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lunedì 18 novembre 2013

Vivere alla fine dei tempi

La premessa di base di questo libro è semplice: il sistema capitalista globale si sta avvicinando a un apocalittico punto zero. I suoi « quattro cavalieri dell’apocalisse » comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli squilibri interni al sistema stesso (problemi con la proprietà intellettuale; imminenti lotte per materie prime, cibo e acqua), e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali.

Prendiamo ad esempio in considerazione l’ultimo punto: in nessun luogo le nuove forme di apartheid sono più palpabili che nei ricchi Stati petroliferi del Medio Oriente, Kuwait, Arabia Saudita, Dubai. Nascosti ai margini delle città, spesso letteralmente dietro muri, ci sono decine di migliaia di « invisibili » lavoratori
immigrati, che fanno il lavoro sporco, dalla manutenzione alla costruzione, separati dalle loro famiglie e privati di ogni privilegio.

Una situazione di questo tipo rappresenta chiaramente un potenziale esplosivo, che avrebbe dovuto essere convogliato dalla sinistra nella lotta contro lo sfruttamento e la corruzione, mentre viene oggi sfruttato dai fondamentalisti religiosi. Uno Stato come l’Arabia Saudita è letteralmente «oltre la corruzione»: non c’è bisogno di corruzione perché la cricca al potere (la famiglia reale) possiede già tutta la ricchezza, che può distribuire liberamente e a suo piacimento. In Stati di questo tipo la sola alternativa alla reazione fondamentalista sarebbe un tipo di Stato sociale socialdemocratico. Se le cose continueranno così, possiamo anche solo immaginare il cambiamento nella « psiche collettiva » occidentale quando (non se, ma precisamente quando) qualche gruppo o « nazione canaglia » otterrà un ordigno nucleare, o una potente arma chimica o biologica, e dichiarerà di essere « irrazionalmente » pronto a rischiare tutto nell’usarla? Le coordinate più basilari della nostra percezione dovranno cambiare, in quanto, oggi, viviamo in uno stato di negazione feticistica collettiva: sappiamo molto bene che a un certo punto questo accadrà, ma ciononostante non riusciamo a credere veramente che accadrà. Il tentativo da parte degli Stati Uniti di evitare un tale evento attraverso una continua attività preventiva è una battaglia persa in partenza: l’idea stessa che possa aver successo poggia su una visione fantasmatica.

Una forma più comune di « esclusione inclusiva » sono gli,slum, le baraccopoli, vaste aree che stanno al di fuori del controllo statale. Mentre sono generalmente visti come spazi in cui bande e sette religiose si contendono il controllo, gli slum offrono anche lo spazio per organizzazioni politiche radicali, come avviene in India, dove il movimento maoista dei naxaliti sta organizzando un vasto spazio sociale alternativo. Come ha affermato un funzionario statale indiano:

Il fatto è che se non riesci a governare un’area, allora quest’area
non è tua. Essa non fa parte dell’India, salvo sulle mappe. Almeno
la metà dell’India oggi non è governata. Non è sotto il tuo
controllo [...] c’è bisogno di creare una società completa in cui
ogni gruppo locale possa riporre interessi significativi. Non è
quello che stiamo facendo [...] e questo fornisce ai maoisti spazio
d’azione.

Per quanto simili segnali della « grande confusione sotto il cielo » abbondino, la verità fa male, e noi cerchiamo disperatamente di scansarla. Per spiegare come questo accada, possiamo rivolgerci a una guida inaspettata. La psicologa di origine svizzera Elisabeth Kübler-Ross ha proposto il celebre schema delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto, conseguente, ad esempio, alla scoperta di avere una malattia terminale: rifiuto (ci rifiutiamo semplicemente di accettare il fatto: « Non può succedere, non a me »); collera (che esplode quando non possiamo più negare il fatto: « Perché succede proprio a me? »); venire a patti (nella speranza di potere in qualche modo posporre o diminuire il fatto: « Se potessi almeno vivere fino a vedere la laurea dei miei figli »); depressione (disinvestimento libidinale: « Sto per morire, e quindi chi se frega di tutto »); e accettazione («Visto che ormai non lo posso combattere, tanto vale che mi prepari »). In seguito Kübler-Ross ha utilizzato lo stesso schema per ogni forma di perdita personale catastrofica (disoccupazione, morte di una persona cara, divorzio, tossicodipendenza), puntualizzando che le cinque fasi non procedono necessariamente sempre nello stesso ordine, e che non ogni paziente le attraversa tutte e cinque.

