Visualizzazione post con etichetta Donne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donne. Mostra tutti i post

venerdì 7 marzo 2014

Addio a Carla Accardi


«Un temperamento,» si potrebbe dire di Carla Accardi, che è morta, ieri, a Roma, dove da un certo tempo era come annebbiata dalla malattia della vecchiaia (era nata a Trapani nel ’24). Un suo credo: trovare la trasparenza, in tutto. Uscire anche dalla gabbia della pittura, pur di lasciar galleggiare la libertà del pensiero e dei suoi meccanismi analitici annodati. «L’interesse per me era la trasparenza, infatti si vedeva il telaio. Volevo rendere trasparente quello che era intorno a noi». Anche politicamente, persino con il Partito-Moloch, preoccupandosi poco delle rampogne di Trombadori e le scomuniche di Togliatti-Roderigo de Castro. Che faceva pure il critico d’arte zdanoviano, e tuonava contro l’astrattismo borghese. «No, non eravamo preoccupati delle scomuniche», condannati perché il popolo non poteva seguire il linguaggio elitario delle avanguardie astratte. «Eravamo arrabbiati», proprio come gli Irascibili americani, che facevano scuola, Rotkho, Franz Kline e il Pollock da lei molto amato. «Arrabbiati. Perché volevamo rinnovare, volevamo fare una cosa». «Fare». E fare il «sogno» di una cosa, in senso pasolininano: la rivoluzione, ma sotto una bandiera impregnata di pittura. L’Astrattismo (mondiale) come stella cometa: Klee con Fontana, Mondrian con Magnelli, sirena parigina. Epigoni, forse, ma reattivi, indomiti, inconciliati. «Noi pensavamo che non si può avere un’arte che ha come contenuto sempre l’uomo, la figura dell’uomo. L’arte può essere e deve essere come la musica». Come per Matisse, su tutti. Con i suoi racemi bicolori, i suoi arabeschi che annullano gli sfondi cancellando le figure, la geometria del cuore. Lei lo sapeva, ma non voleva troppo ammetterlo: non tollerava padri. Volitiva, vitale, simpatica.

L’’incontro decisivo è con l’altro siciliano, che è scappato dall’isola contemporaneamente a lei, il geniale ed influente Antonio Sanfilippo, che presto diventerà suo marito (ma tenuto alle redini). E di cui certo lei non può, posteriormente, negare l’influsso -sia pur sottolineandolo, sempre, come pianeta parallelo. «Avevamo stesse idee ma con caratteri diversi. Avevamo anche due studi diversi. Come studente era più avanti di tutti noi, ognuno aveva il suo modo di pensare e di lavorare. Certo che ci può esser stata della competizione, ma ognuno ha seguito la sua strada, che a un certo punto sì è completamente separata. Diverso il modo di lavorare, le amicizie, i galleristi». Con Sanfilippo, Turcato, Ugo Attardi (che tralignerà di nuovo verso il figurativo) Dorazio, Perilli e Consagra, fondano insieme Forma 1 che è la risposta astratto-geometrico e soprattutto segnica all’engangement comunista di Guttuso. Lei soprattutto, penelope riottosa, cerca di evadere dalle forme chiuse della pittura, convinta che: «Non si può stabilire alcuna ricetta per fare un quadro».


Legata al coraggio spaziale di Fontana e Burri, rovescia la tela, mostrando il telaio ed infrange la sicurezza della cornice. Crea delle tende trasparenti e degli ombrelli, che influenzano l’Arte Povera di Merz e di Gilardi. In fondo è rimasta la ragazza ribelle d’una storico scatto di Mulas, distesa a terra come un’odalisca di Matisse, con un chiassoso abito stampato e qualcosa d’antonioniano addosso, in una posa molto silvanamangano. Accasciata sulla stuoia dello studio-salotto, mentre rannuvola a terra la sua jamensiana «cifra nel tappeto». «Questi grandi quadri li facevo per terra, come tutti i miei quadri, sì, erano lunghi da fare, ripetitivi, come delle stoffe, come fare un tappeto». Ma è proprio quella riottosa «pazienza» sovversiva, che riempie la sua vita di segni e di gesti indecifrabili. Ma disperatamente, golosamente comunicativi. 

