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giovedì 27 marzo 2014

La mano


Qualche tempo fa, non ricordo dove, mi sono imbattuto in una frase di Kant che diceva: "La mano è la finestra della mente". Anche lui, ho pensato. Le visioni, le intuizioni, le immagini mentali, quell'intrico di forme grezze che attraversano la mente di chi fa il io mestiere, e non solo, non affiorerebbero se non ci fosse la mano a dar loro una vita reale, concreta, visibile. Senza di lei rimarrebbero in una forma nebulosa, prossima all'inesistenza.

Parlando quindi di pittura o di disegno non si può non parlare della mano. La mano è ricca di crediti nei confronti del disegno e della pittura; ogni artista deve moltissimo alla propria mano. A volte guardandola mi chiedo: la mia mano pensa realmente? Realmente ha sapienza, esperienza, saggezza, una conoscenza propria? E' capace di vedere cosa sta avvenendo su un foglio o su una tela, è consapevole di quello che sta creando?

Qualche volta, finito di lavorare, mi capita di osservarla, e noto che ha ceduto qualcosa della sua forma naturale al mestiere che le ho imposto. A sinistra dell'unghia del dito medio delle mia mano destra si è formata una piccola cavità che accoglie e sorregge la matita o il pennello per tutto il tempo in cui lavoro. Un incavo, quasi uno scalmo che quegli attrezzi accoglie e tiene. Per me quella deformazione, appena percettibile, è un segno di adattamento e accettazione di una fatica che quasi quotidianamente le chiedo di sostenere.

Quando la mia mano sfiora una superficie sulla quale sto per cominciare a lavorare, sento arrivarmi alla mente una comunicazione che mi dice se quella superficie mi piace, se mi può accogliere, se mi ci posso avventurare. Forse, succede quello che dicono capitasse agli scultori che, sfiorando la superficie di una pietra, sentivano se vi potesse esser accolta e contenuta un figura di loro invenzione.

E' la mano a creare immediatamente questa relazione tra la superficie, su cui si svilupperà la vicenda di quell'opera, e me, la mia mente, i miei territori più interni. La mia immaginazione può cambiare reagendo al contatto con quella superficie.

Tullio Pericoli, Pensieri della Mano, Adelphi, Milano, 2014

mercoledì 29 gennaio 2014

La cura

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, 
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. 
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, 
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. 
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, 
dalle ossessioni delle tue manie. 
Supererò le correnti gravitazionali, 
lo spazio e la luce 
per non farti invecchiare. 
E guarirai da tutte le malattie, 
perché sei un essere speciale, 
ed io, avrò cura di te. 
Vagavo per i campi del Tennessee 
(come vi ero arrivato, chissà). 
Non hai fiori bianchi per me? 
Più veloci di aquile i miei sogni 
attraversano il mare. 

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. 
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. 
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, 
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi. 
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. 
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. 
Supererò le correnti gravitazionali, 
lo spazio e la luce per non farti invecchiare. 
TI salverò da ogni malinconia, 
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... 
io sì, che avrò cura di te.


Franco Battiato

giovedì 9 gennaio 2014

Materia e coscienza

“E qual è il senso della vita?”
“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”
“Tu sei strano. Sei proprio strano.”
“Sei d’accordo che hai un’anima?”
“Non so se utilizzerei quella parola.”
“Però hai una coscienza, vero?”
“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”
“Dunque hai coscienza di questo universo…”
“E di me stessa. Cogito ergo sum.”
“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”
“La materia però è arrivata prima.”
“Non è da escludere.”
“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”
“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”
“Sì.”
“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”
“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.
“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”
“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”
“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”
“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”
“Il sangue viene prima dell’amore.”
“Cos’hai detto?”
“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”
“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”
“In che senso?”
“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”
“Era questo che volevo dire.”
“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”
“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”
“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”
“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”
“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.”

Jostein Gaarder, Maya, Longanesi, 2000

lunedì 18 novembre 2013

Vivere alla fine dei tempi

La premessa di base di questo libro è semplice: il sistema capitalista globale si sta avvicinando a un apocalittico punto zero. I suoi « quattro cavalieri dell’apocalisse » comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli squilibri interni al sistema stesso (problemi con la proprietà intellettuale; imminenti lotte per materie prime, cibo e acqua), e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali.

Prendiamo ad esempio in considerazione l’ultimo punto: in nessun luogo le nuove forme di apartheid sono più palpabili che nei ricchi Stati petroliferi del Medio Oriente, Kuwait, Arabia Saudita, Dubai. Nascosti ai margini delle città, spesso letteralmente dietro muri, ci sono decine di migliaia di « invisibili » lavoratori
immigrati, che fanno il lavoro sporco, dalla manutenzione alla costruzione, separati dalle loro famiglie e privati di ogni privilegio.

