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lunedì 16 febbraio 2015

Parassiti


Ne parlavano tutti così bene, mi è venuta voglia di sentire il messaggio al parlamento del nuovo presidente della repubblica, Sergio Mattarella, e ho cominciato a sentirlo e dopo un po’ m’è venuto in mente di quando ho fatto l’attore, nel 2007, che avevo un regista, Gigi Dall’Aglio, che mi ha fatto vedere che io avevo dei gesti parassiti, cioè gesti che vivevano su di me senza che me ne accorgessi e mi ha detto che in scena, quando recitavo, quei gesti parassiti li avrei dovuti eliminare. Dopo, a ripensare a quella cosa che mi aveva detto Dall’Aglio, mi sono accorto che quando parlavo, e quando scrivevo, davo voce a delle espressioni parassite, che vivevano su di me senza che me ne accorgessi, e in una cosa che ho scritto ho provato a farne una lista e ho trovato che se uno era ricco, era sempre sfondato, se aveva la barba, era sempre folta, se c’era un fuggi fuggi, era generale, se si parlava di acne, era giovanile, se c’eran delle tecnologie, eran nuove, se c’era un nucleo, era familiare, se c’era un’attesa, era dolce, se c’era una marcia, era funebre, oppure nuziale, se c’era un andirivieni, era continuo, se c’eran delle chiacchiere, erano oziose, se c’era un errore, era fatale, se c’era un delitto, era efferato, se c’era un’ impronta era indelebile e mi son detto che quando usavo queste espressioni a me sembrava di parlare, in realtà io non parlavo, ero parlato, cioè non dicevo quel che volevo dire io, dicevo quel che voleva dire la lingua (parassita). E in rete, su un sito dove ogni tanto scrivo delle cose (www.paolonori.it), con l’aiuto dei lettori del sito ho provato a allungare questa lista di espressioni parassite e ho trovato che se c’è un quadro, è allarmante, se c’è uno stupore, è infantile, se c’è uno sciopero, è generale, se c’è una folla, è oceanica, se c’è un lupo, è solitario, se c’è un cavallo, è di Troia, se c’è una botte, è di ferro, se c’è un terrorista, è islamico, se c’è un porto, è delle nebbie, se c’è un silenzio, è di tomba, se c’è un ombra, è di dubbio, se c’è una morsa, è del gelo, se c’è una resa, è dei conti, se c’è una verità, è sacrosanta, se c’è una salute, è di ferro, se c’è una svolta, è epocale, se c’è un genio, è incompreso, se c’è un ok, è del senato, se c’è uno sciame, è sismico, se c’è un consenso, è informato, se c’è un secolo, è scorso, se c’è una dirittura, è d’arrivo, se c’è un pallone, è gonfiato, se c’è un cervello, è in fuga, se c’è una repubblica, è Ceca, se c’è un battesimo, è del fuoco, se c’è un dispiacere, è vivo, se c’è un carattere è cubitale. E nel discorso del presidente della repubblica, Sergio Mattarella, nei primi minuti, se c’era un saluto, era rispettoso, se c’era un pensiero, era deferente, se c’era un momento, era difficile, se c’era una carta, era fondamentale, se c’era un consiglio, era superiore (e della magistratura), se c’era un’unità, era nazionale, se c’era una prova, era dura, se c’era un’unione, era europea, se c’eran dei diritti, eran fondamentali, se c’era un popolo, era italiano, se c’era un bene, era comune, se c’era un capo, era dello stato, se c’era un garante, era della costituzione, se c’era un arbitro, era imparziale, e lì mi sono fermato e mi sono chiesto “Ma come mai, ne han parlato tutti così bene?”. 

Paolo Nori 

venerdì 30 maggio 2014

L'erba è verde


Dicono che certi batteristi rock degli anni Settanta si rinchiudessero intere settimane nei magazzini della Zildian o della Paiste per scegliere i piatti migliori. Mi immagino, che so, quel matto di John Bonham (Led Zeppelin) o Ginger Baker (Cream) giornate a provare i piatti, a farli cantare per scegliere la fusione più riuscita, quella dal suono perfetto. Poi, alla fine, tutto viene scartato, rimane solo il piatto, il suono.

Come i batteristi anche Goffredo Parise con i Sillabari è andato alla ricerca del suono migliore, perfetto, nel quale la realtà si compie. Lo ha fatto dopo un lungo percorso, anzi una complessa peregrinazione che lo ha portato ad “ascoltare” tanti suoni, dai romanzi non neorealisti in epoca neorealista, ai grandi reportages dai mondi socialmente e politicamente più impervi del pianeta, alle polemiche civili in cui, se partecipavi, farsi male era un rischio concreto, sino a giungere all’individuazione delle essenze quasi minerali dei Sillabari. Quando uscì il primo, 1972, era un’epoca di turbolenze in ogni piano della realtà, ma un giorno, scrive Parise, “nella piazza sotto casa, su una panchina, vedo un bambino con un sillabario. Sbircio e leggo: l’erba è verde. Mi parve una frase molto bella e poetica nella sua semplicità ma anche nella sua logica. C’era la vita in quel l’erba è verde, l’essenzialità della vita e anche della poesia. Pensai a Tolstoj che aveva scritto un libro di lettura non soltanto per bambini e poiché vedevo intorno a me molti adulti ridotti a bambini, pensai che essi avevano scordato che l’erba è verde,che i sentimenti dell’uomo sono eterni e che le ideologie passano”. Di qui nascono quelle piccole prose fatte di versi, tratti lievi e nitidissimi, con cui Parise racconta le emozioni più complesse e sottili. È il suono perfetto che si produce quando percuote il mondo, toccandolo o sfiorandolo appena, e ne fa scaturire una sorta di sintesi assoluta. Come alla ricerca dell’armonico naturale, sempre per restare nella metafora musicale, quel suono che scaturisce dallo sfiorare appena la corda della chitarra con la mano sinistra, un suono lungo e calmante, usato spesso come conclusivo e definitivo, “un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi” (Wikipedia).