marco vallora
La Stampa 23/02/2014

venerdì 31 gennaio 2014

Ah le madri ah le case

Nel giorno della memoria dell’Olocausto ho sentito la testimonianza di Anna Foa, la figlia di Vittorio, che passeggiando nel cortile porticato del Cinquecento del numero 35 di Portico d’Ottavia a Roma che io conosco bene, Lettore Lettrice, parlava della deportazione di 35 famiglie ebree poverissime ospiti temporanee di quella casa
Anche come ogni donna e madre sa che le case sono cose vive e che si caricano di angoscia
Perché mi ci hanno portata insieme ai miei fratelli piccolini
E dove fummo ospitati in una antichissima casa di mattoni rossi e di pietra nera e di pietra bianca
Da un ricchissimo mercante di stoffe ebreo Ettore Di Veroli
Le case sentono le case ridono le case parlano con il vuoto che le abita quando vengono loro a mancare i loro figli
Gli abitanti della casa i loro figli
Le case parlano
Le case ridono si caricano di ansia e angoscia e tormento
Le madri tutte provvide orche e assassine come la madre della Ninfa plebea di Domenico Rea e come le madri delle madonne dell’olgettina di Francesco Romanetti
Le madri carezzano consolano provvedono
Nessun uomo può sapere cosa vuol dire essere una madre
Nemmeno sfamare nutrire allevare serbare mantenere alimentare educare custodire accudire badare dedicarsi occuparsi interessarsi provvedere procurare disporre stabilire risolvere procacciare procurare fornire dotare far piacere soddisfare compiacere compatire sunpatire patire giocare appagare concedere donare comprare carote zucchini zerinol zerinette mutande scarpe chiodi calzini suole pane libri latte letti cedax dicodral fazzoletti panni pannetti fasce bende cambiare coprire scoprire toccare spogliare vestire abbracciare lavare i denti la faccia le braccia ascoltare suoni parole pensieri sguardi rumori posture star sempre girati di lato di sopra di sotto a destra a sinistra guardare occupare sorvegliare preoccupare aprire chiudere porte guardarsi a fianco di lato prevedere provvedere non chiudere troppo le porte non aprire troppe finestre medicare guarire vegliare somministrare uova scarpe vestiti zerinol zerinette parole sogni pensieri ascoltare ascoltare assumere compiti spese funzioni liberare liberarsi entrare uscire tornare ritrovare ricominciare togliere impedimenti sciogliere vincoli mettere vincoli germinare aspettare sostenere travagliare fasciare sfasciare affidare lasciare tornare aspettare ansiare pensare spingere aprire tagliare cucire aspettare tenere accompagnare condurre rispondere stare essere esserci preparare organizzare scegliere spiegare farsi spiegare andare venire tornare togliere veli mettere veli mettere ali tenerle spiegate non farle spezzare non spezzarsi le braccia le ali la faccia lasciare la strada aprire la strada la porta andare venire accettare cene merende malanni partenze carote zucchini cannoni dolori sorrisi abbracci ripulse abbandoni andare lasciare andare scaldare latte letti cuscini lenzuola anime mani spiegare le vele serrarle gioire morire abbracciare stringere forte lasciare andare per sempre per tutta. L’eternità.
Le case come le madri piangono ridono proteggono tradiscono
Prima mettono al mondo i loro figli poi li uccidono come fece Agave sul Citerone quando uccise il figlio Penteo credendolo un leone inferocito
Circondata da Baccanti impazzite e folli
Le madri corrono inseguono raggiungono
Le madri si rivoltano
Qualcuna va in guerra
Molte di noi ci restano
Perché la guerra non finisce mai come nel tragico Teatro di Napoli e del mondo dove si aggirano le squallide e losche figure
Gli squali di ferro di ndrangheta e mafia e camorra di Napoli e di Scampia

Marosia Castaldi  27 gennaio 2014

Pubblicato il 29 gennaio 2014 · in alfapiù, società



giovedì 30 gennaio 2014

Due lettere di Anna Maria Ortese a Elsa Morante

 Roma, 16.5.75

Cara Elsa Morante,
un mese fa ho letto La Storia. Ho esitato a scriverLe, non sapendo se Lei ha di me stima umana. Penso che una lode possa valere solo in questo caso. La stima che io ho di Lei, persona umana, è molto alta. 

