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mercoledì 16 gennaio 2013

Clessidra Filosofica di gennaio - il tema del mese è Be-Bop


Proseguono allo Spazio dell'anima gli incontri "rizomatici" senza pubblico


La Clessidra filosofica di gennaio si terrà lunedì 21 dalle 20, 30 

 Il tema del mese è "Be-Bop".



Clessidra è' un'idea di Silvana Kuhtz e Mariarosa Pappalettera (www.poesiainazione.it)  Sulla base del tema del mese, ogni partecipante sceglie il “testo” di un grande autore da proporre a tutti gli altri: potrà essere costituito da parole, immagini, suoni, scene di film, brani musicali, canzoni, movimento di corpi ed esperienza dei sensi e anche processo del fare; può prevedere il coinvolgimento degli altri partecipanti all’incontro. 

La durata massima di ogni intervento è di 5 minuti.


Per partecipare prenota via mail (info@spazidellanima.it ) la tua partecipazione all’evento e anticipa in poche righe la natura del tuo intervento. - 


giovedì 15 novembre 2012

Clessidra filosofica di novembre.

Lunedì 19 novembre dalle 20,30 - Il tema del mese è "Marciando"

Continuano gli incontri "rizomatici" senza pubblico allo Spazio dell'Anima.

Per partecipare prenota via mail
(info@spazidellanima.it ) la tua partecipazione all’evento e anticipa in poche righe la natura del tuo intervento
.

Clessidra è' un'idea di Silvana Kuhtz e Mariarosa Pappalettera (www.poesiainazione.it) che si realizza con successo a Bari ormai da due anni. Sulla base del tema del mese, ogni partecipante sceglie il “testo” di un grande autore da proporre a tutti gli altri: potrà essere costituito da parole, immagini, suoni, scene di film, brani musicali, canzoni, movimento di corpi ed esperienza dei sensi e anche processo del fare.

Per saperne di più:
http://www.bottegafilosofica.it/Home/Programma-A.A.-2012-13/Clessidra-filosofica/Clessidra-filosofica-di-novembre.-Il-tema-del-mese-e-Marciando-/#sthash.LrgJ2h3Y.dpuf

mercoledì 9 maggio 2012

Inferno e paradiso

Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno». Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno. C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca.

Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido e malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".

Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì.
La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio: «Non capisco!» - E' semplice, - rispose Dio, - essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé stessi.... ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell'altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi...Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura...La differenza, la portiamo dentro di noi!

