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martedì 17 dicembre 2013

Parole gelate


Quante suggestioni, quante emozioni pervengono a chi prende sul serio le metafore e non le considera semplici giochi linguistici o peggio meri ornamenti di stile dai quali si può uscire senza difficoltà. E quante nuove letture di un fenomeno vecchio come il silenzio proposte dalla benemerita quanto bizzarra Accademia del Silenzio per un mondo sempre più pieno di voci suoni e rumori.
Non si può tuttavia, nell’edificare strutture e nell’intuire parallelismi, non ricordare il fatto che l’immaginazione metaforica conosce ragioni che la ragione non conosce, ed è, come vedremo, refrattaria a esperimenti dirimenti che le vogliano far dire sempre inesorabilmente una cosa sola.

Ben lo si vedrà nel caso del silenzio, il silenzio delle voci in particolare (il “tacere”), per il quale inseriamo qui un nuovo tassello al nostro mosaico metaforico: voce e silenzio come acqua e ghiaccio. 

Ma ascoltiamo prima la meravigliosa storia delle parole gelate, accennata già in un aneddoto di Plutarco, presente nel Cortigiano del Castiglione, ma sviluppata per esteso soltanto nel poema francese del cinquecento Gargantua e Pantagruele di François Rabelais. La storia racconta così: Pantagruele e compagni, trovandosi in alto mare, credono di udire voci di persone che parlano in aria, ma pur sforzando gli sguardi, non vedono nessuno. Prestando attenzione, riescono a riconoscere intere parole e frasi. Ricordando la (presunta) dottrina di Platone sulle parole “le quali in certi paesi, nel tempo del più forte inverno, allorché vengono proferite, gelano e ghiacciano al freddo dell’aria e non sono sentite”, Pantagruele e soci si rendono conto allora di trovarsi nel posto dove le parole si erano gelate e che in quel momento, per effetto della bella stagione, disgelavano. Parole gelate che Pantagruele gettava ai compagni in forma di confetti perlati di vari colori, azzurri, neri, dorati: scaldatesi nelle mani, le parole-confetto “fondevano come neve” trasformandosi in suoni.

Siamo di fronte a una suggestiva trasposizione letteraria dell’idea che la parola, fluida, scorre, mentre mentre il silenzio, di ghiaccio, racchiude in un blocco compatto e immobile, le parole gelate, talvolta “troppo gelate per sciogliersi al sole”. Così, come ascoltando e cantando mille volte La guerra di Piero di de Andrè non ci siamo mai interrogati del perché quelle parole strette nella bocca non potessero sciogliersi, dal momento che lo capivamo e lo accettavamo e basta, così non staremo a chiederci qui se il silenzio è “veramente” di ghiaccio o di pietra e se si può rompere, spezzare, frantumare e “perché”. Se nessuno ce lo chiede infatti, la risposta la sappiamo, ma se qualcuno ce lo chiede, non siamo in grado di dargliela.

Francesca Rigotti, Metafore del Silenzio, Mimesis/Accademia del Silenzio, Milano-Udine 2013

venerdì 1 febbraio 2013

Uno sguardo privato - Su Emidio Greco


Un autore privato. Non si può usare un aggettivo diverso, a misurare la differenza di Emidio Greco rispetto al cinema italiano contemporaneo. 

L’uomo privato, proprio, s’intitola il penultimo degli otto lungometraggi che ci ha lasciato (sabato scorso, morendo a Roma dopo una malattia che lo aveva illuso, ci aveva illuso, di essere stata sconfitta). Il penultimo, ma – dichiarava alla sua uscita – «mi piacerebbe che venisse ricordato come naturalmente l’ultimo». Notizie degli scavi – tre anni dopo, nel 2010 – ha rappresentato una “postuma” chiusura del circolo: col racconto di Franco Lucentini che Emidio aveva sceneggiato, allora appena uscito, all’atto di entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Era il 1964, l’anno di Deserto rosso

Ed è da lì che Emidio proveniva. Dalla Torino “concettuale” dei primi Sessanta, dei quadri specchianti di Pistoletto, dell’amico carissimo Alighiero Boetti (all’opera del quale, nel ’78, dedicò Niente da vedere niente da nascondere). Del Gruppo 63 degli altri amici e suoi occasionali collaboratori – Enrico Filippini, Andrea Barbato. Veniva da quell’Italia; ed era, di tutti loro, il più giovane. Condizione che si rivela, alla lunga, controproducente: consegnandosi, alla generazione che segue, come il fossile di un tempo infinitamente più ricco e consapevole. E infatti, nel cinema degli anni Ottanta e Novanta e Zero, è stato un revênant, un diverso, un alieno. Come tale veniva percepito dai suoi colleghi e dal pubblico. Ma come tale, soprattutto, percepiva se stesso.