È possibile scorgere le stesse cinque figure nel modo in cui la nostra coscienza sociale prova ad affrontare l’imminente apocalisse. La prima reazione è di rifiuto ideologico: non c’è alcun disordine essenziale; la seconda è esemplificata da esplosioni di collera di fronte alle ingiustizie del nuovo ordine mondiale; la terza comporta dei tentativi di venire a patti (« Se cambiamo un po’ di cose qua e là, potremmo forse continuare a vivere come prima »); quando il venire a patti fallisce, arrivano la depressione e la chiusura in sé stessi; infine, dopo essere passato per questo punto zero, il soggetto non considera più la situazione come una minaccia, ma come la possibilità di un nuovo inizio; o, come disse Mao Tse-tung: « Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente ».


Slavoj Žižek, Vivere alla fine dei Tempi Ponte alle Grazie  (2011) – Dall’introduzione

  

mercoledì 19 dicembre 2012

Limiti

Ma come diceva Boileau: «Cacciate il naturale, tornerà al galoppo», cacciate i limiti fisici, torneranno al galoppo. Cacciare l'idea che ci sono dei limiti alla biosfera significa distruggere la biosfera, e in un futuro non lontano distruggere la specie umana.
I limiti della biosfera sono a loro volta fondati sui limiti del pianeta, non dobbiamo dimenticarlo, ci conviene non dimenticare che gli esseri umani hanno i piedi sulla Terra, nella sostanza terrestre, anche se hanno la testa rivolta verso il cielo.
Augustin Berque, Les Limites de l'écoumène
Citato in: Serge Latouche Limite, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

lunedì 17 dicembre 2012

Vuoto


Alla scuola elementare di scrittura emiliana, ieri sera, il compito era raccontare una foto, e a sentire raccontare le foto degli allievi, mi è venuto da guardare le foto che avevo sul mio cellulare, e le ultime erano:

1) un cartello in quattro lingue che dice:
-      Frigobar gratuito
-      Complimentary minibar
-      Minibar gratuit
-      Kostenlose minibar.

2) quel frigobar, vuoto.

3) una scritta sul muro che dice Basta fatti, vogliamo promesse, in rosso, con la falce e martello in basso a destra, il muro è molto bello, in via Balbi, a Genova.

4) un cartello pubblicitario del super enalotto con una ragazza che ride e una scritta che dice Oggi il jackpot è: 00.000 €. L’ho fatta stamattina davanti a un’edicola di Reggio Emilia

5) davanti a quell’edicola ho fotografato anche un espositore di libri, di quelli di ferro, arrugginito, e in alto c’è una scritta gialla, su fondo blu, che dice Vallardi e sotto, in bianco, su fondo rosso, Tutte le lingue del mondo, e sotto, in nero, sullo stesso fondo rosso Dizionari tascabili, e l’espositore è vuoto, non c’è neanche un dizionario.

E quello che fotografo io, ho pensato stasera, è il vuoto, io fotografo promesse, non fatti, e non me ne accorgo neanche.



Paolo Nori dal blog www.paolonori.it

venerdì 14 dicembre 2012

Ragni?


Quanti ragni sono morti, stecchiti, aspettando le mosche succulente che svolazzavano vicino, vicinissimo a loro, e tuttavia non abbastanza vicino, e alla fine sono caduti, grigi, leggeri, delicati, ragni che la vita non ha preservato, e che avrebbe preservato così com'erano: brutti, sgradevoli, volgari.

Henri Michaux, Passaggi, Adelphi, Milano 2012

martedì 24 luglio 2012

La fatica di pensare la bellezza

Ecco, questo mi interessa: il nostro sforzo di combattere il caos, di contendere alla morte, all’entropia, al degrado, con l’unico strumento che abbiamo in dote, la capacità, la necessità di dare forma.

