”, disse il re, “adesso anche tu stai diventando un mago.


Tratto da The Magus di John Fowles

lunedì 8 ottobre 2012

Asma

Quando hai un attacco d’asma, ti manca il respiro. Quando ti manca il respiro, fai fatica a parlare. La frase ti rimane bloccata in gola a causa della quantità d’aria limitata che riesci a espellere dai polmoni. Non riesci a dire molto, tra le tre e le sei parole. Questo ti porta a provare rispetto per la parola. Te ne vengono in mente un sacco, di parole. Scegli le più importanti, ma anche pronunciare quelle ti costa molto. Non è come per la gente sana che butta lì tutto quello che le viene in mente come se fosse spazzatura. Quando qualcuno dice “ti amo” durante un attacco d’asma, la cosa è ben diversa. C’è una bella differenza. La differenza di una parola. E una parola è moltissimo perché quella potrebbe essere “sedersi”, “ventolin” o persino “ambulanza”.


Etgar Keret - Pizzeria kamikaze Edizioni e/o, 2003

venerdì 28 settembre 2012

Corpo Celeste


Col nome di corpi celesti venivano indicati, nei testi scolastici di anni lontanissimi, tutti que­gli oggetti che riempiono lo spazio intorno alla Terra. E anche il nome oggetto, riferendo­si a quello spazio, allora incontaminato, pu­rissimo, si colorava pallidamente di azzurro. Noi — che sfogliavamo quei testi e ammirava­mo quelle carte della volta celeste — eravamo invece sulla Terra, che non era un corpo cele­ste, ma era data come una palla scura, terro­sa, niente affatto aerea. Perciò, durante tut­ta una vita, poteva accadere che, guardando di sera, nella luce tranquilla della campagna, quel vasto spazio sopra di noi, pensassimo va­gamente: « Oh, potessimo anche noi trovarci las­sù!». Le leggende e i testi scolastici parlava­no di quello spazio azzurro e di quei corpi celesti quasi come di un sovramondo. Agli abitanti della Terra essi aprivano tacitamente le grandi mappe dei sogni, svegliavano un confuso senso di colpevolezza. Mai avremmo conosciuto da vicino un corpo celeste! Non era­vamo degni!, pensava l'anonimo studente. In­vece, su un corpo celeste, su un oggetto azzurro collocato nello spazio, proveniente da lonta­no, o immobile in quel punto (cosi sembrava) da epoche immemorabili, vivevamo an­che noi: corpo celeste, o oggetto del sovra­mondo, era anche la Terra, una volta sollevato delicatamente quel cartellino col nome di pianeta Terra. Eravamo quel sovramondo.

Quando ho compreso questo, non subito, a poco a poco, nel continuo terremoto del cre­scere, nell'amarezza di scoperte inattese (del­la infelicità, del passare delle cose), sono sta­ta presa da un senso di meraviglia, di emozio­ne indicibile. L'emozione si faceva reveren­za, diveniva la sorpresa e la gioia di una più grande scoperta, quella di un destino impa­reggiabile. Mi trovavo anche io sulla Terra, nello spazio, e il mio destino non era molto dissimile da quello degli oggetti e corpi ce­lesti tanto seguiti e ammirati. Dove avrebbe portato non sapevo: forse su, forse giù, forse nel buio, forse nella luce. Una cosa era cer­ta, era nozione ormai incancellabile: tutto il mondo era quel sovramondo. Anche la Terra e il paese dove abitavo; e la collocazione, o ve­ra patria di tutti, era quel sovramondo!

Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi 1997

giovedì 28 giugno 2012

Cos'è un problema?

«Cos’è un problema?» (…) «Ho già sentito questa parola» (…) «Ma potresti spiegarmi cosa significa?» Mi sforzai inutilmente di estrarre dalla mia memoria la definizione contenuta nel dizionario. Certo, era strano che in un mondo così affollato di problemi un adolescente non si fosse ancora mai imbattuto in quel concetto.

Alla fine, vedendo che non riuscivo a sfuggire al suo sguardo penetrante, cercai di fabbricare una spiegazione personale. «Un problema è come una porta di cui non hai la chiave.»

mercoledì 9 maggio 2012

Inferno e paradiso

Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno». Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno. C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca.

Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".

Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì.
La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio: «Non capisco!» - E' semplice, - rispose Dio, - essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé stessi.... ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell'altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi...Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura...La differenza, la portiamo dentro di noi!

Storia trovata in rete