Visualizzazione post con etichetta Paolo Nori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Nori. Mostra tutti i post

lunedì 16 febbraio 2015

Parassiti


Ne parlavano tutti così bene, mi è venuta voglia di sentire il messaggio al parlamento del nuovo presidente della repubblica, Sergio Mattarella, e ho cominciato a sentirlo e dopo un po’ m’è venuto in mente di quando ho fatto l’attore, nel 2007, che avevo un regista, Gigi Dall’Aglio, che mi ha fatto vedere che io avevo dei gesti parassiti, cioè gesti che vivevano su di me senza che me ne accorgessi e mi ha detto che in scena, quando recitavo, quei gesti parassiti li avrei dovuti eliminare. Dopo, a ripensare a quella cosa che mi aveva detto Dall’Aglio, mi sono accorto che quando parlavo, e quando scrivevo, davo voce a delle espressioni parassite, che vivevano su di me senza che me ne accorgessi, e in una cosa che ho scritto ho provato a farne una lista e ho trovato che se uno era ricco, era sempre sfondato, se aveva la barba, era sempre folta, se c’era un fuggi fuggi, era generale, se si parlava di acne, era giovanile, se c’eran delle tecnologie, eran nuove, se c’era un nucleo, era familiare, se c’era un’attesa, era dolce, se c’era una marcia, era funebre, oppure nuziale, se c’era un andirivieni, era continuo, se c’eran delle chiacchiere, erano oziose, se c’era un errore, era fatale, se c’era un delitto, era efferato, se c’era un’ impronta era indelebile e mi son detto che quando usavo queste espressioni a me sembrava di parlare, in realtà io non parlavo, ero parlato, cioè non dicevo quel che volevo dire io, dicevo quel che voleva dire la lingua (parassita). E in rete, su un sito dove ogni tanto scrivo delle cose (www.paolonori.it), con l’aiuto dei lettori del sito ho provato a allungare questa lista di espressioni parassite e ho trovato che se c’è un quadro, è allarmante, se c’è uno stupore, è infantile, se c’è uno sciopero, è generale, se c’è una folla, è oceanica, se c’è un lupo, è solitario, se c’è un cavallo, è di Troia, se c’è una botte, è di ferro, se c’è un terrorista, è islamico, se c’è un porto, è delle nebbie, se c’è un silenzio, è di tomba, se c’è un ombra, è di dubbio, se c’è una morsa, è del gelo, se c’è una resa, è dei conti, se c’è una verità, è sacrosanta, se c’è una salute, è di ferro, se c’è una svolta, è epocale, se c’è un genio, è incompreso, se c’è un ok, è del senato, se c’è uno sciame, è sismico, se c’è un consenso, è informato, se c’è un secolo, è scorso, se c’è una dirittura, è d’arrivo, se c’è un pallone, è gonfiato, se c’è un cervello, è in fuga, se c’è una repubblica, è Ceca, se c’è un battesimo, è del fuoco, se c’è un dispiacere, è vivo, se c’è un carattere è cubitale. E nel discorso del presidente della repubblica, Sergio Mattarella, nei primi minuti, se c’era un saluto, era rispettoso, se c’era un pensiero, era deferente, se c’era un momento, era difficile, se c’era una carta, era fondamentale, se c’era un consiglio, era superiore (e della magistratura), se c’era un’unità, era nazionale, se c’era una prova, era dura, se c’era un’unione, era europea, se c’eran dei diritti, eran fondamentali, se c’era un popolo, era italiano, se c’era un bene, era comune, se c’era un capo, era dello stato, se c’era un garante, era della costituzione, se c’era un arbitro, era imparziale, e lì mi sono fermato e mi sono chiesto “Ma come mai, ne han parlato tutti così bene?”. 