Trovo bellissimo pensare al processo dell’arte, o dell’artigianato, il processo squisitamente umano del creare sempre qualcosa da qualcosa forzando, mai dal nulla, trovo bellissimo pensare a quel processo nel suo potere e nella sua violenza. Lo trovo così bello perché è diventato problematico.

Nell’epoca in cui viviamo nessuna enfasi sull’opera e sulla sua capacità di aprire formidabili scenari, nessuna retorica sul braccio creatore, è più credibile. L’idea di una umanità creatrice, prometeica, liberatrice si è fatta risibile. Troppa ambivalenza si porta dietro il creare, troppi contraccolpi, fallimenti e inganni. Nel Novecento i creatori hanno perso la pace. Hanno abbassato le corna. Solo, si ostinano, non possono farne a meno. Non possiamo: continuiamo a creare, perché a tutt’oggi non riusciamo a pensare un altro modo attraverso cui accamparci sulla terra. Eppure sappiamo bene di essere perdenti, sappiamo che la forma non è più detto che riesca a conquistare una durata. Ci siamo fatti meno presuntuosi, più essenziali. Ci accontentiamo della forma che non dura, spazzata via all’istante. Un trionfo sulla morte di un momento.

Ecco perché trovo così entusiasmanti i creatori, noi creatori dimessi, nella nostra battaglia sempre persa e vinta insieme, persa già mentre la si vince, vinta ogni volta che la si combatte. C’è anche però chi tenta un’arte, e un pensiero della bellezza, che si sottrae all’operare. Che rifiuta l’idea del fare, del contendere al caos, dell’imporre forma. C’è chi – penso ad esempio al gruppo di architetti-artisti che si dilata e si contrae sotto il nome Stalker – prova a pensare l’intervento umano come traccia in nulla diversa dallo smottamento del suolo e dai detriti, in nulla diverso dalla vita ostinata dei muschi, e alla bellezza come un esito di stratificazioni e di processi in cui il fare, la sua progettualità, si è ridotto e capovolto tutt’al più in un dare inizio.

Avverto una stanchezza di fronte alla bellezza che c’è già, alla bellezza pettinata che calma, apprezzo gli accumuli di detriti, gli argini dei fiumi urbani, le ferrovie. Mi piacerebbe pensare alle mie tracce come tracce tra le altre, detriti tra i detriti, forza tra le forze, come l’orma di un cane o un’impronta di pneumatici, ma non ci riesco.

Lo sforzo dimesso di dare forma è ancora quello che mi interessa, la tensione tra la forma e il caos – il caos che però è la trasformazione, quella che chiamo la libertà non mia, la vita stessa - che la travolge.