Quando fu pubblicato Sillabario n.1 l’autore fu maltrattato, agli intellettuali “in lotta” lui appariva come un inutile gagà, un personaggio dei romanzi di Maugham, uno che amava le lenzuola di seta del Ritz di Parigi. E lo diceva pure. E scriveva di cose evanescenti, sfumate, impercettibili, di sentimenti, di atmosfere inutili e vaghe. I suoi personaggi e i paesaggi in cui si muovevano erano dei disadorni un uomo, una donna, un bambino, una città italiana, una località di mare, dei campi, i tempi erano un giorno, un inverno. D’altro canto lo aveva dichiarato, il suo programma “non politicizzato” era di “scrivere dei racconti e dei libri possibilmente buoni, fare con estrema coscienza e sincerità e amore il mio lavoro. Tendere sempre con tutte le mie forze alla tanto disprezzata ‘poesia’, cioè a quella parte ‘alta’ dell’uomo in cui credo e su cui ho fondato la mia vita, perché essa è servita a lenire tanti dolori nella passata e presente storia dell’uomo” (“Il Gazzettino”, 31.10.1972).


È molto probabile che diversi tra quegli intellettuali che “militavano” leggessero Parise sotto le coperte per non farsi vedere da nessuno, è possibile che quel richiamo alle cose fondamentali degli uomini non sfuggisse proprio a tutti, non è pensabile che un tale amore per le delicatezze degli esseri umani passasse e andasse così stupidamente perduto. Ma non si poteva dire, non si poteva sostenere, quella di cui parlava Parise semmai era la strategia, il fine, il che cosa a cui tendere, ma in quel momento, nel fuoco sociale dei Settanta, era la tattica a dominare, il come “battere il nemico di classe”. C’è voluto almeno un decennio prima che i Sillabari fossero capiti. Così Giovanni Giudici, un poeta, non per caso, di Sillabario n. 2,“testo non labile in un’era dominata dalla labilità”, diceva: “Niente [...] è più ‘bello’ di una scrittura (e quella di Parise mi sembra tale) che nel mare della lingua umiliata dalla chiacchiera, mortificata dalla retorica, ridicolizzata dalla muscolarità dei mattatori, riesca a carpire, a ‘tradurre’, a incidere nel cuore del lettore il segno delle sue pur lievissime unghiate. Quanto meno pretende di ‘dire’, anzi ‘stradire’, tanto più essa ‘è’” (“L’Espresso”, 27.6.1982).

Tratto da Moretti e Parise, cercatori di suoni di Mauro Portello

www.doppiozero.it

giovedì 6 febbraio 2014

Se devo essere insincero



Quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo Onestamente, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo Disonestamente. E quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo A dire il vero, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo A dire il falso. E quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo Se devo dir la verità, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo Se devo raccontare una balla. E delle altre cose. 

 

giovedì 5 dicembre 2013

Il potere delle parole


Mi ricordo che una sera, quando ormai era sicuro che il Grado Zero sarebbe stato pubblicato da Seuil, camminando lungo il boulevard Saint-Michel arrossii da solo al pensiero che il libro non potesse più tornare indietro. 

Questo sentimento di panico mi prende ancor oggi, dopo aver scritto certi testi (non parlo neanche della mia ripugnanza, che è in fin dei conti una paura, a rileggere i miei libri passati): tutto d’un colpo il potere delle parole mi appare esorbitante, la loro responsabilità insostenibile, mi sento troppo debole dinanzi alla mia stessa scrittura.


R. Barthes, Autopresentazione in: a cura di G. Marrone, Scritti. Società, testo, comunicazione, Einaudi, Torino 1998.


venerdì 20 settembre 2013

In un lago di segni

Eh, attento agli specchi!

La moltiplicazione è in agguato! Stormi di specchi volano intorno agli umani. Starnazzano e ci sfiorano con l'ala. Ci spiano. Segno e specchio forse sono nati insieme.

Gli umani sono animali che vivono immersi in un lago di segni, si cibano di segni, respirano per mezzo di segni; e tutto questo forse in virtù di una remotissima esperienza speculare.

Stai attento a quanti specchi, dovunque ti giri: in casa, per le strade, ma anche nella filosofia, nell'arte, nei sogni, negli incubi.

Sferoidi riflettenti sono le microscopiche gocce di pioggia che, innumerevoli, fanno aprire a ventaglio la magarìa multicolore degli arcobaleni. Specchi a migliaia si annidano nei caleidoscopi, nelle sfaccettature di un brillante che accende l'incavo di un seno femminile, nei telescopi più grandi del mondo, nelle fibre ottiche su cui si ramifica il sistema della comunicazione planetaria, nei centomila teatri dello spazio é della mente.

Troppi. Anche solo l'idea di elencarne una minima parte è assurda.

Persino la parola pensare allude a qualcosa di specchiante. Pensare e tradurre il pensiero in linguaggio: quanti specchi! Già il dire io sono, cioè "assistere" alla mia esistenza e saperla in qualche modo identificare, è qualcosa che avviene nel magico mondo degli specchi. Se dico io sono, lo dico grazie al linguaggio articolato, ma prima ancora lo dico (e lo penso) grazie alla mia capacità di riflettere sulla mia esistenza, sul mio starmene a pancia all'aria nel mondo.

Gli umani hanno questa straordinaria prerogativa: possiedono uno specchio conficcato e compresso nel cervello. Sono insomma capaci di "guardare" se stessi mentre esistono. (E in questo, forse, sono a loro volta riflessi di un'intelligenza divina).

È la coscienza, "scienza di sé".