Paolo Nori 

venerdì 4 luglio 2014

Buon Gusto


Sta cominciando una cosa, a Parma, che si chiama Taste of Future, e che vuole accreditare, come si dice, Parma come «Città del buon gusto». Siccome la cosa la fanno a Parma, ed è pubblicizzata dal comune di Parma, a me sembrerebbe una cosa di dubbio gusto il fatto di dire di sé «Noi siamo la città del buon gusto», se non fosse che io, ogni volta che sento parlare di Buon gusto, mi viene in mente, a parte quel fincipit che dice «Una rotonda sul mare, è mia sorella che nuota», a parte quello, quando sento parlare di Buon gusto mi viene in mente un saggio di Gleizes e Metzinger del 1912, se non ricordo male, che si intitola Du cubisme, Sul cubismo, se non ricordo male, e in quel saggio lì i due pittori cubisti Gleizes e Metzinger scrivevano che era finita l’era del buon gusto e del cattivo gusto e che c’era solo il gusto. Nel 1912, 102 anni fa.




mercoledì 28 maggio 2014

Il Nervoso



Io, non lo so, ma quando mi viene il nervoso, mi verrebbe da dire che è come quando vai a correre, che poi hai male un po’ dappertutto, alle gambe, alla schiena, alle spalle, e ti rendi conto che sei vivo, che hai delle gambe, una schiena, delle spalle, così quando ti viene il nervoso uguale, ti rendi conto che sei vivo, che hai un sistema nervoso gangliare, vale a dire soggettivo, o un sistema nervoso oggettivo, o cerebrale, mi verrebbe da dire se non fosse che questo fatto di andare a correre, mi sono un po’ rotto i maroni, delle metafore riferite al fatto di andare a correre. 



Paolo Nori

giovedì 6 febbraio 2014

Se devo essere insincero



Quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo Onestamente, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo Disonestamente. E quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo A dire il vero, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo A dire il falso. E quando sento qualcuno che comincia a parlare dicendo Se devo dir la verità, mi vien da pensare a come sarebbe se qualcuno cominciasse a parlare dicendo Se devo raccontare una balla. E delle altre cose. 

 

martedì 19 novembre 2013

Cambiare le cose


Buongiorno.

Grazie dell’invito. Io mi chiamo Paolo Nori, sono di Parma, abito a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, e scrivo dei libri, dei romanzi, prevalentemente, ma anche dei discorsi, e oggi mi hanno chiesto di scrivere un piccolo discorso che abbia come tema il tema di questo incontro che chiude la festa di Left, che è Le cose si cambiano, cambiandole.

Ecco, Left è una rivista politica, quelli che parteciperanno al dibattito son tutte persone che, in diversi modi, sono tutti, come di dice, attivi in politica, e noi siamo abituati a pensare che la politica sia il posto dove, per antonomasia, si cambian le cose, e mi vengono in mente due cose, mia nonna, che, quando io mi son laureato a lei le sembrava una cosa così grande, il fatto che mi fossi laureato, le sembrava che io fossi diventato così bravo, laureandomi, che mi diceva che senz’altro sarei andato in parlamento e io le dicevo No nonna, farò poi dell’altro, e infatti è andata così, ho poi fatto dell’altro, e la seconda cosa che mi viene in mente è Pietro Nenni, che, come si sa, quando i socialisti sono entrati per la prima volta al governo e gli hanno chiesto cosa succedeva nella stanza dei bottoni lui ha detto che, entrando al governo, lui si era accorto che, nella stanza dei bottoni, non c’eran bottoni e io, adesso, una cosa che vorrei chiedere, a quelli che parteciperanno al dibattito dopo, cioè Pippo Civati, Giulio Cavalli, Adriano Zaccagnini,Mirko Tutino, Paola Natalicchio, Giovanni Tizian, che ciascuno dal suo punto di osservazione ne sanno molto più di me, volevo chiedergli se ce li hanno messi, i bottoni, nella stanza dei bottoni, perché io, l’impressione che ho, di politica io ne so molto poco ma se il motivo per cui vale la pena di fare politica è cambiare le cose, io vorrei capire in che senso vi sembra che si possano cambiare le cose.