Come scrittore, solo poche Sue pagine di scura bellezza mi erano note. Alla fine ho letto La Storia, e sono andata avanti tutta la notte, e poi il giorno dopo, e poi un altro giorno. Ero sbalordita. Si aprivano dovunque i cieli della più grande tradizione italiana.

Con un dolore più vicino. Dopo il primo giorno mi è accaduto questo: non avevo più memoria di tutte le cose - anche immense - finora lette. Ancor meno mi ricordavo di me. Pensavo - seguendo la disperazione senza luce di soccorso della madre di Ida: qui siamo tutti - è detto tutto. È resa giustizia a tutti noi che fuggiamo. - Quando dico noi, dico un'umanità, semplicemente. La grazia e purezza del bambino! Ma Nino, poi, quando torna - morto nel pensiero della madre - e non vuole morire, è immenso. Qui tornava quella prima sensazione «è stata resa giustizia».

Voglio ricordare qua e là, di questo VIVENTE libro, la luce in cui si muove - colorando le strade, la gioia di Useppe. I piccoli interni familiari. La polvere povera, tutta voci. I rossi orrori che accadono all'uomo, di epoca in epoca.
Quando il libro è finito, resta il senso dell'epoca. Siamo un po' cambiati. Della letteratura non ci ricordiamo, e questo è bene. Ma sì del dolore umano. E questo dolore, che è intramontabile, diviene l'ombra che va avanti, la musica funebre della gioia che finì, ma in eterno porrà quesiti alla ragione.

Non so di strutture e di altro. So di emozioni. Queste sole dicono che in un racconto, o in una letteratura, è passata la vita. E solo la vita - a umiliazione dei critici - è forma.

Mille auguri per il domani! Stia bene!

Sua Anna Maria Ortese

 [P. S.] Non ho letto prima, perché volevo essere sola col mio giudizio. Non le do il mio indirizzo, perché spero che non mi ringrazi.
Siamo già tanto umiliati da immagine false e scambi di grazie o inchini. Il mio omaggio a Lei, almeno, sia libero.




Rapallo 12.4.83

Cara Elsa Morante, In Aracoeli, la breve vita di Carina è una delle pagine più alte della letteratura italiana di ogni tempo. Dissi, ad amici, quanto questo libro, per me, fosse importante - coraggio e tristezza così rari in questi anni di nulla - ma dissi soprattutto di quel ritratto: che per sapienza ricorda - e non a me sola - l'oro di sogno di Las Meninas. La breve quiete - nel vivere - di Carina, la sua infinita preziosità e dolcezza - sono davvero cosa immortale.

Sia contenta, dunque, cara Elsa Morante, di quanto ha avuto in dono - e ancora cerchi, nel suo giardino, quanto è nascosto. Pazienza, col proprio corpo, e anche con la propria anima. Vi saranno "risposte", sulla pagina; vi saranno altri doni, per cui Lei non potrà dire grazie, agli Dei o al Dio della Bellezza, che ricordando le proprie catene. Allora le saranno meno pesanti.

E poi, non è detto che non possano allentarsi da sole. Il mondo non è che un grande prodigio. Non vedere che sia prodigio, non muta la sua natura di fiaba. 

Un abbraccio. Un grazie. Un augurio di gioia
Sua A. Maria Ortese


martedì 14 maggio 2013

Dove sono gli uomini?

La prima cosa che ti cattura è il titolo “Dove sono gli uomini?” e già si immagina il tipico romanzo sull’eterna ricerca dell’uomo ideale!