Speculare, riflettere: sono queste le parole che si riferiscono all'esercizio del pensare, a quello che insomma fanno i teoreti nella loro quotidiana attività lavorativa... Ri-flettere: ecco la divaricazione da cui sgorga il pensiero, il divertimento metafisico dell'essere. Guardare dall'esterno quello che avviene all'interno. Io penso me stesso mentre penso. E comincio a segnare il breve giro di compasso del mio essere me.

Ed è da qui che nasce lo sconquasso: la scoperta e l'esperienza dell'identità finisce col diventare problema tormentoso, se non addirittura un dramma. 

Appena scopro la mia identità, comincio a ficcare paletti tutt'intorno, a circoscrivere il campo, comincio a creare una caterva di distinzioni. Attraverso la percezione dell'identità, scopro l'alterità, il diverso, il plurale. Altri specchi.

Ma forse tutto l'universo sonnecchia come una balena pigra, sospeso e poggiato su se stesso. Guarda se stesso e pensa. Riflette.

"Allora questi concepì il pensiero 'possa io essermi', e mentre pregava si mise in moto" (Upanishad).

(Intorno ad esso una quantità incalcolabile di non-universi, quello che a occhio e croce i teologi e i bimbi chiamano ingenuamente il nulla. Il nostro mondo se ne sta pigro e disteso davanti a questa specie di invisibile mare e riflette).


Alfonso LentiniPiccolo inventario degli specchi, edizione Nuovi Equilibri, Viterbo, 2003, Pagina 93

giovedì 23 maggio 2013

Orlo, bordo, confine


Qui è sempre il confine che domina, il confine tra un paese e l’altro, tra una porta e l’altra, il confine che corre adesso tra l’inverno e la primavera, il confine che mi costituisce, il confine in me, il confine dei miei confini, il non avere altro che confini, il mio essere confine, mangiare confini, prendere aria e forza dai confini, agitarmi sul confine, correre sui confini, tornare sui confini.



Il mio confine tra salute e malattia: l’ipocondria.



Pure l’ansia è un confine, l’ansioso è un animale di confine.



Io vivo di avvistamenti come una sentinella, sono sul bordo, nella mia vita non ho mai frequentato nessun centro.



Aprile è un mese di confine.



Contro la crisi abbiamo solo due armi: il sacro e la poesia. Sta finalmente arrivando il tempo dei percettivi. È un tempo che viene da sud e dai margini. Il centro del mondo e’ al buio. A noi ci fa luce il batticuore.



Orlo bordo confine selve monti mare alberi zolla cane vigna nuvole vacca Lucania San Fele Latronico Trevico panchina sole alba tramonto e vento neve pioggia e altro vento e altra neve e aprile e il verde di maggio e il nero di settembre silenzio senza opinioni luce senza commenti non ho più voglia di parlare di me di dire cosa faccio dove vado non ho voglia di vincere di passare avanti di essere il migliore non ho più voglia di essere qualcuno di arrivare a qualcosa voglio solo che la vita sfili se ne vada da dove è venuta non la trattengo non voglio trattenere niente camminare guardare gli alberi non dire e non fare nient’altro che il giro dei confini andare sempre più dentro a certi confini non superarli non mirare al centro non mirare alle passioni di tutti disertare prendere confidenza col cielo ma farlo senza vantarsene non sputare parole sul mondo e sugli altri camminare uscire perché è uscito il sole uscire prendere un paese passarci dentro non dire nulla del giorno non accostare niente alla solitudine lasciarla intatta lasciare che la solitudine faccia la sua vita svolga la sua storia e così pure la tristezza e la stanchezza essere stanchi tristi e soli è comunque una fortuna, i buoni sentimenti rigano il mondo come quelli cattivi come le parole che diciamo e quelle che non diciamo meglio andarsene in silenzio davanti al mare in mezzo a un bosco davanti al muso di un gatto pensare alle volpi morte sotto la neve alle fatiche delle formiche al verde lucidato dal vento alle nuvole dissolte a quelle che arriveranno guardare il cielo sul confine tra il giorno e la notte guardare il cielo molte volte al giorno è strano che la gente esca fuori e non abbia come primo pensiero quello di guardare il cielo è strano questo andare verso gli altri a guerreggiare meglio sarebbe andarsene dove c’è silenzio passarsi la luce del giorno tra le dita sentire la notte prendersi cura della malattia ma senza che questo diventi un’altra malattia parteggiare per la propria gioia e per quella degli altri andare alzarsi e salire verso la montagna scalare la montagna annusarla prendere il sole che prende la montagna guardare le vacche i cavalli guardare le spine le foglie i ruscelli guardarli senza pensare che siano altro che spine foglie ruscelli non commerciare col mistero con l’ecologia col silenzio con la pace stare sul bordo omettere il centro attraversarlo senza fermarsi c’è un solo centro possibile nella nostra vita questo centro è la morte dunque fin quando siamo vivi è solo questione di orlo di bordo di confine.



Franco Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, maggio 2013

martedì 7 maggio 2013

Similitudine e somiglianza

Sia per l’anonimo autore della Sacra Bibbia che per il saggista di Questa non è una pipa, all’inizio c’era il caos. O forse ce n’erano due: il caos del diverso, dove ogni cosa è diversa da ogni altra; e il caos dell’uguale, dove ogni cosa è uguale a ogni altra.

Entrambi sono refrattari all’idea di ordine, che può solo esistere sulla soglia fra la differenza e la similitudine. Là dove tutto è uguale, o dove tutto è disuguale, non è possibile imporre le categorie della conoscenza, quindi ordine. L’autore della Bibbia suddivide il creato secondo un codice binario (luce/tenebra; mondo/cielo; terra/mare; sole/luna; animali che nuotano/animali che volano, e così via). Michel Foucault suddivide il creato secondo le categorie delle cose e delle parole, la cui partizione è necessaria perché il mondo diventi comprensibile (attraverso tutto ciò si manifesta nella duplice articolazione un fatto e del resoconto di un fatto).