Allora, io, come ho detto, ne capisco poco, ma per quel poco che ne capisco, un grande libro politico è un libro di Tolstoj che si intitola Che fare? e è un libro che racconta cosa succede a Tolstoj quando si accorge che al mondo ci sono un sacco di poveri, e si mette in testa di provare a aiutarli.

Comincia a dargli dei soldi, ma si accorge che questi soldi, loro, li bevono, in Russia bevono, hanno questa abitudine che bevono e le cose, dopo un po’, Tolstoj, si accorge che non sono cambiate e allora, non se la prende con le cose, né se la prende con quelli che bevono, ma a un certo momento si chiede, dentro il suo libro: Chi sono io, io che voglio aiutare gli uomini? Voglio aiutarli, e mi alzo a mezzogiorno, dopo un’interminabile partita di whist, infiacchito, molle, bisognoso dei servigi e dell’aiuto di centinaia di persone; e vengo ad aiutare – chi poi? Uomini che si alzano alle cinque; che dormono su tavole, che mangiano pane e cavoli, che sanno arare, falciare, immanicare la scure, squadrare, aggiogare cucire; uomini che per padronanza di sé, per forza, per abilità, per temperanza, valgono cento volte più di me, e io voglio aiutarli! Cosa altro, se non vergogna, posso provare quando entro in rapporto con loro? Tutta la mia vita passa così: mangio, parlo, ascolto; mangio, scrivo e leggo, cioè ancora parlo e ascolto; mangio, gioco, mangio, di nuovo parlo, e ascolto, mangio e di nuovo vado a dormire, e così ogni giorno, e non posso e non so fare altro. E perché possa permettermi di fare tutto questo, occorre che dalla mattina alla sera lavorino per me il portiere, l’inserviente, la cuciniera, il cuoco, il lacchè, il cocchiere, la lavandaia; per non parlare degli operai necessari a produrre gli oggetti di cui questi cocchieri, cuochi, lacchè hanno bisogno per lavorare per me: martelli, botti, spazzole, vasellame, legname, carne di bue. Ognuno di loro lavora duramente tutto il giorno e tutti i giorni perché io possa parlare, mangiare, dormire; e proprio io, questo individuo gramo, ho immaginato di poter aiutare gli altri, quegli stessi uomini che mi nutrono.

Non è straordinario che io non abbia aiutato nessuno e che abbia provato vergogna; la cosa più straordinaria è che mi possa essere venuta in mente un’idea tanto assurda scriveva Tolstoj nel 1886 e a me vien da pensare, ogni volta che penso a questo passaggio, che se lui, Tolstoj, che era Tolstoj, sapeva di non esser capace di fare niente, a me mi viene da chiedermi, come possiamo noi, che non siamo Tolstoj, pensare di essere capaci di fare qualcosa? Io, parlo per me, mi sento ridicolo, a pensare così, e mi viene da chiedermi Non siamo tutti ridicoli, noi, se pensiamo di esser capaci di fare qualcosa? Cioè che magari siam capaci, di farla, io per esempio, nel mio piccolo, recentemente, una cosa che ho fatto, un paio di anni fa, ho smesso di fumare, e ho smesso poco dopo che sono state emanate, come si dice, le leggi antifumo, ma se mi chiedo perché ho smesso, mi vien da pensare che non ho smesso per le leggi antifumo, né perché hanno aumentato il prezzo delle sigarette, ho smesso perché me l’ha chiesto mia figlia, e me l’ha chiesto in un modo che ho capito che, questa cosa che fumavo, la faceva star male, e la cosa che mi vien da pensare è che quelli che mi governano, quelli che schiacciano i miei bottoni, ha molti più bottoni mia figlia, del parlamento, o della corte costituzionale, è molto più importante, per guidare il mio comportamento, per indicarmi una strada, la testa di mia figlia, che la testa di Enrico Letta, o di Giorgio Napolitano e di Laura Boldrini, con tutto il rispetto per Enrico Letta e anche per gli altri, e allora la cosa che mi viene da chiedermi, in una situazione del genere, non credete che la vostra capacità di cambiare le cose sia indipendente dal fatto che voi, con ruoli diversi, siete nelle istituzioni?