Per questo L’uomo privato – «naturalmente ultimo» – rappresenta insieme il suo testamento e il suo autoritratto. Un professore di Diritto, uomo di successo dall’eleganza asciutta e riservata, dall’alto dei suoi privilegi guarda il mondo in modo disincantato, quasi entomologico. Nelle interviste Emidio lo paragona all’Ulrich dell’Uomo senza qualità (perché sullo sfondo si lavora all’Azione Parallela d’un insensato mega-convegno cultural-mondano che si celebrerà, infine, nella cornice sfarzosa della Villa della Regina: sulle colline della “sua” Torino, cioè, ma vista dall’alto e da lontano), a me ricorda piuttosto Hans Karl Bühl, L’uomo difficile d’un altro cantore della finis Austriæ, Hugo von Hofmannsthal. Come lui l’uomo privato è desiderato da tutti, e soprattutto da tutte; ma non si concede mai, davvero, a niente e a nessuno. Come lui l’uomo privato non partecipa all’agitazione di chi lo circonda; non
dà risposte, non esprime opinioni. Alla fine lo dice, l’uomo difficile di Hofmannsthal: «tutto quel che si esprime è indecente […], gli uomini non mettono rigore in nulla, c’è addirittura una certa impudenza nel fatto stesso che gli uomini osino vivere certe cose!». Questo schermo che l’uomo privato frappone fra sé e la vita è simboleggiato da una metafora eloquente, per un uomo di cinema. Lo dice a lezione, il professore. La vita non ha forma se non è illuminata dal diritto: «la norma giuridica getta un fascio di luce sulla vita. E la vita è l’ombra che resta oltre il cono di quella luce».

Personaggio-riflettore, come lo avrebbe definito Henry James, l’uomo privato pensa di poter illuminare il mondo fuori di sé senza mai esserne coinvolto. Ma qualcosa incrina il suo progetto. Un suo studente – che poi s’è suicidato – a sua insaputa lo ha seguito, lo ha spiato, ha ripreso la sua vita privata come farebbe, appunto, un occhio privato. Quello sguardo di rimando, che imprevisto gli si ritorce contro, da quel momento gli rende impossibile il distacco, il dominio che prima esercitava su tutto e tutti. Come succede anche negli altri film del suo autore, l’uomo privato si aggira in una festa, guarda gli altri ballare senza poter prendere parte a quel ballo, senza capirlo. Alla fine torna nel suo appartamento privato e guarda quella cornice, in cui prima s’incastonava a perfezione, per la prima volta dall’esterno: aziona un interruttore, accende le luci di casa in ogni possibile combinazione. Ma non c’è più traccia di forma, non c’è più rigore: in quella luce. Un finale che ripete in forma disforica quello dell’opera prima, L’invenzione di Morel del ’74: che alla trama di Bioy Casares – ancorché «perfetta», come l’aveva designata Borges, mai rinnegato phare di Emidio – appone una clausola che è un capovolgimento: col naufrago che infrange la macchina congela-tempo, il «fascio di luce» metafisica che ha fissato la realtà, sull’isola, paralizzandola in una forma splendida quanto priva di vita.

Com’è ovvio, è lo stesso autore ad aver rivolto su di sé quello sguardo indiscreto. Come nell’unico Film realizzato da Samuel Beckett, l’occhio che ci insegue è il nostro stesso occhio. L’uomo che con tanta efficacia ha forcluso il suo privato agli sguardi indiscreti del prossimo, ha sofferto anche una privazione. Lo schermo di estraneità che ha frapposto fra sé e il mondo ha separato lui stesso dal vivo di un’esistenza con la quale in effetti Emidio, spesso, dava l’impressione di avere poco a che fare. Cauterizzato dalla nascita, così appariva, nei confronti dei trasporti e degli affetti, delle illusioni della vita sociale, pubblica.

venerdì 14 dicembre 2012

Ragni?


Quanti ragni sono morti, stecchiti, aspettando le mosche succulente che svolazzavano vicino, vicinissimo a loro, e tuttavia non abbastanza vicino, e alla fine sono caduti, grigi, leggeri, delicati, ragni che la vita non ha preservato, e che avrebbe preservato così com'erano: brutti, sgradevoli, volgari.

Henri Michaux, Passaggi, Adelphi, Milano 2012

mercoledì 6 giugno 2012

Armonia

Il nostro corpo, nel suo insieme, vibra ad una frequenza di circa 7 Hertz, ossia 7 cicli al secondo. Con la stessa frequenza vibra il sistema cuore/aorta se smettiamo per qualche istante di respirare, o in quei soggetti che grazie all'esercizio riescono a respirare in modo tanto delicato e armonico da non influenzare questo ritmo. Di nuovo, 7 Hz è la frequenza delle onde cerebrali theta, quelle associate allo stato semi-ipnotico tra sonno e veglia, e all'attività intuitiva e creativa più profonda. Infine, 7-8 Hz è la frequenza a cui vibra la Terra all'interno della ionosfera, come effetto del rapporto tra la velocità della radiazione elettromagnetica e la circonferenza terrestre.