Storia trovata in rete

giovedì 8 marzo 2012

Le Cicale di Ermanno Cavazzoni

La cicala effettivamente passa l'estate a cantare (in greco si dice achete per questo), ed è falso che poi d'inverno vada a chiedere il cibo alla formica, sia perché la cicala si nutre di rugiada, dice Plinio (Nat. hist., XI, 32), sia perché non ha la bocca, ma una specie di piccola lingua con cui lecca la rugiada. Poi se la cicala si presentasse alla porta della formica il primo problema sarebbe quello della comunicazione, perché è noto che le formiche non parlano, o se parlano, parlano talmente piano che nessuno finora, anche con degli apparecchi acustici, è riuscito a sentirle. Mentre la cicala è abituata ad urlare, ed urla sempre la stessa canzone, che può avere diverse intonazioni da soggetto a soggetto o da luogo a luogo, ma fondamentalmente ripete sempre lo stesso concetto, che è un'affermazione, una specie di sì ripetuto, sì sì sì sì, che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti, e che al mondo ci vuole dell'ottimismo, e l'ottimismo ridà vigore ai mercati, la gente spende, i consumi aumentano, le industrie producono, è un circolo, e quindi si dimostra che l'ottimismo alla fine produce le condizioni per essere ottimisti. Infatti la cicala succhia la rugiada al mattino presto, poi quando non ce n'è più e si entra in una fase di depressione economica che gli analisti giudicherebbero nera, di lunga durata, perché è estate, c'è caldo e il sole potrebbe restare in cielo fermo e asciugare tutto per dei mesi, quindi chi avesse ancora della rugiada dovrebbe fare come la formica e metterla via, risparmiarla; ecco che invece la cicala salta su un ramo e si mette a dire di sì: sì sì sì sì, cioè a esprimere sinteticamente l'ottimismo, che la rugiada adesso manca ma tornerà, i mercati riprenderanno vigore, per dirla con il linguaggio degli analisti, e tutta la mattina la passa a dir sì, e questo è comprensibile, perché è ancora sazia e contenta, ma a mezzogiorno e nelle prime ore del pomeriggio, quando brucia di più il solleone e ci si aspetterebbe un prevalere della sfiducia, cioè la classica caduta dei titoli azionari e dell'indice MIB, più che mai la cicala grida il suo ottimismo, mentre la formica laggiù in terra con una diversa teoria di mercato fondata sull'accumulo dei beni primari nella prospettiva che tutto inevitabilmente a un certo punto andrà male e crollerà l'agricoltura, la zootecnia, la meteorologia sarà avversa eccetera, la formica come è noto lavora e risparmia, e non compera titoli in Borsa né fa mutui a tasso variabile o tenta di speculare su consiglio della sua banca che dice di far gli interessi del cliente ma in realtà fa i suoi, esclusivamente. Dal punto di vista della cicala, quella della formica è un'economia primitiva, che non tiene conto degli aspetti psicologici del mercato, e di come la ricchezza sia svincolata dall'effettivo possesso, quindi continua a gridare sì per tutto il pomeriggio, da tutti gli alberi, per chilometri e chilometri di campagna; questo sì, che fa venire mal di testa, si chiama frinire, il frinire delle cicale, che è come dire la loro scienza economica, la quale forse è più giusto chiamarla ideologia, tanto è ostinata e sincera, contro tutte le constatazioni di fatto, che cioè arde il sole, tutta la rugiada è evaporata e chi può dire se mai tornerà? Finché a forza di cantare a turno o in coro, confermandosi reciprocamente, e in modo che quando una smette un'altra attacca, e non ci sia mai calo dell'ottimismo economico, viene la sera, attaccano i grilli, che come è noto fanno cri cri, che significa crisi, i grilli sono obiettivi, si riferiscono alla giornata, che è crollata, la luce è crollata, le fonti di calore crollate, sono catastrofisti e gridano tutta la notte perché si faccia qualcosa o dal buio non si uscirà. Ma le cicale nel frattempo sono cadute addormentate (per la fatica di sostener l'ottimismo) e non sentono.
Le formiche dal canto loro hanno chiuso le porte e son là tutta notte che contano.
Poi viene l'aurora, poi l'alba, e su tutti gli alberi, sull'erba eccetera, c'è la rugiada, la quale è venuta in seguito all'ottimismo, senza ottimismo non ci sarebbe stata questa nuova euforia dei mercati (dove per mercati intendono l'erba) e la fiducia degli investitori (che non si sa chi sono), è un fatto psicologico, dicono le cicale, o pensano, perché quanto a dire, dopo aver mangiato e bevuto, riprendono a dire il loro perpetuo sì.
E così tutto luglio, agosto, un po' di settembre se fa ancora caldo, e ai primi freddi muoiono tutte; una catastrofe (dicono le formiche), un'ecatombe. Ma le cicale non lo vengono a sapere di questa loro ecatombe; non c'è uno storiografo, un Tucidide ad esempio, che sopravviva; e se ci fosse a chi lo racconterebbe?
Quindi mentre la formica rabbrividisce col metabolismo ridotto e rosicchia al buio i suoi sacchi di grano, nessuna cicala viene a bussare alla porta. Loro continuerebbero a dir sì anche nell'aldilà, ce l'avessero, ma è improbabile. E in ogni caso le cicale, prima di morire, nei pochi attimi di pausa dal sì, credendo di fare i loro bisogni escrementizi, con l'ovidotto hanno deposto sotto terra le uova; le quali aspettano tranquille che sia finita la grande depressione economica per ricominciare a giugno da capo col loro ottimismo inguaribile.

Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, Guanda, Parma, 2011



giovedì 23 febbraio 2012

COSMOLOGIA DI UNA MASSAIA di Valter Binaghi


Curvo sotto il peso di gravi pensieri il filosofo passeggiava nel giardino della sua casa: contava mentalmente i passi che la critica deve percorrere per giungere dal verosimile al certo.
Tutto assorto nel suo compito, passò davanti alla finestra della cucina e vide sua moglie,intenta ad impastare una focaccia. Con viso lieto la donna lavorava,e scandiva la fatica cantando una strana canzone. Il filosofo porse orecchio per origliare di nascosto.
La canzone diceva così :
Il segreto di una buona focaccia
è nascosto nel cuore di Dio.
Non è forse simile alla sua la mia opera ?
Impastò acqua e terra, come io faccio con la farina,
poi mise l’anima come un lievito
ed espose il mondo al sole, perchè ogni germoglio
si destasse all’ora giusta.
Non fu forse lui ad insegnarci l’arte del fuoco?
Per imparare basta far silenzio ed ascoltare
!”
Il filosofo si affacciò al davanzale e le gridò: “Donna,la fatica dei dotti è stata dunque vana, se tu non cessi di riverire i parti grotteschi della fantasia! Quali sciocche opinioni vuoi trasmettere ai tuoi figli, sottraendoli all’apprendistato della ragione? Chetati,che ti possono sentire!”
Rispose la donna: “Se tu sai distinguere la Verità dall’Illusione, per quale motivo non ridi nè canti mai, non mostri felicità per le altezze da te raggiunte – non si sta bene lassù, presso il Sole?”
Il filosofo scosse la testa: “Che cosa ha a che fare la Bellezza con la Verità? Anzi è il loro divorzio che ha finalmente liberato gli uomini dai miti. Sappi che il filosofo è grave proprio perchè la sua mente è spoglia di queste facili consolazioni. Eppoi la scienza è studio severo, non frivolezza di danza”
“Lasciami allora”, disse la donna, “lasciami al mio umile impasto. Io non arrivo a comprendere la nobiltà della tua Scienza. Mettendo il lievito nella pasta e sedendo ad aspettare, mi contento di veder nascere il mondo”.
http://valterbinaghi.wordpress.com/