Nulla di tutto ciò. Niente caccia al principe azzurro, o donne sull’orlo di una crisi di nervi, ma storie vere, autentiche, e un osservatore d’eccezione, Simone Perotti, scrittore e blogger, già autore di best seller che, dalla copertina del suo ultimo libro lancia una provocazione ai potenziali lettori.

Dove sono gli uomini? è una domanda che lui per primo si è posta, registrando nella vita di tutti i giorni un’allarmante latitanza del sesso maschile nel tessuto sociale, di cui è un acuto osservatore.

Oggi, secondo Perotti, le donne socializzano, viaggiano, vanno al cinema, frequentano corsi di danza, yoga, vela, si buttano a capofitto in nuove avventure sentimentali e professionali, senza paura di mostrarsi per quello che sono, mentre i rappresentanti del sesso forte, viaggiano sempre più in solitaria, indeboliti e autoreferenziali.

Partendo da qui, il libro diventa un viaggio nell’universo femminile, in cui l’autore si addentra con delicata curiosità, raccontando una grande varietà di materiale umano che oggi sembra dialogare sempre meno con i partner maschili.

Ma come si fa a raccontare in un libro la crescente assenza degli uomini?

Continua a leggere su:



venerdì 28 dicembre 2012

Che cosa è la civiltà


L'uso del termine civiltà richiede un approfondimento. Secondo le ipotesi degli archeologi e degli storici la civiltà implica un'organizzazione politica e religiosa di tipo gerarchico, un'economia bellica, una stratificazione sociale e una divisione complessa del lavoro.

Questo modello è infatti tipico delle società androcratiche (dominate dall'uomo) come quella indoeuropea, ma non si applica alle culture ginocentriche (centrate intorno alla donna e alla madre) descritte in questo libro. La civiltà fiorita nell'antica Europa fra il 6500 a.C. e il 3500 a.C., e a Creta fino al 1450 a.C., ha goduto di un lungo periodo pacifico senza interruzioni, dimostrando di poter garantire una qualità della vita superiore a molte società androcratiche e classiste.

Io contesto la tesi che la civiltà si associ esclusivamente a società guerriere androcratiche.

Il principio su cui si fonda ogni civiltà si trova al livello della sua creatività artistica, nei suoi progressi estetici, nella produzione di valori non materiali e nella garanzia della libertà individuale che rendono significativa e piacevole la vita di tutti i cittadini, nel quadro di un equilibrio di potere equamente ripartito tra i sessi. Il Neolitico europeo non è stato un tempo "prima della civiltà" (per riecheggiare il titolo di un'opera sull'età del rame e sul Neolitico di cui è autore Colin Renfrew: Before Civilization, Cambridge University Press 1973 [edizione italiana: L'Europa della preistoria, Laterza 1996, ndt]). È stato invece una vera e propria civiltà nella migliore accezione del termine. Nel Quinto millennio a.C. e al principio del Quarto, poco prima della fine di questa civiltà nell'Europa centro-orientale, gli antichi europei vantavano città con notevoli concentrazioni demografiche, templi alti diversi piani, una scrittura sacra, case spaziose di quattro o cinque stanze, ceramisti professionali, tessitori, metallurgisti specializzati nella lavorazione dell'oro e del rame e artigiani che producevano un'ampia gamma di beni sofisticati. Esisteva una rete fiorente di vie commerciali su cui transitavano merci come ossidiana, conchiglie, marmo, rame e sale percorrendo migliaia di chilometri.

Tutto questo non è spuntato fuori ex nihilo. A due passi da qui, nella città di Çatal Hüyük in Anatolia, sorgeva una moltitudine di templi decorati con dipinti murari di straordinaria varietà e raffinatezza che precedono di un migliaio di anni l'architettura, la pittura parietale, la scultura e la raffinata arte ceramica apparsi poi in Europa. Prima di Çatal Hüyük ci sono stati tre millenni di transizione evolutiva verso l'agricoltura e una civiltà con uno stile di vita di tipo stanziale. L'ampia varietà del simbolismo religioso fiorito in Anatolia centrale e nell'antica Europa è parte integrante di un'evoluzione ininterrotta avviata ai tempi del Paleolitico superiore.