Saranno anche solo coincidenze, ma sono significative. Pensate ad esempio che se meditando il nostro cervello produce onde theta, o se respiriamo in modo tale da riprodurre il ritmo di 7 Hz tra cuore e aorta, siamo in sincrono con la pulsazione fondamentale del nostro pianeta.

Viene da chiedersi se l'espressione "in armonia con se stessi e con il mondo" non sia ben più di una bella metafora un pò sfruttata.

Tanto più che la Natura sembra amare particolarmente i sistemi sincronizzati. Già nel 1665 lo scienziato olandese Christian Huygens aveva notato come due orologi a pendolo sospesi alla stessa parete, anche se inizialmente oscillavano a frequenze diverse, dopo un certo tempo assumevano esattamente lo stesso ritmo. E lo stesso fenomeno viene dimostrato nel film "The Incredible Machine". Solo che questa volta i protagonisti sono due cellule muscolari cardiache: sotto l'occhio indagatore del microscopio, le due cellule fino a una certa distanza si ignorano e battono a ritmi diversi. Quando vengono avvicinate, anche senza toccarsi cominciano improvvisamente a battere all'unisono.

Altre ricerche rivelano che una stessa coordinazione ritmica avviene nel corso delle normali conversazioni, tra chi ascolta e chi parla, ed è severamente disturbata da problemi emotivi o di relazione, con punte estreme nel caso di individui autistici. Questo perché i sistemi sincronizzati richiedono molto meno dispendio di energia per l'automantenimento, e la Natura cerca costantemente di realizzare gli stati energetici più efficienti. Ne consegue che anche per noi, lo stato di sincronia con la Terra è uno stato in cui la vita fluisce senza sforzo, e forse anche per questo possiamo raggiungere le più alte vette di pensiero intuitivo e creativo.
Ma la musica come affronta tutto questo? È interessante notare ad esempio come il vibrato dei cantanti lirici abbia giustappunto una frequenza compresa tra i 6,8 e i 7,4 Hz.

Non a caso il vibrato veniva stigmatizzato e visto come il fumo negli occhi dalla cultura vittoriana: coinvolgeva troppo il corpo dell'ascoltatore, e lo induceva a peccaminose reverie. E poi molta della musica New Age è stata composta proprio con l'ottimo proposito di aiutare la sincronizzazione delle due metà del cervello o comunque per guidare il cervello verso le onde della meditazione, alfa e theta per l'appunto.


martedì 15 maggio 2012

Onde e Nuvole

Gli oceani al di sopra e al di sotto dell'orizzonte sono intimamente collegati. Come si legge nel libro della Genesi, quando Dio diede origine alla vita per prima cosa mise in moto i mari: In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Il giorno dopo «separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento». In altre parole, Dio divise gli oceani in basso dalle nuvole in alto tramite una distesa d'aria.

L'affinità tra cielo e mare, addirittura la discendenza comune, implica che, a sua insaputa, un contemplatore di nuvole sia anche un osservatore di onde, poiché spesso le nuvole nascono su onde d'aria.
 (...)
Nuvole e onde marine non hanno in comune solo l'occasionale somiglianza. L'infrangersi delle onde svolge un ruolo delicato nella formazione delle nuvole. Quando le creste si riversano sulla spiaggia, la turbolenza genera infinite bollicine che scoppiano, liberando nell'aria una sottile bruma di goccioline d'acqua. Mentre l'acqua evapora, le microparticelle di sale che fluttuano nell'aria e che possono raggiungere l'atmosfera sono tra i più efficaci «nuclei di condensazione» da cui dipende gran parte della formazione delle nuvole. Fungono infatti da semi su cui il vapore acqueo invisibile presente nell'aria può cominciare a condensarsi e a formare le goccioline che noi vediamo come nubi basse. Non dico che l'infrangersi delle onde generi direttamente le nuvole sovrastanti, ma garantisce che i nuclei di condensazione, importanti elementi della formazione delle nubi, aleggino sempre nella bassa atmosfera.

Il processo funziona anche in senso contrario perché le nuvole, quelle temporalesche almeno, svolgono un ruolo di rilievo nella formazione delle onde. Potrà sembrare sorprendente, quando si osservano le onde che lambiscono dolcemente la spiaggia di un luogo di villeggiatura esotico. Dall'ombra di una palma ondeggiante sembrano placide e tranquille, come il respiro pacato del mare in cui ogni sinuosa espirazione segue incessantemente la precedente. Il loro arrivo leggiadro, però, nasconde la crescita travagliata delle onde. Queste serene visitatrici sono spesso nate nel bel mezzo del caotico subbuglio ventoso di un temporale al largo, che ormai si è dissipato da tempo.