sabato 4 febbraio 2012

Il pescatore e il turista

In un porto della costa occidentale europea un uomo vestito poveramente se ne sta sdraiato nella sua barca da pesca e sonnecchia.
Un turista vestito con eleganza sta appunto mettendo una nuova pellicola a colori nella sua macchina fotografica per fotografare quella scena idillica: cielo azzurro, mare verde con pacifiche, candide creste di spuma, barca nera, berretto da pescatore rosso. Clic. Ancora una volta: clic, e siccome non c’è due senza tre, ed è sempre meglio essere sicuri, una terza volta: clic. Quel rumore secco, quasi ostile sveglia il pescatore mezzo addormentato, che si drizza pieno di sonno, cerca, pieno di sonno, il suo pacchetto di sigarette, ma prima di averlo trovato lo zelante turista gliene mette già un altro sotto il naso, gli ha infilato una sigaretta non proprio in bocca ma tra le dita, e un quarto clic, quello dell’accendino, conchiude quella sollecita cortesia. Quell’eccedenza quasi impercettibile, assolutamente indimostrabile di scattante cortesia ha provocato un irritato imbarazzo che il turista, il quale conosce la lingua locale, cerca di superare entrando in conversazione.
- Oggi lei farà una buona pesca.
Il pescatore scuote la testa.
– Perché? Non uscirà al largo? Il pescatore scuote la testa; crescente nervosismo del turista. Deve stargli proprio a cuore il bene di quell’uomo poveramente vestito, e certo lo tormenta il pensiero di quell’occasione perduta. – Oh, lei non si sente bene?

Finalmente il pescatore passa dal linguaggio dei segni alla parola articolata. – Mi sento benone, – dice. – Non mi sono mai sentito meglio. Si alza, si stira come per far vedere l’atleticità del suo fisico. – Mi sento una cannonata. Il volto del turista assume un’espressione sempre più infelice, non può più reprimere la domanda che, per così dire, minaccia di fargli scoppiare il cuore: – Ma allora perché non esce al largo?
La risposta arriva subito, asciutta. – Perché l’ho già fatto stamattina.- - E’ stata una buona pesca?- - Talmente buona che non ho bisogno di uscire un’altra volta, ho preso quattro aragoste, quasi due dozzine di maccarelli… Il pescatore, finalmente sveglio, ora si scioglie e dà qualche rassicurante pacca sulla spalla al turista. La sua faccia preoccupata gli sembra l’espressione di un’ansia magari fuori posto ma commovente. – Ne ho persino abbastanza per domani e dopodomani, – dice per sollevare l’animo dello straniero. – Fuma una delle mie sigarette? – Sì, grazie. I due mettono in bocca le sigarette, un quinto clic, lo straniero si siede scotendo la testa sul bordo della barca, mette da parte l’apparecchio fotografico perché adesso gli servono tutte e due le mani per dare forza al suo discorso.
– Io non voglio immischiarmi nei suoi affari privati, – dice, – ma immagini di uscire al largo, oggi, una seconda, una terza, magari una quarta volta e di pescare tre, quattro, cinque, forse addirittura dieci dozzine di maccarelli… se lo immagini un po’. Il pescatore annuisce. – Faccia conto,– continua il turista, – che non solo oggi, ma domani, dopodomani, in ogni giorno favorevole lei esca al largo due, tre, magari quattro volte… Lo sa che cosa succederebbe? Il pescatore scuote la testa.
- In un anno al massimo lei potrebbe comprarsi un motore, entro due anni una seconda barca, fra tre o quattro anni lei potrebbe forse avere un piccolo cutter, con le due barche o il cutter lei naturalmente pescherebbe molto di più. Un bel giorno lei avrebbe due cutter, e allora… – L’entusiasmo gli strozza la voce per qualche istante. – Allora lei si costruirebbe una piccola cella frigorifera, magari un affumicatoio, più tardi una fabbrica di pesce in salamoia, andrebbe in giro nel suo elicottero personale, scoprirebbe dall’alto le schiere di pesci e lo comunicherebbe via radio ai suoi cutter. Potrebbe acquistare il diritto alla pesca del salmone, aprire un ristorante specializzato in pesce, esportare direttamente a Parigi, senza intermediari, le aragoste; e poi… – Ancora una volta l’entusiasmo impedisce allo straniero di parlare. Scotendo il capo, afflitto nel profondo del cuore, avendo già quasi perso il piacere delle vacanze, guarda le onde che avanzano dolcemente e dove è tutto un allegro guizzare di pesci non pescati.- E poi, – dice, ma ancora una volta l’eccitazione lo rende muto.