Una situazione di questo tipo rappresenta chiaramente un potenziale esplosivo, che avrebbe dovuto essere convogliato dalla sinistra nella lotta contro lo sfruttamento e la corruzione, mentre viene oggi sfruttato dai fondamentalisti religiosi. Uno Stato come l’Arabia Saudita è letteralmente «oltre la corruzione»: non c’è bisogno di corruzione perché la cricca al potere (la famiglia reale) possiede già tutta la ricchezza, che può distribuire liberamente e a suo piacimento. In Stati di questo tipo la sola alternativa alla reazione fondamentalista sarebbe un tipo di Stato sociale socialdemocratico. Se le cose continueranno così, possiamo anche solo immaginare il cambiamento nella « psiche collettiva » occidentale quando (non se, ma precisamente quando) qualche gruppo o « nazione canaglia » otterrà un ordigno nucleare, o una potente arma chimica o biologica, e dichiarerà di essere « irrazionalmente » pronto a rischiare tutto nell’usarla? Le coordinate più basilari della nostra percezione dovranno cambiare, in quanto, oggi, viviamo in uno stato di negazione feticistica collettiva: sappiamo molto bene che a un certo punto questo accadrà, ma ciononostante non riusciamo a credere veramente che accadrà. Il tentativo da parte degli Stati Uniti di evitare un tale evento attraverso una continua attività preventiva è una battaglia persa in partenza: l’idea stessa che possa aver successo poggia su una visione fantasmatica.

Una forma più comune di « esclusione inclusiva » sono gli,slum, le baraccopoli, vaste aree che stanno al di fuori del controllo statale. Mentre sono generalmente visti come spazi in cui bande e sette religiose si contendono il controllo, gli slum offrono anche lo spazio per organizzazioni politiche radicali, come avviene in India, dove il movimento maoista dei naxaliti sta organizzando un vasto spazio sociale alternativo. Come ha affermato un funzionario statale indiano:

Il fatto è che se non riesci a governare un’area, allora quest’area
non è tua. Essa non fa parte dell’India, salvo sulle mappe. Almeno
la metà dell’India oggi non è governata. Non è sotto il tuo
controllo [...] c’è bisogno di creare una società completa in cui
ogni gruppo locale possa riporre interessi significativi. Non è
quello che stiamo facendo [...] e questo fornisce ai maoisti spazio
d’azione.

Per quanto simili segnali della « grande confusione sotto il cielo » abbondino, la verità fa male, e noi cerchiamo disperatamente di scansarla. Per spiegare come questo accada, possiamo rivolgerci a una guida inaspettata. La psicologa di origine svizzera Elisabeth Kübler-Ross ha proposto il celebre schema delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto, conseguente, ad esempio, alla scoperta di avere una malattia terminale: rifiuto (ci rifiutiamo semplicemente di accettare il fatto: « Non può succedere, non a me »); collera (che esplode quando non possiamo più negare il fatto: « Perché succede proprio a me? »); venire a patti (nella speranza di potere in qualche modo posporre o diminuire il fatto: « Se potessi almeno vivere fino a vedere la laurea dei miei figli »); depressione (disinvestimento libidinale: « Sto per morire, e quindi chi se frega di tutto »); e accettazione («Visto che ormai non lo posso combattere, tanto vale che mi prepari »). In seguito Kübler-Ross ha utilizzato lo stesso schema per ogni forma di perdita personale catastrofica (disoccupazione, morte di una persona cara, divorzio, tossicodipendenza), puntualizzando che le cinque fasi non procedono necessariamente sempre nello stesso ordine, e che non ogni paziente le attraversa tutte e cinque.

È possibile scorgere le stesse cinque figure nel modo in cui la nostra coscienza sociale prova ad affrontare l’imminente apocalisse. La prima reazione è di rifiuto ideologico: non c’è alcun disordine essenziale; la seconda è esemplificata da esplosioni di collera di fronte alle ingiustizie del nuovo ordine mondiale; la terza comporta dei tentativi di venire a patti (« Se cambiamo un po’ di cose qua e là, potremmo forse continuare a vivere come prima »); quando il venire a patti fallisce, arrivano la depressione e la chiusura in sé stessi; infine, dopo essere passato per questo punto zero, il soggetto non considera più la situazione come una minaccia, ma come la possibilità di un nuovo inizio; o, come disse Mao Tse-tung: « Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente ».


Slavoj Žižek, Vivere alla fine dei Tempi Ponte alle Grazie  (2011) – Dall’introduzione

  

martedì 29 ottobre 2013

L’estasi del Tra Noi e L'oblio di lei


L’estasi del Tra Noi

È probabilmente necessario ritornare al mondo dei presocratici, per capire qualcosa del tra-noi oggi.

Entrare in quel mondo ha luogo per il tramite di una guida, un maestro. 

Egli inizia il discepolo, in un certo modo un figlio, alla verità, alla logica della verità occidentale.

Il maestro comincia generalmente il suo insegnamento con le parole: Io dico. Ossia egli pensa che la verità sia garantita dal proprio discorso e che il discepolo debba ripetere lo stesso discorso, affermando: egli dice, o egli ha detto. La verità è dunque trasmessa dal maestro al discepolo, come da un padre a un figlio. La verità è trasmessa tra uomini, secondo un ordine genealogico o gerarchico.

L'oblio di lei

È noto, come ricorda per esempio Clémence Ramnoux nel suo lavoro sui presocratici, che all'origine è una lei - natura, donna o Dea - che ispira la verità a un saggio. Il maestro però tiene generalmente segreto ciò che ha ricevuto da lei, grazie al quale, grazie alla quale, ha elaborato il suo discorso. Egli non dice granché riguardo a questa origine, perché le parole gli mancano o perché vuol tenerlo per sé - perché non può o non vuole parlare della sua relazione con lei. Questa relazione rimane quindi nascosta o rimossa dall'insegnamento del maestro presocratico.
Tuttavia, alcuni maestri, quali Empedocle o Parmenide, alludono a lei, ciascuno a suo modo. Anche Platone accenna a lei, almeno quando si tratta dell'amore, della relazione-tra. Comunque, sono uomini che evocano un'assenza o un assente, un vuoto o un'eccedenza. Fanno riferimento a qualcosa che è altro rispetto al loro discorso, a un aldilà per il quale non hanno parole, e soprattutto logica. Un qualcosa che dissimulano, al quale alludono talvolta in assenza di lei. Un qualcosa che sarà lasciato al di fuori del logos, nel bene o nel male.