Come fanno le onde a formarsi in un temporale? E come fanno inoltre a passare dalla confusione increspata alla processione ordinata di creste che si riversano sulla spiaggia dinanzi a noi? Per avere le risposte occorre studiarne il viaggio nel mare, seguire ogni fase del loro progresso, dalla nascita al largo fino alla morte spumosa sulla riva.

Da GavinPretor-Pinne, Wave Watching - Una guida illustrata per l'osservatore di onde, Guanda, Parma, 2011

martedì 27 marzo 2012

ORECCHIO VERDE

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.
Non era tanto giovane, anzi era maturato
tutto, tranne l'orecchio, che acerbo era restato.
Cambiai subito posto per essergli vicino
e potermi studiare il fenomeno per benino.
Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell'orecchio verde che cosa se ne fa?
Rispose gentilmente: — Dica pure che sono vecchio
di giovane mi è rimasto soltanto quest'orecchio.
È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire.
Ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli.
Capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose.
Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.


Di Gianni Rodari - in Stefano Panzarasa L'orecchio verde di Gianni Rodari, Edizione Nuovi Equilibri, Viterbo, 2011, 

giovedì 8 marzo 2012

Le Cicale di Ermanno Cavazzoni

La cicala effettivamente passa l'estate a cantare (in greco si dice achete per questo), ed è falso che poi d'inverno vada a chiedere il cibo alla formica, sia perché la cicala si nutre di rugiada, dice Plinio (Nat. hist., XI, 32), sia perché non ha la bocca, ma una specie di piccola lingua con cui lecca la rugiada. Poi se la cicala si presentasse alla porta della formica il primo problema sarebbe quello della comunicazione, perché è noto che le formiche non parlano, o se parlano, parlano talmente piano che nessuno finora, anche con degli apparecchi acustici, è riuscito a sentirle. Mentre la cicala è abituata ad urlare, ed urla sempre la stessa canzone, che può avere diverse intonazioni da soggetto a soggetto o da luogo a luogo, ma fondamentalmente ripete sempre lo stesso concetto, che è un'affermazione, una specie di sì ripetuto, sì sì sì sì, che è anche il suo modo di pensare, che cioè tutto va bene, su tutti i fronti, e che al mondo ci vuole dell'ottimismo, e l'ottimismo ridà vigore ai mercati, la gente spende, i consumi aumentano, le industrie producono, è un circolo, e quindi si dimostra che l'ottimismo alla fine produce le condizioni per essere ottimisti. Infatti la cicala succhia la rugiada al mattino presto, poi quando non ce n'è più e si entra in una fase di depressione economica che gli analisti giudicherebbero nera, di lunga durata, perché è estate, c'è caldo e il sole potrebbe restare in cielo fermo e asciugare tutto per dei mesi, quindi chi avesse ancora della rugiada dovrebbe fare come la formica e metterla via, risparmiarla; ecco che invece la cicala salta su un ramo e si mette a dire di sì: sì sì sì sì, cioè a esprimere sinteticamente l'ottimismo, che la rugiada adesso manca ma tornerà, i mercati riprenderanno vigore, per dirla con il linguaggio degli analisti, e tutta la mattina la passa a dir sì, e questo è comprensibile, perché è ancora sazia e contenta, ma a mezzogiorno e nelle prime ore del pomeriggio, quando brucia di più il solleone e ci si aspetterebbe un prevalere della sfiducia, cioè la classica caduta dei titoli azionari e dell'indice MIB, più che mai la cicala grida il suo ottimismo, mentre la formica laggiù in terra con una diversa teoria di mercato fondata sull'accumulo dei beni primari nella prospettiva che tutto inevitabilmente a un certo punto andrà male e crollerà l'agricoltura, la zootecnia, la meteorologia sarà avversa eccetera, la formica come è noto lavora e risparmia, e non compera titoli in Borsa né fa mutui a tasso variabile o tenta di speculare su consiglio della sua banca che dice di far gli interessi del cliente ma in realtà fa i suoi, esclusivamente. Dal punto di vista della cicala, quella della formica è un'economia primitiva, che non tiene conto degli aspetti psicologici del mercato, e di come la ricchezza sia svincolata dall'effettivo possesso, quindi continua a gridare sì per tutto il pomeriggio, da tutti gli alberi, per chilometri e chilometri di campagna; questo sì, che fa venire mal di testa, si chiama frinire, il frinire delle cicale, che è come dire la loro scienza economica, la quale forse è più giusto chiamarla ideologia, tanto è ostinata e sincera, contro tutte le constatazioni di fatto, che cioè arde il sole, tutta la rugiada è evaporata e chi può dire se mai tornerà? Finché a forza di cantare a turno o in coro, confermandosi reciprocamente, e in modo che quando una smette un'altra attacca, e non ci sia mai calo dell'ottimismo economico, viene la sera, attaccano i grilli, che come è noto fanno cri cri, che significa crisi, i grilli sono obiettivi, si riferiscono alla giornata, che è crollata, la luce è crollata, le fonti di calore crollate, sono catastrofisti e gridano tutta la notte perché si faccia qualcosa o dal buio non si uscirà. Ma le cicale nel frattempo sono cadute addormentate (per la fatica di sostener l'ottimismo) e non sentono.
Le formiche dal canto loro hanno chiuso le porte e son là tutta notte che contano.
Poi viene l'aurora, poi l'alba, e su tutti gli alberi, sull'erba eccetera, c'è la rugiada, la quale è venuta in seguito all'ottimismo, senza ottimismo non ci sarebbe stata questa nuova euforia dei mercati (dove per mercati intendono l'erba) e la fiducia degli investitori (che non si sa chi sono), è un fatto psicologico, dicono le cicale, o pensano, perché quanto a dire, dopo aver mangiato e bevuto, riprendono a dire il loro perpetuo sì.
E così tutto luglio, agosto, un po' di settembre se fa ancora caldo, e ai primi freddi muoiono tutte; una catastrofe (dicono le formiche), un'ecatombe. Ma le cicale non lo vengono a sapere di questa loro ecatombe; non c'è uno storiografo, un Tucidide ad esempio, che sopravviva; e se ci fosse a chi lo racconterebbe?
Quindi mentre la formica rabbrividisce col metabolismo ridotto e rosicchia al buio i suoi sacchi di grano, nessuna cicala viene a bussare alla porta. Loro continuerebbero a dir sì anche nell'aldilà, ce l'avessero, ma è improbabile. E in ogni caso le cicale, prima di morire, nei pochi attimi di pausa dal sì, credendo di fare i loro bisogni escrementizi, con l'ovidotto hanno deposto sotto terra le uova; le quali aspettano tranquille che sia finita la grande depressione economica per ricominciare a giugno da capo col loro ottimismo inguaribile.

Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, Guanda, Parma, 2011



martedì 13 dicembre 2011

Tre metamorfosi

Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo.

Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, piú difficili a portare.
Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato.
Qual è la cosa piú gravosa da portare, eroi? così chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza.
Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza?
Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore?
Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima?
Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi?
Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi?
Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura?
Tutte queste cose, le più gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, così corre anche lui nel suo deserto.
Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto.
Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria.
Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”.
“Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”.
Valori millenari rilucono su queste squame e cosí parla il piú possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”.
“Tutti i valori sono già stati creati, e io sono ogni valore creato. In verità non ha da essere piú alcun “io voglio!”. Cosí parla il drago.
Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione?
Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone.
Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone.
Prendersi il diritto per valori nuovi, questo è il piú terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda.
Un tempo egli amava come la cosa piú sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose piú sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone.
Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì.
Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.

Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone fanciullo.
Cosí parlò Zarathustra. Allora egli soggiornava nella città che è chiamata: “Vacca pezzata”.

F. Nietzsche, Cosí parlò Zarathustra

martedì 22 novembre 2011

Sogni

C’era una volta il favoloso uccello del paradiso, che viveva nei sogni dei pittori, dei poeti e dei cacciatori. I pittori passavano la vita a dipingerlo, ma non sapevano riprodurre i suoi splendidi colori. E la gente diceva loro: "Dato che non riuscite a dipingerlo, vuol dire che non esiste!" I poeti lo descrivevano da un’eternità, ma non sapevano coglierne la bellezza. E la gente diceva loro: "Dato che non riuscite a descriverlo, vuol dire che non esiste!" "Come sarebbe a dire che non esiste?" ribatterono i cacciatori. Afferrarono i fucili, spararono nei sogni e uccisero l'uccello del paradiso, poi lo impagliarono. E la gente non disse nulla.
Ivan Kulekov, Senza titolo, Biblioteca del Vascello, Roma 1991.