Il pescatore gli batte sulla schiena come a un bambino a cui sia andato un boccone di traverso. - Che cosa? – gli chiede sottovoce. - E poi, – dice lo straniero con un entusiasmo estatico, – e poi lei potrebbe starsene in santa pace qui nel porto, sonnecchiare al sole… e contemplare questo mare stupendo.

- Ma questo lo faccio già, – dice il pescatore, – me ne sto in santa pace qui nel porto e sonnecchio, è solo il suo clic che mi ha disturbato.

Il turista così ammaestrato se ne andò via pensoso, perché un tempo anche lui aveva creduto di lavorare per non dover più lavorare un giorno, e in lui non restava traccia di compassione per quel pescatore poveramente vestito, solo un poco d’invidia.

Heinrich Böll da Il nano e la bambola. Racconti 1950 1970, Einaudi

lunedì 30 gennaio 2012

Dialoghi a soggetto: Primo incontro 2 febbraio - Precario o Stabile?


"Ecco il nostro vero stato. Esso ci rende incapaci di conoscere perfettamente e d’ignorare del tutto. Noi vaghiamo sopra un centro assai vasto, sempre incerti e sempre malsicuri, sbandati da un capo all’altro. Qualche termine, a cui pensiamo talvolta di attaccarci per renderci stabili, barcolla e ci sfugge, e se noi lo seguiamo, esso si libera dalla nostra stretta per sfuggirci per sempre. Nulla si arresta per volontà nostra! Questo stato che ci è naturale è pertanto il più contrario alla nostra inclinazione: noi ardiamo dal desiderio di trovare un fondo solido e una base costante che si elevi all’infinito; ma tutto il nostro fondamento crolla e la terra si apre fino agli abissi. E’ inutile dunque cercare sicurezza e stabilità. La nostra ragione è sempre in balìa dell’incostanza e delle apparenze: nulla può stabilire il finito tra due infiniti che lo abbracciano e lo schivano" (Blaise Pascal, Pensieri).

Il cardine dell’etica classica è l’ideale della fedeltà a se stessi. L’uomo greco, in analogia con la divinità alla quale vuole rendersi simile, fa in modo di incarnare desideri, volizioni e comportamenti sempre costanti. L’inimicizia e il disaccordo con se stessi sono il sintomo di un’anima lacerata, trascinata in direzioni opposte e soggetta al tumulto di fazioni in conflitto. All’estremo pericolo della scissione del Δαίμων (anima), il saggio antico oppone l’imperativo della componibilità e dell’armonia delle proprie virtù. Con l’avvento della modernità, invece, agli ideali dell’equilibrio, della costanza e dell’armonia, si sostituisce una consapevolezza nuova: 'conoscere se stessi' significa allora dover prendere atto dell’insufficienza e della vacuità della natura umana, mostrarsi come si è, fondere, in uno stesso atto, ricerca di autenticità, coscienza della finitudine e volontà di autoaffermazione. Il mondo contemporaneo sembrerebbe riprodurre, con peso aggravato, la dicotomia tra queste due opposte concezioni del mondo. Quale, tra i due poli dialettici, è in grado di rendere conto della realtà del nostro presente? Che cosa si intende per stabilità? Essa costituisce un fine in sé? E’ sempre auspicabile? E la precarietà è necessariamente una condanna? Non potrebbe costituire il movente per un rinnovamento culturale? E quanto è fruttuoso persistere in questa dicotomia apparentemente inconciliabile?

Il 2 febbraio inizia, allo Spazio dell'Anima, il ciclo di incontri Dialoghi a Soggetto.
Quattro giovani filosofi invitano a prestare i sensi al servizio del più grande tra i beni comuni, l’alleanza che ogni persona può stringere con il desiderio di una vita piena e consapevole.