Mi viene in mente quel passo di Guerra e Pace di Tolstoj, dove Pierre Bezuchov, il protagonista, è stato catturato dai francesi nel corso della campagna napoleonica, e è lì, di notte, nel recinto dei prigionieri, prigioniero dei francesi, i francesi hanno in mano tutta la sua bottoniera, sono arbitri della sua vita e della sua morte, come si dice, e lui è lì, che guarda il cielo stellato e, tutto d’un tratto, scoppia a ridere. E ride forte, e a lungo. E ride per questo pensiero, che gli è venuto: Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera? Che è una bella domanda, mi sembra, dopo la quale andare avanti è difficile ma io ci vado lo stesso.



Da "Una regola" discorso pronunciato a Roma, alla Città dell’altra economia il 14 settembre del 2013 come introduzione al dibattito che chiude
 la festa di Left-avvenimenti al quale partecipano Pippo Civati, Adriano Zaccagnini, Mirko Tutino, Giulio Cavalli, Paola Natalicchio e Giovanni Tizian
e poi ripronunciato a Cagliari, nella sede dall’associazione Asibiri il 16 novembre 2013

lunedì 16 settembre 2013

Paolo Nori su uguali e diversi, un mondo fatto coi piedi,il sacro...


domenica 15 settembre 2013

[metto qui sotto…un pezzettino del discorso che ho fatto ieri a Roma, alla festa di Left, come introduzione a un dibattito del quale però io ho poi sentito solo dieci minuti perché, quando hanno cominciato a parlare di come son stati bravi a Molfetta a non far l'alleanza con l'Udc, sono andato a letto]

E un’altra cosa che non mi convince è l’atteggiamento generale, di alcuni dei politici nuovi, perché questi politici nuovi, in sostanza, quello che dicono, mi sembra, è che loro son diversi, dagli altri, cioè dai politici vecchi, solo che anche gli altri, quelli vecchi, dicono di essere diversi dagli altri, sia dai nuovi che dai vecchi altri da loro, allora dei politici veramente nuovi, mi sembra, quello che dovrebbero dire è che loro sono uguali, agli altri; non li voterebbe nessuno, però, probabilmente e si perderebbe così l’unica occasione di votare veramente il nuovo, la gente ha tanta voglia di nuovo, ma a parte quello, che pazienza, la cosa che mi convince meno, in questo fatto di proporre se stessi come diversi dagli altri, come: bravi, in sostanza, è che, necessariamente, questo fatto consiste nell’essere soddisfatti di sé e a me mi vien da pensare a una frase di Čechov, alla fine di un racconto che si intitola Uva spina, che è un racconto dove il protagonista è contento del pessimo vino che fa dall’uva spina e questo, scrive Čechov, è il dramma più terribile, che un uomo sia contento della propria esistenza. A me, ho studiato russo, e mi piacciono i russi, e capisco Turgenev quando dice: «L’uomo russo è buono soprattutto per il fatto di avere di se stesso una pessima opinione», e io, in una cosa del genere, mi ci trovo, e per uno che è soddisfatto di sé ho un’istintiva diffidenza, mentre per uno che ha, di sé, una pessima opinione, ho un istintivo rispetto.