A quel tempo, la memoria ancora sussiste di un non-detto, di un aldilà nel quale meraviglia, magia, estasi, crescita e poesia si mescolano, resistendo al nesso logico che viene imposto alle parole, alle frasi, al mondo. Alcune tracce ne rimangono, almeno nel discorso di alcuni maestri.

Una sorta di estasi ancora esiste riguardo a ogni discorso, ogni scambio tra uomini negli spazi pubblici o in altri cenacoli, luoghi in cui parlano, parlano soltanto fra loro. Qualcosa rimane che non riescono a esprimere, neppure a sperimentare di nuovo, perché mancano gesti o parole per dirlo, per trasmetterlo, per produrlo. Permane solo la memoria di un'esperienza - che a poco a poco sarà cancellata -, l'esperienza di un meraviglioso, inaccessibile, inesprimibile aldilà. Un aldilà che nasceva da un incontro con lei - natura, donna o Dea - a proposito del quale la maggior parte dei maestri non dicono quasi nulla e al quale non rinviano il discepolo. Il loro insegnamento dovrebbe essere autosufficiente, staccato da lei come fonte.

Certo non tutti i maestri sostengono che debba essere così, ma certi tra loro lo fanno. E, a poco a poco, il loro insegnamento introdurrà il discepolo in un universo chiuso, parallelo al mondo vivente, al mondo naturale. Tuttavia, per alcuni maestri - come Empedocle o Parmenide - la totalità del discorso è ancora misteriosamente fondata a partire da lei - natura, donna o Dea - che rimane l'inaccessibile cosa dalla quale sorgono le parole e alla quale sono rivolte. Per altri invece - Eraclito, per esempio - il discorso si richiude su di sé per mezzo di strategiche opposizioni conflittuali. Ormai diviene possibile che la conversazione e il dialogo abbiano luogo tra sé e sé, dentro o tra il(i) medesimo(i), e la verità e il linguaggio comincino a parlare a partire da loro, su di loro, senza alcuna origine in un altro o senza alcun ritorno ad un altro, un altro che è all'inizio femminile — natura, donna, Dea. L'uomo si stabilisce nella sua dimora di linguaggio, staccato dal reale e dall'altro in quanto reale. Una tautologia di parole, di verità isola i soggetti parlanti — maestro e discepolo — in un riparo, un universo, una logica che raddoppia ciò che appartiene alla loro nascita, alla loro crescita, alla loro realtà naturale. 

Questo gesto avviene in un modo più segreto e sottile di quello di Prometeo, e prepara a una morte per soffocamento, spossatezza, isolamento, conflitto e infine distruzione di lei — natura, donna o Dea. Lei svanisce in una cultura fondata nel medesimo, al di là della quale si estende e della quale è testimonianza la nostalgia di alcuni maestri verso un aldilà. Alludono a un «vuoto», a una «lacuna», tutt'al più a un «Essere» al di là del loro discorso per coloro che, come Parmenide, ancora si fidano di lei.



Luce Irigaray All'inizio, lei era, Bollati Boringhieri, Torino, 2013

giovedì 26 settembre 2013

Il corpo è diverso da come si pensava



Ma con cosa credi di capire?
Con la testa? Bah!”
da «Zorba il greco»
di Nikos Kasantzakis