Carola Susani

venerdì 1 giugno 2012

Aperti

L’altro giorno, il 29 maggio, il giorno che al mattino, alle nove, è tirato il terremoto, c’è stata una po’ di gente che mi ha scritto per chiedermi se stavo bene. A me è sembrata una cosa strana perché dove abito io, alla Croce di Casalecchio, tra Bologna e Casalecchio di Reno (ho dei colleghi che vivono tra Milano e Parigi, io mi compiaccio di abitare tra Bologna e Casalecchio di Reno), la scossa l’abbiamo sentita ma non è successo niente di grave, né l’altro giorno né la settimana prima, il 20 maggio, quando il terremoto è tirato di notte, alle quattro del mattino.Allora poi, l’altro giorno, al pomeriggio, quando per radio ho sentito dire che in Emilia i negozi eran chiusi e la gente era ammassata nei parchi, e le scuole eran chiuse, e si faceva fatica a immaginare un ritorno alla vita normale, io mi ricordo mi sono alzato, ho aperto la finestra, ho guardato per strada e mi è sembrato che sotto casa mia i negozi fossero aperti, la gente non fosse ammassata nei parchi, i bambini fossero a scuola, mi è sembrato un giorno normale.
E mi è venuto in mente quando, nel 1993, ero a Mosca, mi era suonato il telefono, avevo risposto era mio fratello che mi aveva detto «Paolo, guarda che lì a Mosca c’è la rivoluzione». E io gli avevo detto «Aspetta un attimo», e avevo appoggiato il telefono sul tavolino, ero uscito sul balcone, avevo guardato a destra, avevo guardato a sinistra, ero rientrato, avevo preso il telefono avevo detto a mio fratello «Guarda che ti sbagli. Non c’è mica, la rivoluzione».
Dopo la rivoluzione, in un certo senso, c’era, ma lontana, in centro; quando c’ero andato, il giorno successivo, avevo visto che alcune stazioni centrali della metropolitana erano chiuse «Per motivi tecnici» e, «Per motivi tecnici», era chiuso anche il telegrafo centrale.
Anche l’altro giorno, al pomeriggio, quando sono andato in centro per restituire un libro in biblioteca, ho trovato che la biblioteca era chiusa «Per motivi di sicurezza», e che Palazzo d’Accursio, il palazzo sede della Biblioteca e anche del comune, era stato sfollato «Per motivi di sicurezza», anche se c’erano una cinquantina di persone, immigrati prevalentemente, che si riparavan dal sole e fumavano delle sigarettte con la schiena appoggiata al muro del palazzo, che se dava giù morivano tutti, e morivo anch’io, ero lì che li guardavo. Ma sembrava impossibile, l’altroieri, che desse giù Palazzo d’Accursio. Anche la gente che c’era lì in piazza del Nettuno, a guardarla, passeggiava, fumava, mangiava, rideva, leggeva, come se fosse un giorno normale. L’unico che aveva l’aria un po’ stralunata era un immigrato che girava con un pacco di copie di un’edizione straordinaria del Resto del Carlino con un titolo cubitale «Paura e morte». Che son stato lì a guardarlo cinque minuti, non ne ha venduta neanche una.
Non so se si capisce, era una cosa stranissima, sopra ai giornali c’era il terrremoto, fuori dai giornali non c’era.
E una volta tornato a casa, l’altro giorno, la stessa cosa succedeva col computer. Fuori dal computer non c’era il terremoto, dentro al computer, su facebook, su twitter, non c’era altro che del terremoto.
Sul profilo twittter di Pierluigi Bersani (seguo su twitter Pierluigi Bersani) c’era una foto di una strada di Mirandola piena di mattoni. Sembrava un fiume di mattoni, come uno tzunami di mattoni, un’ondata di mattoni che aveva distrutto tutto quello che aveva trovato sulla sua strada. E suonava in un modo stranissimo la scritta che c’era sotto: pbersani sta usando Instagram – un modo divertente ed alternativo per condividere la tua vita con i tuoi amici attraverso una serie di immagini. Scatta una foto e scegli un filtro per trasformare lo scatto in un ricordo che rimane per sempre. 
Dopo, l’altro giorno, mi è venuto in mente che a Palazzo d’Accursio c’è anche la farmacia comunale. Allora ho telefonato e mi ha risposto un signore e io gli ho chiesto «Ma siete aperti?». E lui mi ha detto «Sì, siamo aperti». «Ma il palazzo non è evacuato?» gli ho chiesto io. E lui mi ha risposto «Sì, il palazzo è evacuato ma noi siamo aperti».
E, non so, forse è una cosa che non è molto normale, e forse non è neanche tanto sana, ma a me è piaciuto moltissimo, il modo in cui quel farmacista mi ha detto «Sì, il palazzo è evacuato ma noi siamo aperti»; aveva un tono stanco, e mi sono immaginato che fosse vestito benissimo, col suo vestito migliore e mi è venuto in mente, è una cosa che ogni tanto mi viene in mente, mi è venuto in mente quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’è stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakovič. Come per dire: «Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore».
Paolo Nori da un articolo su Libero 1 giugno 2012

venerdì 13 aprile 2012

La brevità della vita

“Mi meraviglio ogni volta che vedo alcuni chiedere ad altri il loro tempo e quelli dispostissimi a concederlo… Lo si chiede [il tempo] come cosa da nulla e, come se fosse niente, questo viene accordato. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte senza saperlo, perché è incorporea e non si percepisce con gli occhi, perciò non le si dà alcun valore.

Gli uomini stimano doni grandissimi pensioni e premi in denaro; per questo scopo faticano e si impegnano nel lavoro con diligenza, ma nessuno tiene in conto il tempo che usano con liberalità, quasi fosse gratuito. Ma guarda gli stessi quando sono ammalati o si trovano prossimi alla morte … li vedrai pronti a sborsare tutti i loro averi pur di vivere”.