Per avere il concetto di ordine bisogna avere il concetto di differenza e di similitudine (tra cosa e cosa, o tra parola e parola). La storia del mondo è anche l’Histoire du Même, cioè la storia della stessità. La cosa uomo diventa uomo solo quando si accorge di opporsi all’altro, cioè all’inumano: quando l’uomo si accorge di essere lo stesso di un altro uomo. Questa stessità non è la statica stessità del caos dell’uguale, che ruota eternamente nella propria in-differenza, bensì la dinamica stessità del mondo, dove il simile e il diverso si confrontano si oppongono si urtano. La storia della stessità non è più un artistico rimando di specchi, bensì un vorticare di immagini.

In questa storia cosmica e umana ci sono delle fratture, degli intervalli, dei momenti di crisi; per esempio la frattura tra il mondo come scrittura divina (cioè il mondo visibile come espressione interpretabile della propria essenza) e la scrittura come trascrizione del mondo.

Questa è la grande crisi post-rinascimentale che Foucault ha analizzato nel suo libro maggiore, Les Mots et les Choses. Nel momento topico denunciato da Foucault, le parole e le cose interrompono la loro antica ed arcana corrispondenza. Da allora, le parole hanno dovuto affannarsi per rincorrere le alienità delle cose. Il reticolo di similitudini che reggeva l’armonia del mondo e la concordia della lingua del mondo è spezzato: tra l’uomo e la stella che regola il suo destino non esiste più la similitudine essenziale che garantiva la collaborazione tra il macrocosmo e il microcosmo (il modo in cui l’uno rifletteva specularmene l’altro); anzi, il concetto stesso di similitudine esce dal dominio della conoscenza.

Da allora in poi avremo somiglianza (l’uomo può avere una faccia porcina, quindi assomigliare a un maiale), non similitudine (l’uomo dalla faccia porcina non ha più nulla da condividere con la porcinità del porco). Il linguaggio, nell’arte e nelle lettere, si impoverisce in uno sforzo mimetico di raccontare il miracolo della somiglianza, non più convalidato dalla necessità della similitudine: cioè come l’uomo dal naso raccorciato, dalle narici dilatate, dagli occhi piccoli e ravvicinati e dalle mandibole sporgenti possa avere un volto che sembra quello di un maiale.

È l’estetica del come se: l’uomo è come se fosse un maiale. Contro la documentazione anatomica (bipide/quadrupede), la classificazione zoologica (homo/sus), le abitudini gastronomiche (l’uomo non mangia ghiande) e le convenzioni linguistiche (il suono nella voce umana differisce dal grugnito), la somiglianza tra uomo e porco cerca invano di rintracciare l’eco di antiche metamorfosi, di significanti similitudini, di fatali sovrapposizioni. Il diverso è ormai meno problematico del somigliante.

Dalla prefazione di Guido Almansi in “Questo non è una pipa” di Michel Foucault, Serra e Riva Editori 1973 Milano, pp. 9-11.

venerdì 3 maggio 2013

Linguaggio e realtà


In un certo senso, come dice Husserl, tutta la filosofia consiste nel restituire un potere di significare, una nascita del senso o un senso selvaggio…

E in un certo senso, come dice Valery, il linguaggio è tutto, perché esso non è la voce di nessuno, perché è la voce stessa delle cose, delle onde e dei boschi.

Si deve altresì comprendere che dall'una all'altra cosa non c'è rovesciamento dialettico, noi non abbiamo il compito di riunirle in una sintesi: esse sono due aspetti della reversibilità che è la verità ultima.


Merleau Ponty Il Visibile e l'Invisibile, Bompiani, 2007, pag. 170

lunedì 18 febbraio 2013

Desiderare



Desiderare è la cosa piú semplice e umana che sia. Perché, allora, proprio i nostri desideri sono per noi inconfessabili, perché ci è cosí difficile portarli alla parola? Cosí difficile che finiamo col tenerli nascosti, costruiamo per essi in noi da qualche parte una cripta, dove rimangono imbalsamati, in attesa.
Non possiamo portare al linguaggio i nostri desideri, perché li abbiamo immaginati. La cripta contiene in realtà soltanto delle immagini, come un libro di figure per bambini che non sanno ancora leggere, come le images d'Epinal di un popolo analfabeta. Il corpo dei desideri è una immagine. E ciò che è inconfessabile nel desiderio, è l'immagine che ce ne siamo fatta.
Comunicare a qualcuno i propri desideri senza le immagini è brutale. Comunicargli le proprie immagini senza i desideri è stucchevole (come raccontare i sogni o i viaggi). Ma facile, in entrambi i casi. Comunicare i desideri immaginati e le immagini desiderate è il compito più arduo. Per questo lo rimandiamo. Fino al momento in cui cominciamo a capire che rimarrà per sempre inevaso. E che quel desiderio inconfessato siamo noi stessi, per sempre prigionieri nella cripta.
Il messia viene per i nostri desideri. Egli li divide dalle immagini per esaudirli. O, piuttosto, per mostrarli già esauditi. Ciò che abbiamo immaginato, lo abbiamo già avuto. Restano – inesaudibili – le immagini dell'esaudito.
Con i desideri esauditi, egli costruisce l'inferno, con le immagini inesaudibili il limbo. E con il desiderio immaginato, con la pura parola, la beatitudine del paradiso.

Giorgio Agamben, Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2005

lunedì 11 febbraio 2013

Un convegno sul nulla


Un convegno sul nulla. L’idea è venuta allo scrittore Paolo Nori, che l’ha organizzato, con la complicità della rassegna CentoCage, promossa dal comune di Bologna per i cento anni dalla nascita di John Cage, nella biblioteca Sala Borsa del capoluogo emiliano. Si è parlato di tutto e di niente, entro confini che Nori aveva così sfrangiato: “Quando non c’è niente da dire, o quando non si sa cosa dire, o quando non si sa cosa fare, o quando non si vede niente, o quando non si capisce niente, o quando non si sente niente, o quando non si riesce a dormire, o quando non si vuole mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restano senza benzina, i sans papier, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco, quando si cerca in tutte le tasche e non c’è neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilità. Il celibato e il nubilato. L’inappetenza e l’incontinenza. Il buio. Il silenzio. Il niente. Il nulla”.
(…)
Perché l’inno del convegno era 4’ 33’’di John Cage, il pezzo in cui il musicista o l’ensemble non suona ma fa ascoltare il silenzio?