giovedì 27 ottobre 2011

La fiamma della vita

Un tempo – tempo dimenticato dai sogni stessi -la fiamma faceva pensare i sapienti: al filosofo solitario regalava mille sogni. Sul tavolo del filosofo, accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura, evocava immagini senza limite. La fiamma diventava allora per un sognatore di mondi un fenomeno del mondo. Stavamo studiando in grossi libri il sistema del mondo, ed ecco che una semplice fiamma – ironia del sapere! – viene direttamente a proporci il suo enigma. Dentro una fiamma non vive forse il mondo? E la fiamma non ha anch’essa una vita? Non è forse il segno visibile di una creatura intima, il segno di una potenza segreta? Non contiene forse tutte le contraddizioni interne che dànno ad una metafisica elementare il suo dinamismo? Perché cercare dialettiche di idee quando abbiamo, proprio alla radice di un fenomeno semplicisssimo, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri? La fiamma è un essere senza massa, eppure è un essere forte.
Se, accoppiando le immagini che uniscono la vita e la fiamma, volessimo scrivere contemporaneamente una «psicologia» delle fiamme e una «fisica» dei fuochi della vita, che campo sterminato di metafore dovremmo esaminare! Metafore? In quell’età di sapere remoto in cui la fiamma faceva pensare i sapienti, le metafore erano pensieri. Ma se il sapere dei vecchi libri è morto, l’interesse di réverie rimane. Cercheremo in questo libriccino di tradurre in réverie primaria tutti i nostri documenti, ci provengano essi dai filosofi o dai poeti. Tutto ci appartiene, tutto ci riguarda quando nei nostri sogni o nella comunicazione dei sogni degli altri ritroviamo le radici della semplicità. Davanti ad una fiamma, noi comunichiamo moralmente con il mondo. Persino in una veglia semplice e qualsiasi la fiamma della candela è il modello di una vita tranquilla e delicata. Certo, il minimo soffio la scompone, esattamente come un pensiero estraneo nella meditazione di un filosofo in meditazione. Ma quando giunge davvero il regno della vera solitudine, quando davvero suona l’ora della tranquillità, allora regna la stessa pace nel cuore del sognatore e nel cuore della fiamma, allora la fiamma conserva la sua forma e corre diritta come un pensiero sicuro verso il suo destino di verticalità.
Così, al tempo in cui si sognava pensando, si pensava sognando, la fiamma della candela poteva essere un manometro sensibile della tranquillità dell’anima, una misura della calma fine, di una calma che scende fin dentro ai dettagli della vita – di una calma che dona la grazia della continuità alla durata che accompagna una reverie tranquilla.
Volete essere calmi? Respirate piano davanti alla fiamma leggera che, posatamente, fa il suo lavoro di luce. (…)
Jean Cassau sognava sempre di abbordare il grande poeta Milosz con questa domanda degna di un principe regnante: «Come sta la Vostra Solitudine? »
Questa domanda ha mille risposte. In quale centro dell’anima, in quale angolo del cuore, in quale meandro dello spirito un grande solitario è solo, davvero solo?
Solo? Imprigionato o consolato? In quale rifugio, in quale cella, il poeta è un vero soliitario? E quando anche tutto il resto cambia a seconda dell’umore del cielo e del colore dei sogni ogni espressione della solitudine del grande solitario deve trovare la sua immagine. «Impressioni» di questo tipo sono per prima cosa immagini. Bisogna immaginare la solitudine per conoscerla – per amarla o per difendersene, per essere tranquilli o coraggiosi. Quando si vorrà fare la psicologia del chiaroscuro psichico nel quale si rischiara o si ottenebra questa coscienza del nostro essere, sarà necessario moltiplicare le immagini, raddoppiare ogni immagine. Un uomo solitario nella gloria del suo essere solo crede a volte di saper dire cosa è la solitudine. Ma a ciascuno la sua solitudine. E il sognatore di solitudine non può darci che qualche foglio di quest’album del chiaro scuro delle solitudini.
Quanto a me, in comunione completa con le immagini che mi vengono offerte dai poeti, in comunione completa con la solitudine di altri, mi faccio solo con le solitudini altrui.
Mi faccio solo, profondamente solo, con la solitudine di un altro.
Ma bisogna, naturalmente, che questa sollecitazione alla solitudine sia discreta, che sia per l’esattezza una solitudine d’immagine: se lo scrittore solitario mi vuole raccontare la sua vita, tutta la sua vita, mi diventa subito un estraneo. Le ragioni della sua solitudine non saranno mai le ragioni della mia. La solitudine non ha storia. Tutta la mia solitudine è contenuta in un’immagine primaria.
Ecco allora l’immagine semplice, il quadro centrale nel chiaroscuro dei sogni e del ricordo. Il sognatore è al suo tavolino: è nella sua mansarda: accende la sua lampada. Accende una candela. Accende la sua bugia. Ed ecco che io mi ricordo, ecco che mi ritrovo: anch’io, come lui, veglio. Studio come lui studia. II mondo è per me, come per lui, il libro difficile illuminato dalla fiamma di una candela. Perché la candela, compagna della solitudine, è soprattutto la compagna del lavoro solitario. La candela non illumina una cella vuota: illumina un libro.
Solo, di notte, con un libro illuminato da una candela – libro e candela, doppio isolotto di luce, contro le doppie tenebre dello spirito e della notte. Io studio! Non sono altro che il soggetto del verbo studiare.
Pensare, non oso.
Prima di pensare, si deve studiare.
Solo i filosofi pensano prima di studiare
Ma la candela si spegnerà prima che il libro difficile venga capito: non si deve perdere nemmeno un minuto di luce della candela, le ore della vita studiosa.
Se alzo gli occhi dal libro per guardare la candela, invece di studiare, sogno. Allora le ore fluttuano nella veglia solitaria. Le ore fluttuano tra la responsabilità di un sapere e la libertà delle réveries, questa troppo facile libertà dell’uomo solitario.
L’immagine di un uomo che veglia al lume di candela mi basta per cominciare a mia volta a fluttuare tra i pensieri e le reveries. Si, sarei turbato se il sognatore che è al centro dell’immagine mi dicesse le ragioni della sua solitudine, una remota storia di oltraggi della vita. Ah, il mio passato da solo è sufficiente ad appesantirmi. Non ho bisogno del passato degli altri. Ho bisogno invece delle immagini degli altri per colorare di nuovo le mie. Ho bisogno delle reveries degli altri per ricordare il mio lavoro sotto le fiammelle, per ricordare che sono stato io stesso un sognatore di candela.
Da: G. Bachelard, La fiamma di una candela, trad. di Marina Beer, Editori Riuniti