In una limpida mattina newyorkese dei primi anni ’80 fui invitato a casa da Rosemary Feitis – che conosceva il mio specifico interesse per il tessuto connettivo e le sue implicazioni – per provare una nuova forma di terapia craniosacrale apparsa di recente.
Le sensazioni provate durante la seduta erano state abbastanza interessanti, ma la parte più intrigante doveva ancora arrivare. Infatti quando mi rimisi in piedi sentivo testa e volto molto differenti da prima (e anche alquanto asimmetrici) e mi guardai allo specchio per verificare se le mie sensazioni soggettive avessero un qualche riscontro oggettivo.
Effettivamente l’occhio destro era molto più cupo e torvo ed il sopracciglio corrispondente decisamente più basso e chiuso (classici sintomi di una marcata torsione dello sfenoide, l’osso chiave di volta dell’intera struttura craniale). In quel momento mi sarei aspettato che il ribilanciamento dovesse passare attraverso un’ulteriore manipolazione, mentre l’imprevisto suggerimento di Rosemary fu qualcosa del genere: “Prova a ‘ribaltare’ indietro l’emisfero destro”.
Confesso che il primo impulso (e forse anche il secondo) fu quello di pensare a come avevo potuto non accorgermi, negli anni in cui ci eravamo frequentati e avevamo lavorato insieme, che fosse pazza. Considerato però che in precedenza aveva sempre dato prova di spessore e credibilità provai – con molto scetticismo, lo ammetto –, a fare ciò che mi sembrava una delle tante trovate new age che andavano di moda in quel periodo.
La sensazione interna cambiò radicalmente. “Caro vecchio amico placebo...”, pensai subito, certo che si trattasse di semplice suggestione. Salvo poi rimanere di stucco quando, trovandomi nuovamente di fronte allo specchio, notai una decisa riorganizzazione delle ossa craniche, ottenuta nel giro di pochi secondi e senza alcuna tecnica manuale, per cui la struttura del cranio era tornata simmetrica.
Oggi, grazie alle ricerche che nel frattempo sono state condotte sul tessuto connettivo, mi risulterebbe più semplice descrivere anche in termini anatomici e fisiologici come e perché si fosse potuto verificare questo cambiamento, ma ai tempi potevo solo pensare che o si era trattato di un’illusione, o il modo che abbiamo di pensare al corpo è molto diverso e assolutamente riduttivo rispetto alla sua effettiva realtà.
Lo studio del corpo e dell’anatomia per via esperienzale non mi lasciarono molti dubbi su quale fosse la risposta corretta. L’esperienza che avevo appena vissuto appariva estremamente bizzarra e stravagante rispetto alla mia formazione scientifica, ma al tempo stesso, e paradossalmente, quanto di più semplice, ovvio e naturale si potesse immaginare.
L’approccio esperienziale all’anatomia cambia radicalmente la comprensione del corpo. I primi anni che ho dedicato all’esplorazione del corpo in questo senso sono stati di vera e propria ri-programmazione delle conoscenze tradizionali.
Le cose stanno infatti in modo davvero molto diverso da come viene ancora insegnato nelle professioni mediche e paramediche. Buona parte dei paradigmi anatomici a cui facciamo riferimento non sono soltanto superati. Sono fuorvianti.
Questo ha permesso quindi di creare una continuità tra scienza ed esperienza, là dove nel caso di molte tecniche, prima esisteva invece un profondo canyon valicabile solo con la fede e l’adozione di linguaggi arcani o appartenenti a culture estremamente differenti dalla nostra.
Torniamo ad esempio al ‘ribaltamento’ dell’emisfero cerebrale citato nell’aneddoto iniziale: è ovviamente del tutto inspiegabile o enigmatico secondo la visione medica classica di un cervello inerte e insensibile sospeso in un liquido, chiamato cefalorachidiano, all’interno di una scatola, chiamata cranio. Vengono in mente quei vecchi film di fantascienza dove cervelli galleggiano in liquidi sconosciuti dentro scatole trasparenti.
Se invece pensiamo che il cervello è costituito per la gran parte da tessuto connettivo contrattile e sensibile (glia), coordinato dal sistema nervoso che ne ottimizza la forma e le caratteristiche a seconda delle necessità, l’idea di un cervello non meccanicamente passivo ci appare decisamente meno assurda di prima.
Ok, il corpo non è come pensavamo e allora? C’è un piccolo ma fondamentale corollario a questo fatto: se è possibile percepire in maniera precisa la diversa organizzazione interna che il corpo assume in relazione alle diverse situazioni, quello con cui ci ritroviamo non è solo un corpo diverso, ma anche un potente mezzo di indagine e di penetrazione della realtà e della cultura.
Corpo-Mente-Spazio-Cultura sono infatti in continua relazione e la possibilità di sentire e capire un polo (il corpo) ci permette di capire tutti gli altri.
Il mio senso di riconoscenza per l’anatomia esperienziale deriva proprio da questo. L’approccio esperienziale all’anatomia mi ha consentito infatti di iniziare un percorso professionale di ricerca che non ha “ribaltato” solo il mio emisfero cerebrale destro, ma anche tutta la mia comprensione della psicoanalisi e della psicoterapia, del nostro funzionamento psicologico e caratteriale, a partire dall’osservazione che pensieri ed emozioni differenti emergono da corpi differenti.
Mi ha dato gli strumenti per esplorare quelle che in precedenza erano le inafferrabili relazioni corpo-spazio, per cominciare finalmente a comprendere, sia esperienzialmente che teoricamente, le misteriose regole del “genius loci” o del “feng-shuei”. Per capire, sentendone l’effetto a livello fisico, le relazioni umane a un livello diverso da quello che ero in grado di cogliere prima. Per percepire con chiarezza perché i metodi tradizionali di insegnamento non possono che fallire e per individuare un possibile sviluppo di stili didattici diversi, neuro-ergonomici per l’organismo di chi apprende. Per notare come il nostro modo di vestire non cambia solo il nostro aspetto esterno, ma anche il nostro corpo e, di conseguenza, la nostra mente. Per rinnovare il rapporto con lo sport che, esaurita la passione agonistica, stava diventando un’occupazione sempre più noiosa e che invece si è rivelata una fonte inesauribile di piacere e interesse per le continue trasformazioni e opzioni che si aprono all’interno del corpo. Per riavvicinarmi e gustare a un altro livello tecniche corporee occidentali, come ad esempio il metodo Feldenkrais e la terapia cranio-sacrale, o orientali, come lo yoga e il tai-chi, che avevo praticato in precedenza e che avevo poi abbandonato. Per ritrovare interesse per i viaggi, grazie alla possibilità di leggere una cultura anche attraverso il corpo della popolazione di cui è espressione. Per avere una nuova chiave di lettura delle relazioni tra la politica, il corpo dei suoi leader e quello dei loro elettori. Per percepire le malattie non come guasti accidentali dell’organismo causati da virus, batteri, sfortuna, genetica o altro, ma come esito naturale di specifiche organizzazioni e strategie fisiche e culturali. Per riscoprire forme sofisticate di medicina, come quella tradizionale cinese, quella ayurvedica e quella omeopatica – il cui studio avevo finito per trascurare perché mi sembrava diventare sempre più un atto di fede – mentre ora risultavano espressione chiara e naturale di quel nuovo intendimento.
Mi ha permesso infine di cogliere che la spiritualità sentita – la percezione che tutte le persone e le cose del mondo si appartengono e sono legate insieme (res-ligo, da cui la parola religione) – non è l’esito di un allontanamento dal corpo, quanto invece di un incarnarsi più profondamente in esso.