“Noi dovevamo eseguirlo in apertura dei lavori. Poi Carlo Boccadoro aveva un altro impegno sul lago di Garda e quindi è arrivato solo alla sera e lo abbiamo fatto in chiusura. È stato per me un momento bellissimo: è stato una specie di preghiera. L’abbiamo suonato nella versione per clarinetto. L’ha eseguito, per così dire, Mirco Ghirardini, un clarinettista che ha anche fatto un intervento sulla musica da ballo. Lui suona alla Scala, suona in Sentieri selvaggi, che è il gruppo di Carlo Boccadoro, e poi suona in un gruppo di liscio. Ha fondato e dirige un gruppo che rifà il liscio delle origini, e però son talmente veloci quei valzer lì che non li balla più nessuno. Lui suona una musica da ballo che in tutti questi anni non ha mai ballato nessuno nei loro concerti. Il pezzo di Cage sono stati 4 minuti e 33 secondi di silenzio in cui abbiamo sentito i rumori della Sala Borsa – è quella la funzione di quel pezzo – ed è stato un momento proprio quasi meditativo. È stato proprio la chiusura ideale”.

Quel pezzo vuole dimostrare che il nulla chiamato silenzio è in realtà pieno…
“Che il silenzio non esiste. Così noi quando l’abbiamo suonato abbiamo sentito i rumori che c’erano di sopra, quelli del riscaldamento eccetera, che prima intanto che si parlava non sentivamo. La cosa bella è che quello lì è un pezzo che, a seconda del posto dove lo fai, cambia tutte le sere, a seconda del silenzio che c’è lì. Perché ogni posto, forse, ha il suo silenzio. C’è un racconto di Heinrich Böll, in Racconti satirici e umoristici, dove c’è uno che lavora alla radio e faceva collezione di silenzi registrati. Quando era con la sua fidanzata registrava i loro silenzi e dopo li riascoltava, che era una cosa che alla fidanzata non piaceva tanto, mi sembra di ricordare”.
(…)

Però, la domanda che rimane sospesa, grande, forte, sul convegno sul nulla è: invece di un convegno sul nulla, non sarebbe stato meglio non fare nulla?


“Quella lì è in un certo senso la perfezione. E però noi siamo consapevoli di essere imperfetti, di essere degli esseri limitati. Del resto, quello che forse ha fatto la cosa più bella è stato Alessandro Bonino, che è stato a casa. In fondo la relazione più riuscita è stata la sua, perché priva di errori. Però, io sono anche abbastanza contento che ci sia della gente che accetta il rischio di sbagliare, anche perché, come dicevo, se non avessi i libri non saprei come fare... Questo fatto di parlare, di raccontare, di trovare una forma non per spiegare il mondo ma per raccontarlo, a me sembra proprio bello, e io personalmente ho bisogno di persone che lo facciano per me. Mi ricordo una volta, un po’ di tempo fa, ero in Sardegna, per 5 anni sono andato tutti gli anni a un festival di poesia, il festival di Seneghe. Quel festival lì era bello anche per la società che si creava: ci si trovava, di sera, alla fine di tutto, al bar, in questo paesino che per 3 giorni cambiava faccia. Una volta ero lì con un ragazzo sardo, Diego Zucca, appassionato di palindromi. Io ho fatto la tesi su Chlebnikov, un poeta russo dei primi del novecento che ha fatto diversi versi palindromi. Diego Zucca è appassionato di Georges Perec, che pare abbia fatto il palindromo più lungo del mondo. E c’era un nostro amico, Luciano Marrocu, che è scrittore e docente di storia contemporanea all’università di Cagliari, e che era stato assessore alla cultura della Provincia di Cagliari e militante dell’ex Pci. Dopo un po’ che sentiva, anche con un po’ di fastidio, ci ha detto: ma voi, invece di far dei palindromi, perché non fate la rivoluzione? Che è una domanda molto bella. Ecco, io, la mia impressione, è che far dei palindromi vuol dire fare la rivoluzione. Essere capaci di maneggiare il linguaggio, essere capaci di parlarsi, di raccontarsi delle cose, noi siam messi in un modo che questo è già una rivoluzione. Una giornata di sei ore dove c’è della gente disposta a ascoltare undici persone che raccontano appunto la menopausa, la materia assente, è quello, in piccolo, naturalmente. Io, come ascoltatore, non mi son mai annoiato, se vado a vedere un film che dura un’ora e mezza mi dico: ma io l’ho già vista questa roba, sembra di averla già vista. Ecco, quella lì è una piccola, microscopica rivoluzione, mi sembra. Certo, parlare non serve a niente, come guardare una bella ragazza, a cosa serve?”.

Tratto da “Il nulla a convegno” Una conversazione con Paolo Nori di Massimo Marino

martedì 29 gennaio 2013

La "scienza del tradurre"

(...) Nel trionfo di Master, Stage, " moduli professionalizzanti", altri impiastri e cerotti con cui si cerca di chiudere (forse solo nascondere) le piaghe della moribonda università patria, nelle facoltà letterarie è molto di moda, oggi, la traduttologia: "scienza del tradurre". Se scienza è un "insieme definito di conoscenze e di metodi per estenderle ", la traduttologia non può esserlo: non ha — non può avere — uno degli aspetti costitutivi delle scienze, quello normativo.