lunedì 3 ottobre 2011

Le città e la memoria 3

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Da I. Calvino- Le Città Invisibili, Einuadi, Torino, 1972

venerdì 16 settembre 2011

La passeggiata di Euclide

In La passeggiata di Euclide, si vede una finestra che si affaccia su una città. Davanti alla finestra c’è un cavalletto su cui è appoggiata una tela. Ciò che è dipinto sulla tela coincide perfettamente con la parte del paesaggio urbano nascosta dalla tela. C’è un secondo scherzo ottico. La parte di paesaggio dipinta (o nascosta dalla?) tela include una strada dritta che si perde all’orizzonte e, al suo fianco, una torre aguzza.
La strada in prospettiva e la torre hanno identica dimensione, uguale colore e la stessa forma appuntita. Lo scopo di questi giochi visivi è dimostrare come sia facile confondere bidimensionale e tridimensionale, superficie e sostanza. E così arriviamo al punto. Il cavalletto ha una manovella, girando la quale la tela si abbassa o si alza. Magritte l’ha resa in modo molto tangibile ed enfatico. Che succederà se la si manovra? E’ possibile-impossibile che, spostando la tela, ci accorgiamo che nel punto esatto dove ssa originariamente era, non vi è alcun paesaggio: niente, un puro vuoto?

John Berger Sul Guardare, Bruno Mondadori, Milano 2009

lunedì 5 settembre 2011

Il piacere del testo

L'obiettivo della scrittura ad alta voce (in questo caso interpretazione) non è la chiarezza del messaggio, ma il teatro delle emozioni, ciò che essa cerca sono gli incidenti pulsionali, è il linguaggio tappezzato di pelle, un testo in cui si possa sentire la grana della gola, la patina delle consonanti, la voluttà delle vocali, tutta una stereofonia della carne profonda: l'articolazione del corpo, della lingua ... e faccia sentire nella loro sensualità il respiro, la rocaille, la polpa delle labbra, tutta la presenza del muso umano (che la voce, la scrittura, siano fresche, morbide, lubrificate, finemente granulose e vibranti come il muso di un animale) perché riesca a trascinare lontanissimo il senso e a gettare, per così dire, il corpo anonimo dell'attore dentro al mio orecchio: qualcosa granula, crepita, accarezza, gratta, taglia: è il godere del testo.

Roland Barthes Il piacere del testo, trad. Lidia Lonzi, Einaudi, Torino 1975, 1989.

giovedì 14 luglio 2011

Salamandre

Una salamandra non sospetta nulla della screziatura gialla e nera che porta sul dorso. Non sa che quelle macchie si dispongono in due minute catenelle o si fondono in un’unica stria compatta a seconda dell’umidità della sabbia, della tappezzeria allegra o luttuosa del terrario

Ma l’uomo, salamandra pensante, indovina che tempo farà il giorno dopo pur di essere lui a decidere delle proprie tinte.