Jader Tolja
Dalla postfazione al libro di Bonnie Bainbridge Cohen,  Sensazione, Emozione, Azione - Somatica Edizioni, 2011

venerdì 20 settembre 2013

In un lago di segni

Eh, attento agli specchi!

La moltiplicazione è in agguato! Stormi di specchi volano intorno agli umani. Starnazzano e ci sfiorano con l'ala. Ci spiano. Segno e specchio forse sono nati insieme.

Gli umani sono animali che vivono immersi in un lago di segni, si cibano di segni, respirano per mezzo di segni; e tutto questo forse in virtù di una remotissima esperienza speculare.

Stai attento a quanti specchi, dovunque ti giri: in casa, per le strade, ma anche nella filosofia, nell'arte, nei sogni, negli incubi.

Sferoidi riflettenti sono le microscopiche gocce di pioggia che, innumerevoli, fanno aprire a ventaglio la magarìa multicolore degli arcobaleni. Specchi a migliaia si annidano nei caleidoscopi, nelle sfaccettature di un brillante che accende l'incavo di un seno femminile, nei telescopi più grandi del mondo, nelle fibre ottiche su cui si ramifica il sistema della comunicazione planetaria, nei centomila teatri dello spazio é della mente.

Troppi. Anche solo l'idea di elencarne una minima parte è assurda.

Persino la parola pensare allude a qualcosa di specchiante. Pensare e tradurre il pensiero in linguaggio: quanti specchi! Già il dire io sono, cioè "assistere" alla mia esistenza e saperla in qualche modo identificare, è qualcosa che avviene nel magico mondo degli specchi. Se dico io sono, lo dico grazie al linguaggio articolato, ma prima ancora lo dico (e lo penso) grazie alla mia capacità di riflettere sulla mia esistenza, sul mio starmene a pancia all'aria nel mondo.

Gli umani hanno questa straordinaria prerogativa: possiedono uno specchio conficcato e compresso nel cervello. Sono insomma capaci di "guardare" se stessi mentre esistono. (E in questo, forse, sono a loro volta riflessi di un'intelligenza divina).

È la coscienza, "scienza di sé".

Speculare, riflettere: sono queste le parole che si riferiscono all'esercizio del pensare, a quello che insomma fanno i teoreti nella loro quotidiana attività lavorativa... Ri-flettere: ecco la divaricazione da cui sgorga il pensiero, il divertimento metafisico dell'essere. Guardare dall'esterno quello che avviene all'interno. Io penso me stesso mentre penso. E comincio a segnare il breve giro di compasso del mio essere me.

Ed è da qui che nasce lo sconquasso: la scoperta e l'esperienza dell'identità finisce col diventare problema tormentoso, se non addirittura un dramma. 

Appena scopro la mia identità, comincio a ficcare paletti tutt'intorno, a circoscrivere il campo, comincio a creare una caterva di distinzioni. Attraverso la percezione dell'identità, scopro l'alterità, il diverso, il plurale. Altri specchi.

Ma forse tutto l'universo sonnecchia come una balena pigra, sospeso e poggiato su se stesso. Guarda se stesso e pensa. Riflette.

"Allora questi concepì il pensiero 'possa io essermi', e mentre pregava si mise in moto" (Upanishad).

(Intorno ad esso una quantità incalcolabile di non-universi, quello che a occhio e croce i teologi e i bimbi chiamano ingenuamente il nulla. Il nostro mondo se ne sta pigro e disteso davanti a questa specie di invisibile mare e riflette).


Alfonso LentiniPiccolo inventario degli specchi, edizione Nuovi Equilibri, Viterbo, 2003, Pagina 93

venerdì 2 agosto 2013

Dimenticare


Ti racconto un episodio. Un pomeriggio a Mantova di alcuni anni fa una scrittrice sudafricana presentava il suo libro. Si parlava di riconciliazione, della fine dell'apartheid. Dal pubblico venivano domande sulla politica, sulla storia. Poi una vocina, una donna minuta: «Sono una madre» dice, «come lei e sono israeliana. I nostri paesi hanno molte cose in comune. Mi chiedo tutti i giorni e le chiedo, come fa ogni sera a spiegare ai suoi figli che i cattivi siamo noi, che noi siamo il male». Silenzio. Più nessun discorso intellettuale sul ruolo della letteratura, più nessun proclama politico ottimista. Silenzio, Dragan, silenzio.

Aveva ragione Thomas Eliot a dire che «il genere umano non può sopportare troppa realtà». Dobbiamo fingere di essere diversi da quello che siamo, dimenticare, Dragan, dimenticare. E mentire.

Dimenticare significa perdere traccia del proprio passato, non portarne nessun segno addosso, non udire più le voci di chi ci ha preceduto. Non sentire il peso del lavoro e della fatica dei nostri avi. Non sopportare le rughe della storia. Poggiamo i piedi sui frutti di quelle fatiche, ma alziamo gli occhi al cielo per non vederle.