I sogni non si regolamentano, non si "normalizzano". Giacché la traduzione di una cosa (poesia , racconto, romanzo), è il nostro sogno di quella cosa. Gli elementi del reale – di un organismo verbale – si riaggregano in un ordine imprevisto, che nessuna teoria può prevedere: un’assonanza impossibile al verso 13 riaffiora di colpo al verso 31, un gioco di parole "intraducibile "nell’epilogo si impone come necessario nel titolo. Diversa distribuzione degli atomi di un corpo vivo, riunione di segni e sensi secondo nuove leggi spazio-temporali .
Ma proviamo per un attimo a immaginare una scuola ideale, con tutti gli insegnamenti indispensabili (la lingua italiana, innanzitutto, e poi l’immenso scibile: dall’agronomia alla zootecnia ), e uno studente ideale: sagace, zelante. Terminati a pieni voti gli studi, sarà per questo, automaticamente, un bravo traduttore? No, è verità lampante. Conosco ottimi traduttori che possono sbagliare parlando la lingua da cui traducono, e che nella vita sono persone scialbe, noiose, apparentemente prive di qualsivoglia talento. Conosco per contro illustri e brillanti accademici, maestri nella conoscenza della lingua madre e della lingua matrigna, che traducono in modo scialbo, noioso, senza suscitare in chi legge l’amore per ciò che sta leggendo.
Il fatto è che il mestiere del traduttore letterario (di mestiere si tratta, e i giovani dovrebbero stare lungamente a bottega, apprendendo per imitazione e simbiosi) richiede "materie" difficilmente insegnabili. Provo a farne un elenco sommario.
L’orecchio: per la lingua madre, innanzitutto. Imporre a un autore, per esempio a Dostoevskij, paroline come "gratificante", "coinvolgente", "piuttosto che", ecc. è peccato più grave che scambiare (stanchezza e lapsus sono sempre in agguato) "bianco" per "nero".
La passione: convivere con il testo da tradurre come con un marito-amante. Continuare a pensare a lui mentre ci si lava i denti, si fa la spesa, borbottarlo mentre si cammina per strada, talvolta scambiati per pazzi, ripeterlo finchè il ritmo e il respiro giusti non si impongono con l’evidenza della follia, dell’allucinazione sonora. Il traduttore: Posseduto.
L’umiltà: non innamorarsi delle proprie parole, annullare completamente il proprio vanitoso ego stilistico per ri-crearsi ogni volta nel linguaggio dello scrittore che si traduce. Non cercare di abbellirlo, di fare meglio di lui. Il traduttore: AntiNarciso.
La perseveranza: alzarsi mille volte dal tavolo, arrampicarsi su sgabelli e scale per raggiungere enciclopedie, atlanti, dizionari, manuali, andare in biblioteca, telefonare a consulenti (cugino-seminarista, zio-ingegnere, nonno-generale in pensione), mai vergognarsi di chiedere. Il traduttore: Rompiscatole, temibile e temuto.
La disciplina: andare ogni mattina allo scrittoio come un operaio al tornio. Consultare sempre il dizionario. Continuare a studiare, sempre, anche a sessanta, settanta anni.
La rinuncia: al sonno, a un film, a una passeggiata, ecc. All’estetica: non ho mai conosciuto bravi traduttori senza un po’ di cellulite o di pancia. Più ancora che le mani e la testa, la parte più importante del corpo di un traduttore è il sedere.
E ancora buon gusto, eleganza, letture, letture, letture. Infine: un buon redattore, più prezioso di qualsiasi teoria traduttologica.
La ricompensa? Non il denaro (ma bisogna pretendere il massimo, perché sarà comunque il minimo, parafrasando la massima di Peppo Pontiggia). Non il tuo nome a stampa (che tanti editori dimenticano comunque di stampare). E non nei cieli, o in un‘altra vita. Molto più vicino: da qualche parte nella cassa toracica, a sinistra.

Serena Vitale-  tratto da “Il sogno di una cosa” "Il Sole 24 Ore", 23 gennaio 2005

venerdì 16 novembre 2012

Il resto tutto bene



Cioè. Voglio dire. Nella misura in cui. Una sorta di…
A ciascun periodo il suo intercalare. Le parole che si infilano in ogni incontro, in ogni intermezzo, in ogni conversazione.
Pensavo – ascoltando le voci di Radio Tre - che questo fosse il periodo di “una sorta di…”. E non a caso: siamo in una fase dove su ogni fronte è difficile definire e precisare. All’esattezza dunque ci si avvicina per approssimazioni progressive, per passi successivi e somiglianze che si svelano a poco a poco.
Mi sbagliavo. L’intercalare che si sta imponendo è un altro: “il resto tutto bene”.
Due si incontrano:
– Come va? – chiede uno.
– Il resto tutto bene! – risponde l’altro.
Ma che razza di risposta è?
In situazioni e città diverse, più volte ho sentito negli ultimi giorni questo scambio di battute. All’inizio non avevo capito. Convinto di essermi perso la parte iniziale della risposta. Invece no, la risposta è proprio quella: “il resto tutto bene!”.
È evidente che chi risponde ha un problema. Un peso che sta portando. Una difficoltà contro la quale sta sbattendo la testa. Però, il macigno lo si salta a piè pari. Lo si segna come assente. Forse perché è simile a quello di tutti (la crisi?, il lavoro?, il futuro?) e non vale la pena di parlarne. O, forse, perché è così scavato dentro ciascuno da non essere dicibile. Almeno di questi tempi frettolosi.
Comunque ora, nel salutarsi, si è presa questa abitudine. Il resto tutto bene.
Di quel che resta, del resto, si tace.

lunedì 8 ottobre 2012

Asma

Quando hai un attacco d’asma, ti manca il respiro. Quando ti manca il respiro, fai fatica a parlare. La frase ti rimane bloccata in gola a causa della quantità d’aria limitata che riesci a espellere dai polmoni. Non riesci a dire molto, tra le tre e le sei parole. Questo ti porta a provare rispetto per la parola. Te ne vengono in mente un sacco, di parole. Scegli le più importanti, ma anche pronunciare quelle ti costa molto. Non è come per la gente sana che butta lì tutto quello che le viene in mente come se fosse spazzatura. Quando qualcuno dice “ti amo” durante un attacco d’asma, la cosa è ben diversa. C’è una bella differenza. La differenza di una parola. E una parola è moltissimo perché quella potrebbe essere “sedersi”, “ventolin” o persino “ambulanza”.