Un paio di anni fa un mio amico che lavora alla galleria d’arte moderna di Modena mi ha chiesto un testo per una mostra che facevano loro sul sacro e io ho cominciato un po’ a ragionare sul sacro e ho pensato che quello che manca, nelle nostre, come dire, vite, si fa fatica anche a pronunciarle, queste parole, La mia vita, per non parlare della morte, La mia morte, La morte di mio babbo, e anche La morte, da sola, ecco io ho pensato che quello che manca, forse, a parte le autorità, che son sparite, non ci sono più, c’è stato un momento che ci sono state, forse, oggi non c’è più nessuna autorità, a parte quello, che quello lo sappiamo, oggi, forse, quello che manca, mi è venuto da pensare, è il sacro, quel che abbiamo di sacro, ma non quello che c’è dentro la testa, che lì ciascuno ha la propria testa, che per uno è la patria, per uno è la famiglia, per uno è la legge, per uno è la libertà, per uno è Dio, quanto spazio prende Dio, nei miei discorsi, io non parlavo dei discorsi, parlavo delle vite, dei nostri momenti, quando il mondo, si fa fatica a pronunciarla, questa parola, Mondo, quando il mondo ti dà una botta, come se ti dicesse che esiste, come se ti tirasse fuori dai tuoi pensieri, come se ti tirasse la giacca, se tu avessi una giacca, e ti si manifestasse, nel senso che è lì, e c’era anche prima, e tu te l’eri scordato, e ti accorgi che suona, il rumore delle sfere, che delle volte si va a nascondere in cose minuscole, in momenti che non l’avresti mai detto, come quando stendi il bucato, e poi esci e torni a casa e senti odore di sapone di Marsiglia, o come quando hai un computer nuovo e stai caricando il programma di scrittura, o come quando sei in giro, in centro, con tua figlia, e ti volti a vedere se è dietro di te e la vedi e ti vien da pensare “Ma com’è bella”, o come quando firmi un contratto di allacciamento del gas, o quando vedi che gli alberi sono diversi e pensi L’autunno ha cambiato il giardino. Tutte le volte che ti svegli che hai fame. Quando senti qualcuno che sta attento a quello che dice. Quando ti rammendi le tasche della giacca. Quando si beve il primo vino dell’anno, hai vent’anni, e sembra un succo di frutta, sì e no cinque gradi. Quando stai per lasciare l’appartamento nel quale hai abitato tre anni, fai l’ultimo giro e trovi il mozzicone di candela che avevi usato il primo giorno che c’eri entrato, che non ti avevano ancora attaccato la corrente. Quando stai stendendo i panni e ti sorprendi a cantare. Quando sei in giro, al mattino, per il centro, e tutti i posti in cui devi andare sono ancora chiusi, e entri in un bar, e ti ci fermi mezz’ora, e ci trovi una folla di pensionati che gira intorno ai quotidiani come i bambini, con la bella stagione, intorno alle altalene dei giardini pubblici. Quanto tuo babbo ti chiama Ligera, hai tre anni, e tu pensi che voglia dire cravatta, e sei contento che tuo babbo scherza con te. Quando esci da lavorare, hai sedici anni, hai fatto otto ore in un prosciuttificio, e adesso vai a casa, e se così contento che ti strapperesti i capelli. Quando sei a letto, e sei stanco, e dici alla tua gatta, che ha quattordici anni, Vieni qui, e la gatta vien lì. Quando sei sulle spalle di tuo nonno, e fate una gara di corsa, e tu e tuo nonno vincete, e tu eri il più piccolo e non vincevi mai. Quando su per una salita, sull’appennino, è notte, hai ventisei anni, sei a piedi, per mano a una ragazza, e voltate l’angolo della strada e c’è un mare di lucciole, e non è normale, tutte queste lucciole, dev’esser successo qualcosa. Quando tagli il pane, certe volte. Quando sei da solo, e ti apparecchi. Quando parli e ti sembra di sentire la voce di tuo babbo, che è morto da undici anni.