Gli appuntamenti sono: il 2 febbraio, il 1 marzo, il 29 marzo, il 26 aprile e il 24 maggio alle 20,30 sempre allo Spazio dell'anima. La partecipazione è libera.

Poichè, come chi ci conosce sa, ci piace nutrire l'anima senza dimenticare il corpo, prima degli incontri, dalle 19,30 alle 20,30 sarà possibile consumare un aperitivo trascorrendo insieme un primo momento conviviale. Per questo è richiesto un piccolo contributo: 5 euro per soci e studenti, 8 euro per chi non è socio.

giovedì 12 gennaio 2012

Elogio dei piedi di Erri del Luca

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

martedì 10 gennaio 2012

Silenzio

Infatti in questa nuova musica non accade nulla oltre ai suoni, quelli scritti e quelli non scritti. Quelli non scritti compaiono nella partitura come silenzi, aprendo le porte della musica ai suoni dell’ambiente circostante. È un’apertura che riscontriamo anche nel campo dell’architettura e della scultura moderne. I palazzi di vetri di Mies van der Robe riflettono l’ambiente circostante e offrono allo sguardo squarci di nuvole, alberi o prati, a seconda della situazione. E mentre ammiri le strutture in fil di ferro dello scultore Richard Lippold, è inevitabile che nel reticolo tu scorga altre cose, persone comprese, se si trovano lì in quel momento preciso. Non esistono cose come lo spazio vuoto o il tempo vuoto. C’è sempre qualcosa da vedere, qualcosa da udire. Anzi, per quanto ci possiamo sforzare di creare un silenzio non ci riusciremo mai. In certe circostanze tecniche potrebbe essere auspicabile ottenere una situazione la più silenziosa possibile, cioè l’ambiente chiamato camera anecoica, sei pareti di materiale insonorizzato allestito in modo da ottenere una camera priva di echi. Parecchi anni fa a Harvard sono stato in uno spazio del genere e ho sentito due suoni, uno alto e uno basso, e quando li ho descritti al tecnico incaricato questi mi ha spiegato che il suono ad alta frequenza era il mio sistema nervoso in funzione, quello basso era la circolazione del sangue. Sino alla fine dei miei giorni ci saranno suoni, e seguiteranno anche dopo la morte. Non c’è nulla da temere riguardo al futuro della musica. Però puoi arrivare a questa mancanza di timore soltanto se al bivio, nel punto in cui comprendi che i suoni ci sono che tu lo voglia o no, svolti nella direzione dei suoni che non intendi ascoltare. È una svolta psicologica, e all’inizio sembra una rinuncia a tutto quanto appartiene all’umanità, per un musicista la rinuncia alla musica. Questa svolta psicologica ti porta al mondo della natura, in cui vedi, gradualmente o di un tratto, che l’umanità e la natura non sono separate, ma combinate in questo mondo, e capisci che non hai perso nulla quando hai rinunciato al tutto. Anzi, hai guadagnato tutto. Per dirla in un linguaggio musicale, può presentarsi qualsiasi suono in qualsiasi combinazione e in qualsivoglia continuità.

John Cage, Silenzio, Milano Rimini, Shake, 2010

mercoledì 4 gennaio 2012

Diversamente vive

Fu la falsa notizia di una sua prematura scomparsa a costringere lo scrittore Mark Twain a definire ironicamente «oltremodo esagerate» le voci sulla sua morte. La frase in sé potrebbe benissimo essere ribaltata per attagliarsi alla situazione di Maria di Nazareth, sulla cui morte il senso comune dei fedeli ha avuto sempre la certezza opposta: la madre di Gesú in realtà non è mai morta.

Questa convinzione non dipende dal fatto che nel Nuovo testamento non c'è scritto che lo sia; neanche la morte di san Giuseppe è stata raccontata nei Vangeli, ma per lui non si è sentito il bisogno di inventare dogmi e narrazioni suppletive. È piuttosto una questione di sensibilità dello spirito religioso popolare: passi la morte di Cristo, che era necessaria al nostro riscatto, ma che anche Maria debba morire è cosa che il devoto nei secoli non ha mai potuto nemmeno immaginare. Sulla morte di Maria è calato da tempo un velo di nebbia anche dal punto di vista dottrinale. Da un lato la teologia non ha mai negato che la madre di Cristo fosse defunta, e del resto se è morto Gesú perché non sarebbe dovuta morire Maria? Ma dall'altro i predicatori e i pastori si son sempre guardati dall'offendere la sensibilità popolare rilasciando una troppo esplicita certificazione di decesso.