Considerare l'economia di guerra un fattore connaturato alla condizione umana è un'ipotesi priva di fondamento. La belligeranza diffusa e la costruzione di siti fortificati sono state effettivamente il pane quotidiano della maggioranza dei nostri antenati diretti a partire dall'età del Bronzo fino ai giorni nostri. Tuttavia, nel Paleolitico e nel Neolitico la situazione era ben diversa. Non esistono rappresentazioni di armi (usate contro gli esseri umani) nei dipinti delle caverne paleolitiche, né vi sono resti di strumenti bellici usati dagli uomini per colpire loro simili nel Neolitico dell'antica Europa. Dei circa centocinquanta dipinti sopravvissuti a Çatal Hüyük non ve n'è uno che rappresenti una scena di conflitto o di lotta, né di guerra o di tortura.

I siti dei villaggi dell'antica Europa non si distinguono per posizione difensiva, ma sono scelti per adeguata collocazione, disponibilità idrica, qualità del terreno e possibilità di pascolo per gli animali. Gli arroccamenti in altura in luoghi inaccessibili sono sconosciuti all'antica Europa, così come pugnali, lance e alabarde. I villaggi neolitici sono talvolta circondati da fossi, ma raramente da palizzate o mura di contenimento in pietra. Bastioni in muratura e altre strutture difensive appaiono soltanto nei siti del tardo Neolitico e dell'età del rame, quando si prendono misure per proteggere i villaggi dalle intrusioni di nuove genti. Questi cambiamenti si manifestano nell'Europa centrale soltanto verso la fine del Quinto e l'inizio del Quarto millennio a.C.

Anche il ruolo centrale della religione è significativo in tale contesto. Le precedenti opere sull'Europa neolitica privilegiano argomenti come l'habitat, l'utensileria, la ceramica, il commercio e i problemi ambientali, considerando la spiritualità "irrilevante". Si tratta di un'omissione incomprensibile poiché la vita secolare e sacra in quell'epoca erano una sola cosa inscindibile. Ignorando gli aspetti religiosi perdiamo di vista la totalità di questa cultura. Gli archeologi non potranno restare per sempre scienziati legati al dato quantitativo, trascurando l'approccio multidisciplinare. La collaborazione di varie discipline - archeologia, mitologia, linguistica e storiografia - offre la possibilità di calarsi sia nella realtà spirituale che in quella materiale delle culture preistoriche. Infatti struttura sociale e religiosa in età neolitica si intrecciano, essendo una riflesso dell'altra.

 
Marija Gimbutas La civiltà della dea Vol. 1 Nuovi Equilibri, Viterbo, 2012

mercoledì 18 aprile 2012

Ridere



La risata, più di qualunque altra cosa, mantiene il nostro senso delle proporzioni; è lì a ricordarci sempre che siamo soltanto umani, che nessun uomo è del tutto un eroe ocompletamente un malvagio. Immediatamente, appena dimentichiamo di ridere,perdiamo il senso delle proporzioni e della realtà. I cani, misericordiosamente, non sanno ridere, perché, se potessero farlo, si renderebbero conto delle terribili limitazioni che comporta l'essere cani. Uomini e donne sono sufficientemente in alto nella scala della civiltà da essere ritenuti capaci di conoscere le loro mancanze e di ricevere il dono di riderne. Ma rischiamo di perdere questo prezioso privilegio, o di scacciarlo dai nostri cuori, per colpa di un'enorme massa di conoscenze approssimative.

Per poter ridere di una persona si deve, tanto per cominciare, essere capaci di vederla per come e'. Tutto il suo paludarsi con le insegne della ricchezza, del rango, e del sapere, se è soltanto un accumulo di esteriorità, non deve ottundere la lama tagliente dello spirito comico, che affonda nel vivo. Tutti sanno che i bambini hanno una maggiore capacità, rispetto agli adulti, di conoscere gli uomini per quello che sono, e credo che il verdetto che le donne emettono sul carattere delle persone non sarà smentito il giorno del Giudizio.