Dimenticare significa perdere la nostra storia e la storia di tutti quelli come noi. Guardarsi in uno specchio e non vedere nulla dietro la nostra immagine. Nulla. Solo un cupo e profondo nero, che assorbe ogni altra cosa che non sia quella del momento, del presente. Siamo diventati così, piatti, senza profondità, sottili lamine di luce su uno specchio.

Dimenticare significa anche non avere niente davanti. Tutto finisce allo specchio, che rimanda indietro ciò che vede. Non c'è futuro. Il futuro è modifica del passato, in meglio o in peggio, ma è un cambiamento. A volte è rottura, è virata secca, ma per cambiare occorre un punto di riferimento. Devo sapere cosa voglio cambiare, per decidere come.
Dimenticare significa assottigliarsi, fino a diventare velo inutile. E già sarebbe triste, ma mentire, Dragan, mentire è ancora peggio. Vuol dire colorare quello sfondo nero di arcobaleno, dipingerlo di ciò che vorremmo essere. Truccare il nostro viso, come si fa con il computer, cancellarne i difetti, inventarci una storia, un volto, chiamare le cose con il nome di cose diverse. Dare spessore a ciò che non ne ha.

Sì, Dragan, tutti vogliamo essere buoni e per esserlo mentiamo due volte. La prima, quando diciamo di essere ciò che non siamo. La seconda, quando diciamo che gli altri sono come invece non sono. Perché, per sembrare buoni a noi stessi, abbiamo bisogno dei cattivi. Sono i buoni a decidere chi è cattivo e sono i più forti a credere di essere buoni, solo perché possono decidere chi non lo è.

Noi buoni, noi brava gente abbiamo bisogno di specchiarci negli occhi dei malvagi. E tu, Dragan, sei uno di loro. Abbiamo bisogno di te. Come quei greci che avevano bisogno dei barbari per sentirsi civili. «Erano una soluzione quella gente» ha scritto Costantino Kavafis.

Non importa se poi tu sei solo un bambino di undici anni, che abita in una roulotte, che va a scuola, magari non sempre, ma ci va. Sei una soluzione, Dragan.



Marco Aime, La Macchia della Razza - Storie di ordinaria discriminazione, Eleuthera, Milano, 2013

giovedì 18 luglio 2013

Melancolia e futuro



Ritorno al futuro è il titolo di un film di successo che narra di una moderna macchina del tempo. Nel cuore degli anni Ottanta, un adolescente della classe media americana e un inventore scombinato si ritrovano nel 1964 col problema di tornare indietro, all'epoca cui appartengono. La pellicola, nella sua semplicità, dà corpo a una sensazione che nell'Occidente capitalistico durante gli ultimi decenni si è sempre più rafforzata: la storia è finita, il picco umano dell'evoluzione tecnico-economica è stato raggiunto, l'unico modo per cambiare il futuro è tornare sui propri passi. La necessità di tornare indietro e fare diversamente, sulla cui realizzazione fantastica ruota l'intera pellicola, è terreno fertile per la coltura delle passioni melanconiche. Le cito al plurale per sottolineare le molte sfumature e le vesti cangianti sotto le quali la melanconia appare: in un paesaggio serale, in una canzone senza pretese, in un odore che riporta indietro verso tempi lontani. La varietà delle forme sensoriali che travestono la melanconia stona però con un dato altrettanto appariscente: la melanconia gode oggi di una reputazione melliflua e stantia. 

Le maldicenze circa questo stato d'animo riguardano gli ambiti più diversi: dall'articolo del quotidiano al saggio filosofico, dalla teoria politica alla critica d'arte il termine "melanconia" è di solito considerato sinonimo, perlomeno parente prossimo, di "triste", "nostalgico", "bloccato nell'agire e nel dire".
Anche le ricerche che negli ultimi cinquant'anni hanno tentato di riabilitarne la storia e mostrarne la complessità hanno rischiato, loro malgrado, di peggiorare la situazione. Saturno e la melanconia (Klibansky, Panofsky, Saxl, 1964) ha contribuito a legare in modo indissolubile questa passione alla celebre incisione di Dürer con la sua protagonista alata ma immobile.

[…] mentre oggi "melanconia" è divenuto sinonimo di "depressione" e "tristezza nostalgica", alle sue radici la passione che si credeva fosse legata all'azione di una sostanza specifica, la nera bile (la mélaina cholé, da qui il termine italiano), era propria di un temperamento completamente differente. Il melanconico era colui che, messo di fronte a trasformazioni repentine, non riusciva a rendersi subito conto di quel che lui stesso era riuscito a compiere. Nel bene e nel male: nel salvare la città o nell'uccidere i propri compagni, la melanconia è protagonista di una dinamica fatta di azioni e parole volta al cambiamento di una forma di vita.


Marco Mazzeo Melanconia e rivoluzione - Antropologia di una passione perduta, Editori Riuniti, Roma, 2012, Navigazioni

giovedì 20 giugno 2013

La memoria del corpo


Un uomo che dorme tiene in cerchio attorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi. Svegliandosi, li consulta istintivamente e vi legge in un attimo il punto della terra che occupa […]. 

Il fatto è che, quando mi svegliavo in quello stato, mentre il mio spirito si agitava per cercare, senza riuscirci, di sapere dove fossi, tutto, le case, i paesi, gli anni, girava intorno a me nel buio. […] Il mio corpo, troppo intorpidito per muoversi, cercava, a seconda della forma della sua stanchezza, di ritrovare la posizione delle proprie membra per dedurne la direzione della parete, la disposizione dei mobili, per ricostruire e dare un nome alla dimora in cui si trovava.