Dalla concezione immacolata fino alla nascita, dall'annunciazione fino all'assunzione, sul calendario gregoriano esiste una ricorrenza liturgica per ogni momento della vita di Maria tranne che per la sua morte; persino il dogma che ne sancisce l'assunzione al cielo, avvenuta senza dubbio post mortem, non dice mai esplicitamente che la Madonna è deceduta, preferendo affermare con prudenza che l'assunzione ebbe luogo solo dopo che ebbe «terminato il corso della sua vita terrena». Comunque la si voglia presentare, Maria per il cattolicesimo risulta, piú che morta, diversamente viva.

Sebbene la tradizione popolare posizioni la presunta tomba di Maria a Gerusalemme, le agenzie specializzate in turismo religioso la inseriscono tra le mete facoltative nei tour devozionali. Non è tanto la non storicità il motivo del disinteresse - altrove prosperano culti di ben piú imbarazzante infondatezza - quanto la scarsa attrazione verso un luogo dove, almeno nella percezione dei fedeli cattolici, Maria di Nazareth non è in realtà mai stata seppellita.
P
er i cristiani ortodossi la questione è se possibile ancora piú radicale, perché della teorizzazione della non morte della madre di Gesú sono state proprio le Chiese d'Oriente a dare la poetica definizione di Dormitio Mariae, assimilando lo stato di morte al massimo grado di passività che sia possibile raggiungere restando in vita: il sonno. Per questo anche in Italia tutti i territori che sono stati a lungo sotto l'influenza bizantina venerano la Madonna Assunta in posizione orizzontale, dormiente, incoronata come una regina e distesa su un letto sontuoso vegliato discretamente da angeli oranti.

La sensibilità popolare ha idee molto chiare in merito allo stato di questa particolare tipologia di bella addormentata. Nel mio paese d'origine, dove la chiesa patronale è dedicata proprio a questa specifica raffigurazione dell'Assunta, la preghiera popolare afferma senza tentennamenti che «morta no, ma ses dormída, santamente reposende». Dormída, cioè addormentata. Non esistono raffigurazioni artistiche di Maria morta che abbiano mai avuto qualche fortuna popolare. Quando Caravaggio provò a rompere il tabú, dipingendo il capolavoro Morte della Vergine, che la leggenda vuole ispirato al corpo esanime di una prostituta annegata nel Tevere, si vide rimandare indietro l'opera dai frati committenti, offesi dal realismo blasfemo di quel corpo gonfio e livido. L'assunzione al cielo di Maria ha infatti nella devozione popolare, o anche solo nell'immaginario culturale, una raffigurazione del tutto diversa, che nega implicitamente che la Vergine sia mai dovuta passare attraverso l'umiliazione del decesso corporeo: viva e vegeta, Maria sale al cielo incoronata in una profusione di luce, circondata da angeli e santi in una solenne cornice di nubi.

Laddove Cristo ancora oggi muore simbolicamente mille volte al giorno su tutti i muri delle nostre scuole, nell'intimità delle nostre case di credenti, dietro i banchi dei tribunali e sui petti siliconati delle soubrette, la morte di Maria è stata cancellata e sottratta alla rappresentazione, cristallizzando per tutte le donne un modello divinizzato a cui nessuna può accostarsi con qualche speranza di identificazione.

Nell'iconografia dominante, quella che ha fondato il nostro immaginario collettivo, la madre di Cristo ha con la morte un rapporto di sola contemplazione: è la Mater Dolorosa ai piedi della croce, icona del dolore permanente al capezzale della fine di un altro. Questo silenzioso Stabat è la pietra miliare della costruzione dell'idea di Maria come vestale afflitta e funzionale, predestinata a divenire il modello ferreo per la femminilità di quasi venti secoli. La donna ai piedi della croce non è solo l'eterna testimone della morte altrui.

Una Madonna che non conosce la propria fine offre alle donne credenti un patto di mimesi insostenibile, perché stipulato con un soggetto simbolico dal corpo intangibile, sottratto al tempo e in definitiva privo di limite. Se la «Maria che non muore» rappresenta la perfezione a cui non giungeremo mai, se è lei - l'Eternamente giovane - l'obiettivo a cui tendere, significa che in questo gioco siamo destinate a perdere comunque, a meno di non ricorrere a espedienti per ridurre la distanza dal modello. Per questo l'ossessione sociale del «restare in forma» deve spingerci a domandarci nella forma di cosa (o di chi) viene chiesto di riconoscersi. La chirurgia estetica in continuo sviluppo, la cosmetica antiage che ci lusinga dagli scaffali e la maniacale manutenzione da palestra a cui ci sottoponiamo non sono solo l'effetto del martellamento pubblicitario che denigra le nostre normalità, ma sono segnali di un desiderio di trasformare il corpo in santuario immutabile, l'indizio dell'incapacità di fare pace con la morte, la nostra.