Ecco. Quelle cose lì, secondo me, che sono le cose che mi parlano a me, sono tutte cose che mi parlano della mia debolezza e io, non ne so niente, ma ho l’impressione che un modo bello di cambiare le cose sarebbe bene che non partisse dalla presunzione che noi siamo bravi, ma dalla consapevolezza che siamo deboli, difettosi, insignificanti, e io ho l’impressione, magari mi sbaglio, ma ho l’impressione che la nostra debolezza, la nostra insignificanza, i nostri difetti, siano le cose più importanti che abbiamo e che abbiamo bisogno di quelle, non abbiamo bisogno di supereroi, e mi viene in mente una cosa che ha scritto lo scrittore americano Kurt Vonnegut che una volta ha scritto: «C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza. Ed era così già alle superiori. Solo gli alunni più palesemente disturbati si proponevano per fare i rappresentanti di classe», ha scritto Vonnegut, e io, probabilmente sono io, che me ne intendo poco, ma uno che le cose si propone di cambiarle dall’alto della sua infallibilità, o della sua superiorità morale, io, mi rendo conto che probabilmente sono io, ma io, se si parla per esempio di trasporto pubblico, a me piace la Russia, e se penso alla Russia che ho conosciuto io, mi viene in mente una volta che dovevo prendere un filobus, a San Pietroburgo, sulla prospettiva grande dell’isola Vasilevskij, sarà stato il 1996, pioveva, sono entrato sul filobus, era pieno, dappertutto, tranne un tondo di un metro di diametro che era vuoto perché in alto, sul soffitto, se così si può dire, c’era un buco. Allora loro cos’hanno fatto, i russi, hanno fatto un buco anche sotto, sul pavimento. E l‘acqua passava. E il filobus andava. E questa per me era la Russia e, con tutti i suoi difetti, era bellissima, e c’è uno scrittore russo che si chiama Sergej Dovlatov che una volta ha scritto: «Purtroppo non ci sono dati statistici certi su quali siano, in russo, le parole più o meno usate. Cioè tutti sanno, chiaramente, che la parola «merluzzo», per esempio, è significativamente più usata della parola, per dire, «sterletto», e la parola «vodka», diciamo, è più usuale di parole come «nettare» o «ambrosia». Ma di dati certi, ripeto, a questo proposito, non ne esistono. E è un peccato.
Se dati di questo genere esistessero, ci accorgeremmo che, per esempio, l’espressione «è un lavoro fatto coi piedi» è una delle espressioni più usate, in Unione Sovietica».


Ecco, a me un mondo fatto coi piedi così, non so perché, ma mi piace, mi sembra un mondo consonante con i nostri difetti, se così si può dire, e, se dovessi indicare, con tutta la mia insipienza, una regola, una direzione verso la quale muoversi, non saprei indicarla e ne prenderei a prestito una che ha individuato sempre Kurt Vonnegut, quando ha incontrato Joe. «Joe, – ha scritto Kurt Vonnegut, – un giovane di Pittsburgh, un giorno mi si è presentato con una semplice richiesta: «Per favore, mi dica che prima o poi finirà tutto bene».
«Benvenuto sulla Terra, giovanotto», gli ho risposto io. «Qui fa un caldo boia d’estate e un freddo cane d’inverno. È un pianeta rotondo, umido e affollato. Bene che vada, Joe, tu hai un centinaio di anni da vivere da queste parti. E di regola io ne conosco una sola: Cazzo, Joe, bisogna essere buoni!».

www.paolonori.it

mercoledì 24 aprile 2013

Comunésta



La scorsa settimana, ero in ospedale, a Bologna, nella stanza di fronte alla mia c’era una ragazza di Rimini e suo babbo, dopo avermi preso un po’ in giro perché non son tanto capace di fare le cose pratiche, non al livello che chiamo l’elettricista per cambiare le lampadine ma quasi, quando gli ho detto che era vero, ero un po’ imbranato con le cose pratiche, e dopo che mi sono sentito, inspiegabilmente, in dovere di aggiungere “Ho altre qualità”, lui, questo signore di Rimini con una ragazza all’ospedale di Bologna mi ha detto “Lo sappiamo”. E mi ha raccontato che suo fratello, quand’era stato lì in ospedale il giorno prima mi aveva riconosciuto da certi servizi che aveva visto in una trasmissione che c’era quest’inverno che si chiamava Volo in diretta e gli aveva raccontato che genere di cose faccio “L’è un comunésta” aveva detto alla fine. E l’aveva detto con un tono, come se fosse un complimento, difatti l’avevo poi detto al fratello di questo che mi aveva dato del comunésta, “Sembra un complimento”, e il fratello mi aveva risposto dicendo “Ah, be’, a casa nostra”, con un tono come per dire che era normale, a casa loro, che essere un comunésta fosse considerato un complimento. E, al di là del fatto che credo di non essere, un comunésta, soprattutto nel senso che a questa parola mi sembra desse il fratello di quel signore che ha parlato con me l’altro giorno a Bologna, mi è piaciuto questo fatto linguistico che vince le svolte della Bolognina, il tribunale della storia, mi è piaciuto scoprire una parola come intatta, che si pronuncia ancora con l’intonazione con cui la si pronunciava cento anni fa.