Lucio Anneo Seneca, De Brevitate Vitae

lunedì 9 aprile 2012

Cosa fare


"Si tratta di mettere alla prova un'intuizione, meglio, un sentimento: quello di abitare un luogo e di non riconoscerlo poi troppo, di non ritrovarlo là dove sembra invece apparire e manifestarsi di continuo: nei discorsi e nelle rappresentazioni che provano a darne conto, come nelle politiche che vorrebbero governarlo.
Si tratta di provare a raccontare un luogo intimo, che però allo stesso tempo appartiene a un geografia, come quella alpina, ampiamente vissuta e immaginata da molti altri.
Si tratta di dare voce a un'esperienza dentro un paesaggio, una voce che sia comprensibile ad altri, per ripensare la superficie delle cose, per quanto conosciuta questa possa sembrarci. Si tratta, in fondo, di seguire una traccia, per quanto esile, un sentiero, per quanto interrotto, cercando un ritmo, un'andatura, e riprovare ancora una volta a dare senso al mondo che abitiamo."

P. Zanin,  Rilievi Alpini, Doppiozero 2012- http://www.doppiozero.com/content/rilievi-alpini

lunedì 19 marzo 2012

Il senso comune


Vi è una realtà esterna, e tuttavia data immediatamente al nostro spirito. Il senso comune ha ragione […].
Questa realtà è mobilità. Non esistono cose fatte, ma solo cose che si fanno; non stati che si conservano, ma solo stati che mutano. La quiete non è mai che apparente o, piuttosto, relativa. La coscienza che abbiamo della nostra propria persona, nel suo continuo scorrere, ci introduce all’interno della realtà sul cui modello dobbiamo rappresentarci le altre.

Ogni realtà, dunque, è una tendenza, se si conviene di chiamar tendenza un mutamento di direzione allo stato nascente.
Il nostro spirito, che cerca punti di appoggio solidi, ha come principale funzione, nel corso ordinario della vita, di rappresentarsi stati e cose. Esso prende, di quando in quando, vedute quasi istantanee sulla mobilità indivisa del reale. E ottiene, così, sensazioni e idee, sostituendo al continuo il discontinuo, alla mobilità la stabilità, alla tendenza in via di mutamento i punti fissi che segnano una direzione del mutamento e della tendenza. Questa sostituzione è necessaria al senso comune, al linguaggio, alla vita pratica e perfino […] alla scienza positiva. La nostra intelligenza, quando segue la sua china naturale, procede per percezioni solide da un lato e per concezioni stabili dall’altro: parte dall’immobile e non concepisce e non esprime il movimento se non in funzione dell’immobilità; si installa in concetti già fatti e si sforza di prendervi, come in una rete, qualcosa della realtà che passa […] [per] servirsene, dato che ogni concetto è una domanda pratica che la nostra attività pone al reale, a cui il reale risponderà […] con un sì o con un no. Ma con ciò essa si lascia sfuggire ciò che, del reale, è l’essenza medesima. “
[…]
“Ma […] il nostro spirito può seguire il cammino inverso. Può installarsi nella realtà mobile, adottarne la direzione continuamente mutevole, coglierla, insomma, intuitivamente. Per questo occorre che si faccia violenza, e inverta il senso dell’operare con cui si pensa di solito, e rovesci o, piuttosto, rifondi senza tregua le sue categorie. Esso metterà capo, così, a concetti fluidi, capace di seguire la realtà in tutte le sue pieghe e di adottare il movimento stesso della vita interna delle cose.”
“Per mezzo di fermate, per quanto numerose, non si farà mai della mobilità; mentre, se ci si dà la mobilità si potrà trarne col pensiero quante fermate si vorrà. In altri termini, è comprensibile che concetti fissi possano dal nostro pensiero essere estratti dalla realtà mobile; ma non v’è alcun mezzo per ricostruire con la fissità dei concetti la mobilità del reale.”
Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, Laterza, Roma-Bari 1987

martedì 31 gennaio 2012

Deserti della nostra epoca


Anno 1986. Discorso su una mareggiata che ha investito e distrutto lunghi tratti di litorale adriatico. Dal volume Traversate del deserto, Edizioni Essegi, Ravenna, curato da Vilmes Rabboni, Gianni Celati, Luigi Ghirri, Roberto Papetti, Giovanni Zaffagnini, Guido Mazzara e altri.
Scrive Max Frisch in Stiller(1): «Quanto deserto vi è su questo pianeta che ci ospita non l'avevo mai saputo prima, l'avevo soltanto letto; né mai avevo saputo fino a qual punto tutto ciò di cui viviamo sia il dono d'una piccola oasi, inverosimile come la grazia».