Osip Mandel’štam,  Viaggio in Armenia, a cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 2010

mercoledì 13 aprile 2011

Filosofie, atmosfere e metafore

Wolf approfittò dell’assenza di Christie per avvicinarsi alla libreria che l’aveva già incuriosito. La prima cosa ad attirare la sua attenzione fu un’edizione dell’Hydriotaphia ossia “Il seppellimento nelle urne” di Sir Thomas Browne. Egli tolse questo libro dallo scaffale, e lo sfogliava distrattamente quando rientrò la ragazza con in mano un bicchiere di chiaretto.
Rimettendo il volume al suo posto in fretta, e alzando il vino alle labbra, non potè resistere alla voglia di commentare alcuni degli altri più impegnativi volumi che si trovavano nella libreria. “Vedo che lei legge Leibniz, Signorina Malakite,” disse. “Non trova quelle sue «monadi» di difficile comprensione? Vedo anche che ha per di più Hegel. Mi sono sempre sentito molto attratto da lui – nonostante sarei in imbarazzo se dovessi dire il perché.” Si rimise a sedere sulla sedia di vimini, con il bicchiere di vino in mano.
“Lei si diverte con la filosofia?” aggiunse, guardandola sornione ma amichevole. I suoi sopraccigli folti si contrassero, e i suoi occhi divennero stretti e piccoli. Christie si sedette vicino a lui sul sofa e, pensierosa, spianò con le mani la sua gonna marrone. Fu evidente la sua ansia di rispondere a questa domanda importante con la dovuta meticolosità […] “Non capisco la metà di quello che leggo,” esordì, parlando con estrema precisione. “Tutto ciò che so è che ognuno di quei libri vecchi ha per me la proprio atmosfera.” “Atmosfera?” chiese Wolf. “Suppongo che sia buffo parlare in questo modo,” continuò Christie, “ma tutte quelle strane astrazioni non-umane, come la «sostanza» di Spinoza, e le «monadi» di Leibniz, e le «idee» di Hegel, non rimangono dure e logiche per me. Sembrano sciogliersi.” Si fermò e guardò Wolf con un sorriso, come per scusare la sua pedanteria estrema. “Cosa intende per «sciogliersi»?” egli mormorò. “Intendo quello che dico,” rispose, con un tocco di fastidio, come se l’atto di pronunciare le parole le fosse difficile e lei aspettasse che il suo interlocutore fosse in grado di cogliere il loro significato a prescindere. “Intendo che esse diventano ciò che io chiamo «atmosfera».” “Il tono del pensiero che le aggrada di più, suppongo?” egli suggerì. Christie lo guardò come se egli avesse lanciato un bastone alla bolla di sapone che lei stava soffiando. “Mi dispiace di essere così incapace di esprimere me stessa,” disse. “Non credo di pensare per niente alla filosofia in termini di «verità».” “Come la concepisce, allora?” Christie Malakite sospirò: “Ce ne sono così tante!” mormorò. “Così tante?” “Così tante verità. Ma lei non deve farsi problemi nel seguire i miei modi goffi di mettere le cose, Signor Solent. “La sto seguendo con il massimo interesse,” disse Wolf.

“Ciò che sto cercando di dire è,” proseguì, buttando fuori le parole quasi con ferocia, “io concepisco ciascuna filosofia, non come la «verità», bensì solo come un particolare paese, in cui posso viaggiare – paesi con la loro luce peculiare, i loro edifici gotici, i loro tetti inclinati, i loro viali alberati – ma temo di annoiarla con tutto questo!” “Vada avanti, per l’amor del Cielo!” implorò. “È esattamente ciò che voglio sentire.” “Voglio dire, si tratta del modo di sentire le cose,” spiegò, “quando si sente la pioggia fuori dalla finestra mentre stai leggendo un libro. Mi capisce? Oh, non riesco a metterlo in parole! Quando ti viene quella subitanea sensazione della vita che sta procedendo fuori, anche lontano da dove stai seduto … in tratti vasti di paesaggio, come se stessi viaggiando in una carozza e tutte le cose che passavi fossero la vita stessa: i parapetti dei ponti con le foglie morte che li coprono, gli alberi agli incroci, le inferriate dei parchi, le luci delle lampade riflesse nei laghetti … non intendo, ben inteso, che la filosofia è identica alla vita …ma – non vede ciò che intendo?” Si fermò con un gesto di stizza. Wolf si morse la labbra per sopprimere un sorriso. In quel momento fu quasi disposto a coccolare la piccola figura nervosa davanti a lui. “Io so perfettamente ciò che intende,” disse alacramente. “La filosofia per lei, e anche per me stesso, non è affatto scienza! È piuttosto la vita stessa, purificata ed esaltata. È l’essenza della vita colta in volo. È la vita incorniciata, incorniciata dalla finestra di una stanza … di una carozza … dagli specchi … nei nostri momenti di malinconia … quando alziamo gli occhi da un libro coinvolgente … nei nostri sogni a occhi aperti – certo che io so perfettamente ciò che intende!”
Christie si spostò sul sofà e girò la testa in modo tale che lui potesse vedere solo un profilo delicato del suo viso, un profilo che, in quella posizione particolare gli sovvenne un ritratto del filosofo Cartesio!

John Cowper Powys (1872-1963) Wolf Solent (1929) [dal capitolo 5]ed. orig.: Jonathan Cape, Londra tr. it. R. Davies  http://www.unibg.it/