Paolo Nori – su Libero - venerdì 19 aprile 2013

venerdì 12 aprile 2013

Come si dice Audiobook in polacco


Dal 15 al 20 di marzo son stato in Polonia, a Cracovia, ad Auschwitz e a Birkenau, con un gruppo di 630 persone la maggioranza delle quali erano ragazzi e ragazze degli ultimi due anni delle scuole superiori della provincia di Modena. Siamo andati con un treno che partiva da Fossoli, il campo dal quale partivano, alla fine della seconda guerra mondiale, i deportati del nord Italia.

Ci abbiamo messo, a arrivare, venti ore. Il giorno dopo, nell’andare a Birkenau, sull’autobus la guida ci ha detto che la Polonia ha una forma più o meno regolare, rotonda quadrata. E tutto il giorno abbiamo camminato sulle ossa dei morti. E aspettavamo che tacesse la guida, e ci mettevamo a ascoltare il silenzio. E pensavamo che era un silenzio da registrare.

E a un certo punto è stato chiaro che è vero quello che dice una botanica che lavora al museo di Auschwitz, che dice che il senso del lavoro che, da decenni, stanno facendo gli storici per ricostruire quel che veramente è successo, comparando testimonianze e dati documentali, lavorando sui ritrovamenti di nuovo materiale sul sito archeologico e sui ritrovamenti di nuovi documenti negli archivi di mezzo mondo, un lavoro inesausto e disperato, che ha portato Franciszek Piper a scrivere: «il est évident que la reconstruction de la tragédie d’Auschwitz dans son intégralité est irréalisable», il senso di tutto questo lavoro sarebbe rivoluzionato, ha detto quella botanica, se ci si rivolgesse a dei testimoni oculari imparziali, le betulle di Birkenau, che – e ci siamo voltati tutti a guardarle – sono le stesse betulle che c’erano allora, settant’anni fa.

E il giorno dopo, alla mensa sovieticomorfa del museo di Auschwitz, quando ho ordinato un espresso, la barista mi ha chiesto «Piccolo?» e io le ho risposto «Piccolo». E il giorno dopo, a Cracovia, in un bar che dà sulla piazza, ho sentito tre tedeschi che ordinavano uno un caffè, uno un cappuccino, un altro una pizza, e ho pensato che noi italiani avevamo inventato tutto, anche la parola Ghetto. E sapevo che dieta in polacco si dice Dieta, e che farmacia in polacco si dice Apteka. E subito dopo, in una libreria di Cracovia, ho scoperto che audiobook si dice Audiobooki. E poi basta.

Paolo Nori – articolo su Libero 22 marzo 2013

lunedì 11 febbraio 2013

Un convegno sul nulla


Un convegno sul nulla. L’idea è venuta allo scrittore Paolo Nori, che l’ha organizzato, con la complicità della rassegna CentoCage, promossa dal comune di Bologna per i cento anni dalla nascita di John Cage, nella biblioteca Sala Borsa del capoluogo emiliano. Si è parlato di tutto e di niente, entro confini che Nori aveva così sfrangiato: “Quando non c’è niente da dire, o quando non si sa cosa dire, o quando non si sa cosa fare, o quando non si vede niente, o quando non si capisce niente, o quando non si sente niente, o quando non si riesce a dormire, o quando non si vuole mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restano senza benzina, i sans papier, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco, quando si cerca in tutte le tasche e non c’è neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilità. Il celibato e il nubilato. L’inappetenza e l’incontinenza. Il buio. Il silenzio. Il niente. Il nulla”.
(…)
Perché l’inno del convegno era 4’ 33’’di John Cage, il pezzo in cui il musicista o l’ensemble non suona ma fa ascoltare il silenzio?