Tra questa intuizione e la mareggiata che recentemente ha investito il litorale adriatico, facendoci scoprire ad un tratto che trenta o quaranta chilometri di costa, già devastati dal turismo e dalle speculazioni, sono un puro deserto senza ripari – tra queste due illuminazioni c'è un filo di pensiero che, se sviluppato, ci porta a vedere il deserto sulla soglia d'ogni luogo abitato, d'ogni nostra casa, e alla fine ci porta anche a vedere il carattere illusorio d'ogni addomesticamento del pianeta.

Questo filo di pensiero dice anche che noi non siamo i padroni del pianeta, benché questa sia la nostra convinzione più profonda. Ci dice che la nostra dimora è sempre precaria, benché lo sforzo delle civiltà moderne consista nel far scordare agli uomini la precarietà della loro presenza. Ci dice infine che, in questa tarda fine d'epoca, non c'è alcun lavoro di ricerca con qualche autenticità, senza riferimento all'emblema del deserto. Perché è il deserto che alla fine poeti e fotografi, narratori e filosofi, hanno sempre di fronte, quando mandano richiami verso il mondo.

Questo è un emblema non solo della nostra miseria epocale, ma anche dell'enorme sforzo immaginativo che è richiesto da ogni attraversamento dello spazio, del vuoto, del deserto. Perché nel vuoto che ci avvolge, miseria e immaginazione si riconoscono e si danno la mano, non si negano a vicenda: e avremo allora deserti che sono immagini di pienezza, la grazia della piccola oasi sullo sfondo di sabbia fino all'orizzonte, la parola ritrovata per mezzo del silenzio, gli uomini come piante, le ere mitiche come paesaggio quotidiano, e il vento volatore che attraversa la valle.

Ma quando miseria e immaginazione, deserto e pienezza, parole e silenzio, vengono forzatamente separati per operare delle «chiare ripartizioni» (cosa si chiede, infatti, agli esperti, se non di operare delle «chiare ripartizioni»?), allora inizia la devastazione senza ripari, nei terreni, nell'aria, nelle acque e nella mente.

La miseria incosciente comincia a prendere se stessa per ricchezza: e comincia a sostituire l'immaginazione con surrogati rappresentativi, in cui il deserto e il vuoto sono negati, dimenticati, man mano che cresce la desertificazione del mondo e l'esposizione a una grande precarietà – come sul litorale adriatico. Grazie a tanta incoscienza, man mano che la precarietà non è più ricordata come qualità originaria della nostra dimora, ma pensata come insufficienza momentanea e rimediabile, allora perde valore: perché «l'inverosimile grazia della piccola oasi», di cui parla Max Frisch, viene data per scontata come il funzionamento d'una lavatrice.

Sono i segni di un'epoca in cui il deserto diventa sempre più il cammino da riprendere, la via da ritrovare, il silenzio da attraversare per poter ancora parlare con gli altri. Negli scrittori e fotografi qui presentati, il deserto è questo cammino: è la via del silenzio, la celebrazione della piccola oasi, la scoperta di qualche traccia mitica baluginante, o accecante, o commovente, la presenza d'un fiore, d'un animale, d'un sasso, nell'indifferente deserto planetario – ciò che comunque si chiama Natura.

Gianni Celati, Conversazioni del vento volatore, Ed. Quodlibet, Macerata, 2011


(1)    Max Frisch, Stiller, Mondadori, Milano, 1991

venerdì 16 dicembre 2011

De Rerum Natura

Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi... Poi l'infomatica (....). La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d'acciaio, ma come i bits d'un flusso d'informazione che corre sui circuiti sotto forma d'impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.

E' legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un'immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l'operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia.

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E' il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo.

Questa polverizzazione della realtà s'estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l'onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s'imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).

I. Calvino, Lezioni Americane, Garzanti, Milano, 1993