Il processo di riappropriazione della propria complessità per le donne deve passare attraverso la costruzione di un sano immaginario del limite. È una questione di sopravvivenza, e non solo in rapporto a se stesse, perché la donna rappresentata da Maria offre anche all'uomo un modello inaccessibile e frustrante con cui rapportarsi. Impossibile da possedere, intangibile al tempo e alla sua consunzione, la donna-santuario resta un mistero davanti al quale o ci si inginocchia o si bestemmia.

Michela Murgia, Ave Mary -  Einaudi, Torino, 2011

venerdì 16 dicembre 2011

De Rerum Natura

Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi... Poi l'infomatica (....). La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

E' legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l'operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia.

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E' il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.

Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).

I. Calvino, Lezioni Americane, Garzanti, Milano, 1993

martedì 13 dicembre 2011

Tre metamorfosi

Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo.

Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, piú difficili a portare.
Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato.
Qual è la cosa piú gravosa da portare, eroi? così chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza.
Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza?
Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore?
Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima?
Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi?
Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi?
Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura?
Tutte queste cose, le più gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, così corre anche lui nel suo deserto.
Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto.
Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria.
Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”.
“Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”.
Valori millenari rilucono su queste squame e cosí parla il piú possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”.
“Tutti i valori sono già stati creati, e io sono ogni valore creato. In verità non ha da essere piú alcun “io voglio!”. Cosí parla il drago.
Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione?
Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone.
Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone.
Prendersi il diritto per valori nuovi, questo è il piú terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda.
Un tempo egli amava come la cosa piú sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose piú sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone.
Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì.
Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.

Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo.
Cosí parlò Zarathustra. Allora egli soggiornava nella città che è chiamata: “Vacca pezzata”.

F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra

martedì 29 novembre 2011

Una Profezia

Ma non attraverso le istituzioni politiche in special modo si manifesterà la rovina universale, o il progresso universale; perché il nome m’importa poco. Sarà attraverso l’avvilimento dei cuori.

Ho forse bisogno di dire che quel pò di politica che resterà si dibatterà penosamente fra le strette dell’animalità generale, e che i governanti saranno obbligati, per durare e per creare un simulacro d’ordine, a ricorrere a sistemi che farebbero fremere la nostra umanità attuale, per quanto indurita?...

Allora, quel che somiglierà alla virtù, - che dico, - tutto quello che non sarà più ardore per Pluto verrà considerato una ridicolaggine immensa.... Forse questi tempi sono molto vicini; chissà anche se non siano già venuti, e se l’ispessirsi della nostra natura non sia il solo ostacolo che ci impedisce di ben considerare l’ambiente in cui respiriamo!...

Sperduto in questo brutto mondo, spinto a gomitate dalla folla, sono come un uomo stregato il cui sguardo non vede, dietro di sé, negli anni profondi, che disillusione e amarezza, e davanti a sé soltanto una burrasca che non contiene niente di nuovo, né insegnamento, né dolore... Tuttavia lascerò queste pagine, - perché voglio datare la mia collera. Tristezza.