La memoria di sé, la memoria delle sue costole, delle sue ginocchia, delle sue spalle, gli presentava una dopo l’altra parecchie delle camere in cui aveva dormito […]. E, prima ancora che il mio pensiero, esitante sulla soglia dei tempi e delle forme, avesse riconosciuto l’abitazione accostando i dettagli, lui – il mio corpo – ricordava per ognuna il tipo di letto, la disposizione delle porte, l’esposizione delle finestre, l’esistenza di un corridoio, e insieme le cose che avevo pensato addormentandomi là e che ritrovavo al risveglio.


Marcel Proust, Dalla parte di Swann [1913], I, I, Roma, Newton Compton, 1990

lunedì 27 maggio 2013

Comunanza di destino

Abbiamo appreso che siamo venuti da una evoluzione biologica e che siamo anche degli animali, ma abbiamo occultato questo sapere. Lo si sa, ma lo si ignora. Operiamo un vero e proprio black-out della nostra coscienza. Allo stesso tempo, non riusciamo a sentire la nostra comunanza di origine di Homo cosiddetto sapiens. Ciò che voi affermate su questa comunanza di origine è capitale. Gli umani non sentono a sufficienza la sostanza comune che li lega e i problemi pressanti che devono mobilitarli. In Terra-patria, ho voluto evidenziare che esisteva una comunanza di destino fra tutti gli umani perché essi condividono gli stessi pericoli vitali. Ma questo resta non percepito. Infine, il nostro modo di conoscenza ci impedisce di concepire insieme l'unità e la diversità umane. Oppure, si percepisce l'unità umana, e si dimentica la diversità delle culture; o, ancora, si percepisce la diversità delle culture senza comprendere l'unità umana. Tuttavia è ciò che ci permetterebbe di sviluppare una coscienza planetaria, una coscienza umana legata al pianeta pur riconoscendo le singolarità culturali e nazionali. È vitale sviluppare questa coscienza planetaria, così come di mettere radici nella Terra. Perché la nostra Terra non è soltanto una cosa fisica. È una realtà geo-psico-bio-umana.

Certo, bisogna essere capaci di distinguere questi diversi aspetti, ma bisogna saperli collegare. Il pensiero complesso che io difendo parte dal latino complexus, che vuol dire "ciò che è tessuto insieme", al fine di operare una tensione permanente tra l'aspirazione a un sapere non parcellare, non compartimentato, non riduttivo, e il riconoscimento dell'incompiutezza e dell'incompletezza di ogni conoscenza. 

Edgar Morin  L'anno I dell'era Ecologica - La Terra dipende dall'uomo che dipende dalla Terra - Armando, Roma, 2007

venerdì 19 aprile 2013

Memoria



Ecco perché la parte migliore della nostra memoria è fuori di noi, nel soffio d'un vento di pioggia, nell'odor di rinchiuso di una camera o nell'odore d'una prima fiammata, ovunque ritroviamo di noi stessi quel che la nostra intelligenza, non sapendo come impiegarlo, aveva disprezzato: l'ultima riserva del passato, la migliore, quella che, quando tutte le nostre lagrime sembrano esaurite, sa farci piangere ancora.

M. Proust - Alla ricerca del tempo perduto – La strada di Swann. Einaudi

martedì 19 febbraio 2013

Meteoriti



I meteoriti che hanno colpito la Russia sembrano un messaggio che un Dio stanco ha pensato di spedire alla sue creature accanite sul contingente. 

La piccola terra tonda è sempre più gremita di esseri umani e delle loro creazioni e sempre più priva di quello che una volta si chiamava sacro, spirito, religione. Le dimissioni del papa hanno ufficialmente sancito la stanchezza degli umani, il loro ripiegarsi sulle piccole vicende del proprio corpo e della propria psiche.

La pioggia cosmica è sempre in corso. Forse i lunatici, gli ipocondriaci sono persone colpite da meteoriti invisibili. Ormai il pianeta sembra una vasta infermeria, un ambulatorio in cui ognuno porta i suoi mali a un medico che non c’è. La malattia del mondo è aver perso sensibilità all’universo. Abbiamo dimenticato il mistero in cui siamo immersi, scambiando le misure che prendiamo alle cose con le cose stesse. Quello che accade nella nostra atmosfera, dalle campagne elettorali agli uragani, ormai non basta. Abbiamo bisogno d’altro per rinvigorire il senso della nostra presenza. Possiamo anche riprendere a produrre e consumare merci, avremo sempre più la sensazione di un gioco piccolo, asfittico.

Siamo ormai foderati dalla nostra cecità che ci impedisce di vedere e di sentire la vibrazione che ha acceso la materia e dentro la materia quel mistero ulteriore che è la coscienza.

I meteoriti dovrebbero cadere più spesso, squarciare questo lenzuolo di chiacchiere con cui abbiamo coperto la salma del mondo. Stiamo qui da mezzi addormentati, abbiamo bisogno di qualcosa che ci svegli. Altro che cacciabombardieri, dovremmo demolire ogni nascondiglio, ogni prigione. E dovremmo concordare una tregua alla guerra in atto tra le persone. Non ci prendiamo in giro. Dopo le guerre tra le tribù, dopo le guerre tra gli Stati, abbiamo inaugurato le guerre dell’io: ognuno contro tutti nella giostra dell’autismo corale.

La pioggia russa è venuta a ricordarci che siamo tutti orfani e senza un tetto. Siamo la terra, siamo gli affreschi del respiro, non gli stropicciati fantasmi che portiamo in giro.