Etgar Keret - Pizzeria kamikaze Edizioni e/o, 2003

venerdì 21 settembre 2012

Semplice, facile, difficile, complesso. Una riflessione sull'origine di alcune parole


Semplice non vuole affatto dire facile; e complesso non vuole dire difficile, né, tanto meno, la complessità è sicuro indizio di «profondità», «ricchezza di significati» o «verità»: a volte è solo complicazione. Fermiamoci per un attimo su queste parole e sul loro significato più antico, e dopo sarà più facile capirsi.
Semplice deriva dal latino «simplex», contrazione dell'espressione «semel (una volta) + plectere (piegare)»: perciò «semplice» è ciò che è piegato una volta: solo una volta, non due.
Invece complesso o complicato - la differenza c'è ed è più marcata di quanto in apparenza possa sembrare - derivano da «cum (con) + plectere (piegare)», che significa «piegare insieme»; ma potremmo anche dire «con-torcere», che dà origine al contorto, dunque piegare non una volta sola, ma più volte, così come si può dire di un nodo composto.
Si può provare a spiegare ciò che è semplice, cioè piegato una volta sola; ma, come si fa con un nodo, bisogna impegnarsi a sciogliere ciò che è complesso.
Facile, da parte sua, è una parola contratta che deriva da «facibilem» (fattibile) e originariamente significa «che si può fare», poi nel tempo acquista una sfumatura particolare e va a indicare, sì, ciò che si può fare, ma in modo agevole, senza ostacolo, senza opposizione; mentre difficile non è il contrario del suo significato originario, ma di quello acquisito nel tempo e vuole dire che qualcosa «non si può fare agevolmente», che per farla occorre superare ostacoli, opposizioni, occorre abilità o fortuna.
Semplice e complesso sono collegati al modo di essere di una cosa, ne sono una caratteristica; facile e difficile sono collegati al modo di fare qualcosa o di rapportarsi con quella cosa. Sono piani di significato differenti.
Per questo non è contraddittorio - anzi è piuttosto sensato! - affermare che parlare semplice è difficile, mentre per chi ha a disposizione un ricco vocabolario e abbia voglia di non farsi capire (o abbia un po' di confusione nel pensiero) è certamente facile parlare in modo complesso e usare le parole come fumo per nascondere, e nascondersi.

da La recinzione degli spazi comuni della parola di Massimo Angelini
http://mondodomani.org/dialegesthai
 

mercoledì 13 giugno 2012

versione in prosa

Una poesia disanimata sembra un ossimoro, una contraddizione intermini. Una poesia non può non avere un’anima; magari è nascosta, ma ce l’ha. Allora a volte succede che per farla venir fuori certe persone prendono la poesia e la spiegano, le tolgono le pieghe, l’appiattiscono. Insomma: la spianano passandole sopra il ferro da stiro della spiegazione. Così l’anima (che ha a che fare con il vento, con il greco ànemos) scappa via, e sull’asse da stiro o sul banco di scuola restano le parole inanimate, prive del soffio vitale che le riempiva, che dava loro spessore, che le rendeva casse di risonanza che suonavano in armonia, con i loro ritmi e i loro respiri. Dopo il trattamento, le parole giacciono inermi, sotto vuoto: brandelli di un corpo fatto a pezzi, sul tavolo dell’anatomista.

Contro gli squartatori di versi scrive alcune poesie Billy Collins, popolare come pochi altri negli Stati Uniti, nato nel 1941 a New York, poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti nei primi anni 2000, ed ora in Italia per una serie di letture, fra cui l’apertura al festival della poesia di Ancona (La punta della lingua, 13 giugno). Ecco la sua “Introduzione alla poesia” (ripresa dalla prima raccolta di Collins uscita in italiano, A vela, in solitaria, intorno alla stanza, tr. F. Nasi, Medusa, Milano 2006, p. 13): 

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,

o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.

La  picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.


Franco Nasi da “Le poesie animate di Billy Collins” www.doppiozero.it

mercoledì 30 maggio 2012

Voce del verbo "abitare"

Se passo davanti alla casa dove abito, posso dire «abito là» o, più precisamente «abito al primo piano, in fondo al cortile»; se desidero dare un senso più amministrativo alla mia asserzione, posso dire «abito in fondo al cortile, scala C, porta di fronte». Se mi trovo nella mia strada, posso dire «abito là, al 13» oppure «abito al numero 13» o «abito dall’altra parte della strada» o «abito accanto alla pizzeria».

Se a Parigi qualcuno mi domanda dove sto di casa, ho la possibilità di scegliere fra una buona dozzina di risposte. Potrei dire che «abito in rue Linné» soltanto a chi so per certo che sa dov’è la rue Linné; più spesso sono portato a precisare la disposizione geografica della suddetta via. Per esempio: «abito in rue Linné, a fianco della clinica Sain-Hilaire» (molto conosciuta dai tassisti) o «abito in rue Linné, è a Jussieu» o «abito in rue Linné, di fianco alla facoltà di Scienze» o meglio, «abito in rue Linné, non lontano dalla moschea». In alcune circostanze più eccezionali, potrei essere indotto a rispondere che «abito nel 5°» o «abito nel quinto arrondissement» o «abito al Quartiere Latino», oppure «abito sulla riva sinistra».