Le donne e i bambini, dunque, sono i principali rappresentanti dello spirito comico, perché non hanno gli occhi annebbiati dal sapere, né le menti ingombrate da teorie libresche, il che fa sì che uomini e cose preservino nitidamente i loro tratti originali. Tutte le odiose, soffocanti escrescenze che hanno ricoperto a dismisura la nostra vita moderna, le cerimonie pompose, le convenzioni, e le noiose celebrazioni solenni, niente temono di più del balenare di una risata, che, come un lampo, le inaridisce e le dissecca fino a lasciarne solo le ossa. E' perché la loro risata possiede questa qualità che i bambini sono temuti dalle persone consapevoli della propria affettazione e falsità; ed è probabile che, per la stessa ragione, le donne siano guardate con tanta sospettosa disapprovazione nelle professioni dotte. Il pericolo è che possano ridere, come il bambino nella favola di Hans Andersen, che notava apertamente che il re era nudo, mentre gli adulti ne ammiravano lo splendido abbigliamento - che non esisteva.


Da: Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello, il Saggiatore

mercoledì 4 gennaio 2012

Diversamente vive

Fu la falsa notizia di una sua prematura scomparsa a costringere lo scrittore Mark Twain a definire ironicamente «oltremodo esagerate» le voci sulla sua morte. La frase in sé potrebbe benissimo essere ribaltata per attagliarsi alla situazione di Maria di Nazareth, sulla cui morte il senso comune dei fedeli ha avuto sempre la certezza opposta: la madre di Gesú in realtà non è mai morta.

Questa convinzione non dipende dal fatto che nel Nuovo testamento non c'è scritto che lo sia; neanche la morte di san Giuseppe è stata raccontata nei Vangeli, ma per lui non si è sentito il bisogno di inventare dogmi e narrazioni suppletive. È piuttosto una questione di sensibilità dello spirito religioso popolare: passi la morte di Cristo, che era necessaria al nostro riscatto, ma che anche Maria debba morire è cosa che il devoto nei secoli non ha mai potuto nemmeno immaginare. Sulla morte di Maria è calato da tempo un velo di nebbia anche dal punto di vista dottrinale. Da un lato la teologia non ha mai negato che la madre di Cristo fosse defunta, e del resto se è morto Gesú perché non sarebbe dovuta morire Maria? Ma dall'altro i predicatori e i pastori si son sempre guardati dall'offendere la sensibilità popolare rilasciando una troppo esplicita certificazione di decesso.

Dalla concezione immacolata fino alla nascita, dall'annunciazione fino all'assunzione, sul calendario gregoriano esiste una ricorrenza liturgica per ogni momento della vita di Maria tranne che per la sua morte; persino il dogma che ne sancisce l'assunzione al cielo, avvenuta senza dubbio post mortem, non dice mai esplicitamente che la Madonna è deceduta, preferendo affermare con prudenza che l'assunzione ebbe luogo solo dopo che ebbe «terminato il corso della sua vita terrena». Comunque la si voglia presentare, Maria per il cattolicesimo risulta, piú che morta, diversamente viva.

Sebbene la tradizione popolare posizioni la presunta tomba di Maria a Gerusalemme, le agenzie specializzate in turismo religioso la inseriscono tra le mete facoltative nei tour devozionali. Non è tanto la non storicità il motivo del disinteresse - altrove prosperano culti di ben piú imbarazzante infondatezza - quanto la scarsa attrazione verso un luogo dove, almeno nella percezione dei fedeli cattolici, Maria di Nazareth non è in realtà mai stata seppellita.
P
er i cristiani ortodossi la questione è se possibile ancora piú radicale, perché della teorizzazione della non morte della madre di Gesú sono state proprio le Chiese d'Oriente a dare la poetica definizione di Dormitio Mariae, assimilando lo stato di morte al massimo grado di passività che sia possibile raggiungere restando in vita: il sonno. Per questo anche in Italia tutti i territori che sono stati a lungo sotto l'influenza bizantina venerano la Madonna Assunta in posizione orizzontale, dormiente, incoronata come una regina e distesa su un letto sontuoso vegliato discretamente da angeli oranti.