Franco Arminio "la pioggia russa"  www.doppiozero.it

giovedì 24 gennaio 2013

Coscienza, "qualia" e singolarità


Come per i processi biologici, anche per spiegare  la coscienza è stato invocato un “miracolo”, o un anti-miracolo, che negli ultimi anni ha preso diverse forme: da una parte si nega l’esistenza stessa della coscienza, dall’altra si nega piuttosto che possano esistere teorie in grado di spiegarla.

Ed anche i fisici hanno dato il loro contributo al bazaar della coscienza, ipotizzando teorie quantistiche che poco hanno a che fare con i dati concreti delle neuroscienze (a meno che non si voglia lasciare il rasoio d’Occam dentro il cassetto), ma soddisfano piuttosto l’esigenza, come ha osservato ironicamente Stephen Hawking, di voler spiegare un mistero con un altro mistero.

Nel frattempo il termine “coscienza” si è ampliato fino ad assumere proporzioni imbarazzanti e decisamente confuse. Destino inevitabile dei processi, per loro natura difficilmente zippabili in una definizione. Come abbiamo visto è già accaduto ai concetti di tempo, di vita, evoluzione, intelligenza. Eppure non possiamo negare che la coscienza esiste ed ha un impatto formidabile nelle nostre vicende cognitive.

Ci riferiamo in particolare ai “qualia”, ben definiti nei lavori di G. Edelmann e di J. Humphreys, quella bussola cognitiva di stati individuali che dipendendo dal “qui” ed “ora” della nostra interazione con il mondo. Ci limiteremo qui a dire, o meglio: indicare, per evitare  il rischio di definizioni pericolose o ingannatrici, che i qualia sono il motivo per cui vi svegliate la mattina ed avete voglia di sentire la pastorale di Beethoven piuttosto che I Rolling Stones. E  non una Pastorale qualunque ma una particolare incisione di Furtwangler.

Da dove vengono questi stati? Recentemente Leonard Mlodinow ha suggerito che l’emergere dei qualia, e del comportamento che ne deriva, è l’effetto di una causalità di cui non siamo “coscienti”, introducendo così una salutare distinzione tra consapevolezza, pluralità e “peso” emotivo degli stati cognitivi. Questo è del tutto accettabile.

Proprio come l’evoluzione non può far emergere forme incompatibili con le sue premesse e vincoli o troppo distanti da queste, così la nostra mente non può valutare o anche soltanto sentire possibilità che in qualche modo non facciano già parte della nostra storia con e nel mondo. Per i sostenitori del libero arbitrio credo sia accettabile ammettere che il nostro sforzo, individuale e collettivo, di ampliare le storie possibili si scontra continuamente con la sezione d’urto che misura “quanto mondo” riusciamo a contenere nelle nostre rappresentazioni.

Come scrive efficacemente  G. Edelmann, “dove in origine c’era la capacità di distinguere l’acqua dal vino, oggi c’è quella più sofisticata di gustare la differenza tra un Cabernet ed un  Pinot”.

Ancora una volta, collettivamente ed individualmente, è la complessificazione  la chiave della diversità. Nicholas Humprehys nel suo saggio “la privatizzazione delle sensazioni” propone una convincente analisi sul significato evolutivo dello sviluppo della coscienza, come ottimizzazione del rapporto del flusso informativo di un sistema con l’ambiente.

Ed è questo flusso, in cui ad ogni istante diversamente siamo immersi, che rende possibile il miracolo delle risposte diverse al mondo. I nostri sensi – scusate l’apparente gioco di parole- non sono sensori. Il nostro rapporto con il mondo non è mai neutro, proprio come i dati della scienza anche le nostre osservazioni empiriche  sono sempre “theory laden”, cariche di teoria, aspettativa, anticipazione. Ed è questo che ci rende profondamente diversi da una macchina di Turing. La storia dei vincoli e codici che regolano il nostro rapporto con il mondo rende possibile continuamente un diverso “ora lo sai”, un “peso” dell’istante che non è mai soltanto astratto e razionale ma concreto, incarnato, emotivo. Ed è questo il (falso) problema delle teorie della coscienza.

Come abbiamo visto, una teoria è la descrizione di una classe di eventi strutturati in modo simile. Una qualunque teoria della coscienza può dirci qual è il suo significato evolutivo, può indagare i processi neurali o persino neuro-quantistici  che la rendono possibile, ma quel “qui” ed “ora” soggettivo resta il frutto più prezioso della coscienza.

E su quello nessuna teoria può dire nulla di scientificamente significativo, non perché sia fuori dalla portata della scienza, ma perché non riguarda una classe ma un evento unico, l’incontro singolare ed irripetibile, irreversibile, tra una mente ed un mondo attraverso un gioco privato di storie, memorie e vincoli.

Nessuna teoria può darsi dell’incontro tra una Madeleine e Proust. Il linguaggio d’elezione per parlare di quel momento “lì” non è quello della scienza, è quello dell’arte. Come scrive Giorgio de Chirico, un’opera d’arte è l’incontro di più solitudini, da quella plastica, della recezione delle forme, a quella onirica, metafisica, per la quale è esclusa a priori ogni possibilità logica d’accesso. Ed è peculiare preoccupazione dell’arte della buona scienza non confondere una classe di spiegazioni generali con il qui e l’ora della singolarità.

da Ignazio Licata Tempo e Coscienza
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