In qualunque parte della Francia (se non proprio a Parigi e nell’immediata periferia) ritengo di essere più o meno sicuro di farmi capire se dico «abito Parigi» o «abito a Parigi» (tra i due modi di dire una differenza c’è, ma quale?). Potrei anche dire «abito nella capitale» (non credo di averlo mai detto), e nulla mi impedisce di immaginare che potrei optare per «abito nella ville Lumière» o «abito nella città che un tempo era chiamata Lutezia», benché rassomigli piuttosto all’inizio di un romanzo che all’indicazione di un indirizzo. Invece, rischio sicuramente di non essere capito se dò informazioni del tipo: «abito a 48° 50 latitudine nord e a 2° 20 longitudine est» o «abito a 890 chilometri da Berlino, 2.6000 da Costantinopoli e 1.444 da Madrid».
Se abitassi a Valbonne, potrei dire «abito sulla Costa Azzurra» o «abito vicino ad Antibes». Ma, abitando proprio a Parigi, non posso dire «abito nella regione parigina», e neppure «abito nel dipartimento della Senna».

Inoltre non vedo bene in quali circostanze sarebbe pertinente dire «abito a nord della Loira», «abito nella Francia» o «abito in Francia»: potrei esser obbligato a dare questa informazione trovandomi in un punto qualunque situato fuori dell’Esagono, anche se ufficialmente sono in Francia (per esempio in un D.O.M – Territorio d’Oltre Mare); se dicessi «abito nell’Esagono», sarebbe solo per scherzo; mentre se fossi còrso e abitassi a Nizza o dell’Ile de Ré a La Rochelle, potrei dire «abito in continente».
«Abito in Europa»: questo tipo di informazione potrebbe interessare a un americano che incontrassi per esempio all’Ambasciata del Giappone a Canberra. «Oh, you live in Europe?» ripeterebbe, e io sarei portato senza dubbio a precisare «I am here only for a few (hours, days, weeks, mounths)».

«Abito sul pianeta Terra». Avrò mai un giorno l’occasione di dirlo a qualcuno? Se fosse un “III tipo” disceso nel nostro infimo mondo, lo saprebbe di già. Ma se sarò io a trovarmi da qualche parte nei pressi di Attarus o di KX1809B, dovrò certamente segnalare che «abito il terzo (il solo abitato d’altronde) dei pianeti principali del sistema solare nell’ordine crescente della loro distanza rispetto al sole» o «abito uno dei pianeti di una delle più giovani stelle nane gialle situate ai bordi di una galassia d’importanza mediocre designata arbitrariamente con il nome di Via Lattea». E all’inizio ci sarebbe una probabilità su centomila milioni di miliardi (ossia solamente 10 alla ventesima) che mi risponda: «Ah, sì, la Terra…»

Georges Perec, Pensare/Classificare, Rizzoli, 1989
 

giovedì 29 marzo 2012

Dovere e volere nel corpo

Come si riflette dunque nel corpo il modo di parlare - o di scrivere - di un individuo ? E come cambia il modo di parlare quando cambia qualcosa dentro di sé ? Le parole che usiamo sono così intimamente legate ai processi psicologici e fisici che riesce difficile credere che anche un cambiamento nel linguaggio non produca, in qualche misura, una trasformazione in noi stessi, nel nostro corpo e nelle nostre relazioni. Osservando con attenzione, infatti, ogni stile di vita è caratterizzato da un linguaggio che permette il suo perpetuarsi.

Quando parlando diciamo “devo fare qualcosa” o addirittura “dovrei’ farla” stiamo perdendo il contatto col nostro desiderio, col nostro reale bisogno, col piacere che deriva dall’attività volta a soddisfarlo, e quindi col nutrimento che quest’attività può dare al corpo e all’anima. Pensare - e parlare - in termini di ‘dovere’ implica generalmente che quello che ‘dobbiamo’ fare lo facciamo per qualcun altro invece che per noi stessi, che chi trae soddisfazione o vantaggio dalla nostra azione non siamo noi. Per comprendere meglio, ci si può chiedere per esempio “Che cosa accadrebbe se non lo facessi? Chi mi costringe? Chi lo vieta?” in modo da ricostruire più consapevolmente la causa, la motivazione reale e il risultato dell’azione da compiere.
Dal punto di vista fisico (...) il dovere porta lo stato dell’organismo da una struttura più interna - collegata al piacere e ai bisogni essenziali - a una più esterna: dal centro del cervello alla corteccia, dal rene al surrene, dalla muscolatura interna a quella esterna. La corteccia controlla e contiene: noi, dal canto nostro ‘faremmo altro’. Ogni volta che diciamo ‘devo’, insieme al sistema nervoso simpatico entrano in attività le strutture più esterne del corpo, che ci costringono ad agire un po’ come se ci prendessero di peso per superare la nostra resistenza, con ripercussioni sul movimento (...). Quando diciamo ‘devo’, dunque, non consideriamo nostro il bisogno che affermiamo e ci alieniamo la spontaneità del desiderio. Dato che il bisogno, il desiderio, l’eccitazione sono tutte qualità degli organi, ovvero del nucleo energetico del corpo, pensare in termini di dovere implica per prima cosa la disattivazione di questi ultimi. Senza il sostegno degli organi, ogni azione compiuta ha la stessa pesantezza di un trascinarsi.

Quando ciò che ‘dobbiamo’ fare si trasforma in qualcosa che ‘vogliamo’ fare disponiamo di una possibilità concreta per identificarci con i nostri impulsi. Se siamo noi a fare qualcosa, se ci riappropriamo del fatto che lo facciamo per noi stessi e non per qualcun altro, i muscoli possono sciogliersi e gli organi, tornando in azione, sostenerne il movimento. E il nostro stile vita nel senso della leggerezza.

J. Tolja - F. Speciani, Pensare col corpo  Baldini Castoldi Dalai Editore