La sensibilità popolare ha idee molto chiare in merito allo stato di questa particolare tipologia di bella addormentata. Nel mio paese d'origine, dove la chiesa patronale è dedicata proprio a questa specifica raffigurazione dell'Assunta, la preghiera popolare afferma senza tentennamenti che «morta no, ma ses dormída, santamente reposende». Dormída, cioè addormentata. Non esistono raffigurazioni artistiche di Maria morta che abbiano mai avuto qualche fortuna popolare. Quando Caravaggio provò a rompere il tabú, dipingendo il capolavoro Morte della Vergine, che la leggenda vuole ispirato al corpo esanime di una prostituta annegata nel Tevere, si vide rimandare indietro l'opera dai frati committenti, offesi dal realismo blasfemo di quel corpo gonfio e livido. L'assunzione al cielo di Maria ha infatti nella devozione popolare, o anche solo nell'immaginario culturale, una raffigurazione del tutto diversa, che nega implicitamente che la Vergine sia mai dovuta passare attraverso l'umiliazione del decesso corporeo: viva e vegeta, Maria sale al cielo incoronata in una profusione di luce, circondata da angeli e santi in una solenne cornice di nubi.

Laddove Cristo ancora oggi muore simbolicamente mille volte al giorno su tutti i muri delle nostre scuole, nell'intimità delle nostre case di credenti, dietro i banchi dei tribunali e sui petti siliconati delle soubrette, la morte di Maria è stata cancellata e sottratta alla rappresentazione, cristallizzando per tutte le donne un modello divinizzato a cui nessuna può accostarsi con qualche speranza di identificazione.

Nell'iconografia dominante, quella che ha fondato il nostro immaginario collettivo, la madre di Cristo ha con la morte un rapporto di sola contemplazione: è la Mater Dolorosa ai piedi della croce, icona del dolore permanente al capezzale della fine di un altro. Questo silenzioso Stabat è la pietra miliare della costruzione dell'idea di Maria come vestale afflitta e funzionale, predestinata a divenire il modello ferreo per la femminilità di quasi venti secoli. La donna ai piedi della croce non è solo l'eterna testimone della morte altrui.

Una Madonna che non conosce la propria fine offre alle donne credenti un patto di mimesi insostenibile, perché stipulato con un soggetto simbolico dal corpo intangibile, sottratto al tempo e in definitiva privo di limite. Se la «Maria che non muore» rappresenta la perfezione a cui non giungeremo mai, se è lei - l'Eternamente giovane - l'obiettivo a cui tendere, significa che in questo gioco siamo destinate a perdere comunque, a meno di non ricorrere a espedienti per ridurre la distanza dal modello. Per questo l'ossessione sociale del «restare in forma» deve spingerci a domandarci nella forma di cosa (o di chi) viene chiesto di riconoscersi. La chirurgia estetica in continuo sviluppo, la cosmetica antiage che ci lusinga dagli scaffali e la maniacale manutenzione da palestra a cui ci sottoponiamo non sono solo l'effetto del martellamento pubblicitario che denigra le nostre normalità, ma sono segnali di un desiderio di trasformare il corpo in santuario immutabile, l'indizio dell'incapacità di fare pace con la morte, la nostra.

Il processo di riappropriazione della propria complessità per le donne deve passare attraverso la costruzione di un sano immaginario del limite. È una questione di sopravvivenza, e non solo in rapporto a se stesse, perché la donna rappresentata da Maria offre anche all'uomo un modello inaccessibile e frustrante con cui rapportarsi. Impossibile da possedere, intangibile al tempo e alla sua consunzione, la donna-santuario resta un mistero davanti al quale o ci si inginocchia o si bestemmia.