Charles Baudelaire, Fusée 1855-1862

venerdì 21 ottobre 2011

Anarchici e Maggiordomi di Paolo Nori

Ho l’impressione che quando si comincia, sopra ai giornali, a parlare di anarchici, vuol dire che c’è qualcuno da arrestare. Salvo il fatto che poi, quando c’è da andare in tribunale, gli anarchici, in tribunale, o perché nel frattempo son morti, o perché si è scoperto che non c’entravano niente, a me sembra che gli anarchici dopo alla fine non li condannano mai. Forse sono io che mi sbaglio, e devo dire che non ho fatto indagini approfondite, ma di anarchici accusati ingiustamente di stragi o di fatti di violenza io qualcuno me lo ricordo, in questi ultimi decenni, di anarchici condannati per stragi o per fatti di violenza non me ne ricordo neanche uno.
Come se gli anarchici, la loro funzione, fosse quella di servire come nemico crudele e utilissimo, un nemico che mai si ribella al ruolo che gli viene assegnato, e se si ribella tanto nessuno lo fa parlare quindi è lo stesso, e se qualcuno sembra che lo faccia parlare lo fa parlare in forma anonima, e senza faccia, e se c’è la faccia è una faccia con passamontagna, non c’è identità, trattasi di anarchico anonimo insurrezionalista corrispondente al cattivo delle favole, all’orco per spaventare i bambini, o al maggiordomo dei romanzi gialli che, siccome qualcuno dev’essere stato, alla fine fa anche questo servizio che è stato lui.
Eppure, forse sono io che mi sbaglio, ma a me sembra che l’idea anarchica abbia così poco a che fare con la violenza: è l’idea che l’uomo è buono, e che se si libera dalle entità che lo opprimono (lo stato, la chiesa) riuscirà a organizzare le relazioni con i propri simili, buoni anche loro, spesso senza saperlo, in un modo decente, civile e libero.
E se per un certo periodo gli anarchici, nel tentativo di rovesciare queste entità opprimenti, lo stato e la chiesa, hanno praticato la violenza, a me sembra che questa pratica sia finita grossomodo con l’inzio del novecento, e non mi sorprende che il 1905 sia la data in cui termina la Storia degli anarchici italiani ai tempi degli attentati, documentata, accurata e appassionata opera dello storico Pier Carlo Masini (Rizzoli 1981).
E con il novecento mi sembra che si affermi, come racconta sempre Masini nel suo documentatissimo accuratissimo e appassionatissimo Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (Rizzoli, 1969), un’altra idea di anarchia, e il rapporto degli anarchici moderni con la violenza mi sembra sia descritto bene da uno dei più attivi anarchici italiani, Errico Matatesta (1853-1932):
Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione.
Questo atteggiamento, questa idea di non lavorare sull’odio e sulla violenza ma sull’amore (che fatica, che vergogna, quasi, scrivere: amore), questo atteggiamento è l’atteggiamento che io ho visto testimoniato dagli anarchici che ho conosciuto nel nostro secolo, in questi ultimi dieci anni, a Parma, a Reggio Emilia, a Forlì, in Lunigiana, e tutte le volte che si torna a parlare di anarchici sopra ai giornali, mi stupisco del fatto che nessuno li vada a intervistare, questi anarchici di Parma, di Reggio Emilia e di Forlì e della Lunigiana, e che si intervistino invece delle persone senza la faccia, con un passamontagna, senza identità, senza idee, senza storia, senza niente, macchie nere, babau, maggiordomi.


Paolo Nori  su Il Fatto Quotidiano venerdì 21 ottobre 2011  

mercoledì 19 ottobre 2011

Progresso

Vuole dire che più si trova, più si cerca ; e che più si cerca, più si trova ?

Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che si stabilisce fra la droga e l’intossicato.

Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…

Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi

 Da Paul VALÉRY  L’Idea Fissa, Adelphi, Milano, 2008

lunedì 3 ottobre 2011

Le città e la memoria 3

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Da I. Calvino- Le Città Invisibili, Einuadi, Torino, 1972

martedì 27 settembre 2011

Una leggenda sulle origini

Originariamente, tutte le creature, incluso l’uomo, vivevano insieme in amicizia in un unico campo. La discordia ebbe origine quando Volpe persuase Mangusta a scagliare un bastone in faccia a Elefante. Ne seguì una disputa e gli animali si separarono; ogni specie andò  per la propria strada e cominciarono a vivere come fanno adesso, e a uccidersi tra loro.
Stomaco, che in principio viveva una vita indipendente nella foresta, entrò nell’uomo che da allora è sempre affamato. Gli organi sessuali, anche loro prima separati, si attaccarono a uomini e donne, obbligandoli a desiderarsi l’un altro continuamente. Elefante insegnò all’uomo a macinare il miglio, così che ora la fame può essere soddisfatta solo con incessante fatica. Topo insegnò all’uomo a impregnare e alla donna a partorire. E Cane donò all’uomo il fuoco.”

Favola Nuer (Sudan meridionale)

venerdì 16 settembre 2011

La passeggiata di Euclide

In La passeggiata di Euclide, si vede una finestra che si affaccia su una città. Davanti alla finestra c’è un cavalletto su cui è appoggiata una tela. Ciò che è dipinto sulla tela coincide perfettamente con la parte del paesaggio urbano nascosta dalla tela. C’è un secondo scherzo ottico. La parte di paesaggio dipinta (o nascosta dalla?) tela include una strada dritta che si perde all’orizzonte e, al suo fianco, una torre aguzza.
La strada in prospettiva e la torre hanno identica dimensione, uguale colore e la stessa forma appuntita. Lo scopo di questi giochi visivi è dimostrare come sia facile confondere bidimensionale e tridimensionale, superficie e sostanza. E così arriviamo al punto. Il cavalletto ha una manovella, girando la quale la tela si abbassa o si alza. Magritte l’ha resa in modo molto tangibile ed enfatico. Che succederà se la si manovra? E’ possibile-impossibile che, spostando la tela, ci accorgiamo che nel punto esatto dove ssa originariamente era, non vi è alcun paesaggio: niente, un puro vuoto?

John Berger Sul Guardare, Bruno Mondadori, Milano 2009