Michela Murgia, Ave Mary -  Einaudi, Torino, 2011

mercoledì 2 febbraio 2011

Amore e Morte

Nella primavera del suo venticinquesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno un grado della forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore straordinario, epocale. La persona di cui Sumire si era innamorata aveva diciassette anni più di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. E’ da qui che tutto cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finì.

Così comincia il romanzo di Haruki Murakami “La ragazza dello Sputnik” (Einaudi) che s’interroga sull’amore. Che parla d’amore e di morte.

domenica 21 novembre 2010

Il ritratto Ovale

(…) Era una fanciulla di rara bellezza, amabile quanto piena di gioia. Maledetta fu l’ora in cui vide il pittore, si innamorò di lui e lo sposò. Lui, uomo appassionato, studioso e austero, era già sposato con l’arte. Lei, fanciulla di rara bellezza, amabile e piena di gioia; tutta luce e sorrisi, festosa come una cerbiatta, amava e aveva cara ogni cosa. Odiava soltanto l’arte, sua rivale. Temeva soltanto la tavolozza e i pennelli e tutti gli odiati strumenti che la privavano della vista dell’amato. Fu terribile quando il pittore disse che voleva fare un ritratto anche a lei, sua giovane sposa. Ma, era umile e remissiva, e per molte settimane sedette docilmente nella stanza buia in cima alla torre dove la luce scendeva sulla pallida tela solo dall’alto. Ma lui, il pittore, si curava soltanto della propria opera, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Era un uomo appassionato, ombroso, malinconico. Così non si accorse che la luce, incombente in maniera tanto spettrale entro quella torre isolata, minava la salute e lo spirito della sua sposa: lei sfioriva a vista d’occhio. Tutti se ne accorgevano tranne il marito. Lei comunque seguitava a sorridere senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore, già molto famoso, traeva da quell’opera un piacere intenso e lavorando notte e giorno per ritrarre colei che tanto lo amava e che tuttavia diventava giorno dopo giorno sempre più debole e triste. E in verità chi aveva visto il ritratto parlava sottovoce della somiglianza come di un’assoluta meraviglia e come una prova non soltanto dell’abilità del pittore, ma anche del suo profondo amore per la creatura ritratta in modo così straordinario. Ma alla fine, quando ormai l’opera stava per essere terminata, nessuno fu più ammesso nella torre perché il pittore, tutto presa dalla foga della propria arte, non staccava mai gli occhi dalla tela, neppure per guardare il viso di sua moglie. Non volle vedere che il colore steso sulla tela era sottratto dalle guance della donna seduta accanto a lui. E dopo molte settimane, quando ormai non restava quasi nulla da fare, se non una pennellata alle labbra e un’ombreggiatura agli occhi, lo spirito della donna ebbe ancora un guizzo, come una fiamma nella cavità di una lampada. Il colpo di pennello fu dato, l’ombreggiatura venne compiuta. Per un attimo il pittore rimase in estasi davanti all’opera finita. Ma un attimo dopo, mentre ancora lo guardava, cominciò a tremare e a impallidire; in preda al terrore, gridando: “Questa è la vita!”, si voltò verso l’amata: era morta.
di Edgar Allan Poe
Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Noi di Spazi dell’ Anima abbiamo scelto questo racconto per riflettere insieme su quanti volti diversi, persino nobili, può assumere la violenza, come sottilmente può insinuarsi strisciante nella nostre vite. Ma davvero è così difficile riconoscere l’amore che consuma? Trovare le parole per dirlo? Noi pensiamo che sia possibile dar nome e forma ad ogni tipo di violenza, anche quella che prospera nascondendosi nelle pieghe dell’ambiguità e siamo convinte che il dialogo e la narrazione siano il primo passo da fare per prendere “le misure” e vedere dalla giusta distanza le situazioni. Per questo dedicheremo alla violenza il prossimo Cafè-philo il 15 dicembre. Vi aspettiamo.