“Noi dovevamo eseguirlo in apertura dei lavori. Poi Carlo Boccadoro aveva un altro impegno sul lago di Garda e quindi è arrivato solo alla sera e lo abbiamo fatto in chiusura. È stato per me un momento bellissimo: è stato una specie di preghiera. L’abbiamo suonato nella versione per clarinetto. L’ha eseguito, per così dire, Mirco Ghirardini, un clarinettista che ha anche fatto un intervento sulla musica da ballo. Lui suona alla Scala, suona in Sentieri selvaggi, che è il gruppo di Carlo Boccadoro, e poi suona in un gruppo di liscio. Ha fondato e dirige un gruppo che rifà il liscio delle origini, e però son talmente veloci quei valzer lì che non li balla più nessuno. Lui suona una musica da ballo che in tutti questi anni non ha mai ballato nessuno nei loro concerti. Il pezzo di Cage sono stati 4 minuti e 33 secondi di silenzio in cui abbiamo sentito i rumori della Sala Borsa – è quella la funzione di quel pezzo – ed è stato un momento proprio quasi meditativo. È stato proprio la chiusura ideale”.

Quel pezzo vuole dimostrare che il nulla chiamato silenzio è in realtà pieno…
“Che il silenzio non esiste. Così noi quando l’abbiamo suonato abbiamo sentito i rumori che c’erano di sopra, quelli del riscaldamento eccetera, che prima intanto che si parlava non sentivamo. La cosa bella è che quello lì è un pezzo che, a seconda del posto dove lo fai, cambia tutte le sere, a seconda del silenzio che c’è lì. Perché ogni posto, forse, ha il suo silenzio. C’è un racconto di Heinrich Böll, in Racconti satirici e umoristici, dove c’è uno che lavora alla radio e faceva collezione di silenzi registrati. Quando era con la sua fidanzata registrava i loro silenzi e dopo li riascoltava, che era una cosa che alla fidanzata non piaceva tanto, mi sembra di ricordare”.
(…)

Però, la domanda che rimane sospesa, grande, forte, sul convegno sul nulla è: invece di un convegno sul nulla, non sarebbe stato meglio non fare nulla?


“Quella lì è in un certo senso la perfezione. E però noi siamo consapevoli di essere imperfetti, di essere degli esseri limitati. Del resto, quello che forse ha fatto la cosa più bella è stato Alessandro Bonino, che è stato a casa. In fondo la relazione più riuscita è stata la sua, perché priva di errori. Però, io sono anche abbastanza contento che ci sia della gente che accetta il rischio di sbagliare, anche perché, come dicevo, se non avessi i libri non saprei come fare... Questo fatto di parlare, di raccontare, di trovare una forma non per spiegare il mondo ma per raccontarlo, a me sembra proprio bello, e io personalmente ho bisogno di persone che lo facciano per me. Mi ricordo una volta, un po’ di tempo fa, ero in Sardegna, per 5 anni sono andato tutti gli anni a un festival di poesia, il festival di Seneghe. Quel festival lì era bello anche per la società che si creava: ci si trovava, di sera, alla fine di tutto, al bar, in questo paesino che per 3 giorni cambiava faccia. Una volta ero lì con un ragazzo sardo, Diego Zucca, appassionato di palindromi. Io ho fatto la tesi su Chlebnikov, un poeta russo dei primi del novecento che ha fatto diversi versi palindromi. Diego Zucca è appassionato di Georges Perec, che pare abbia fatto il palindromo più lungo del mondo. E c’era un nostro amico, Luciano Marrocu, che è scrittore e docente di storia contemporanea all’università di Cagliari, e che era stato assessore alla cultura della Provincia di Cagliari e militante dell’ex Pci. Dopo un po’ che sentiva, anche con un po’ di fastidio, ci ha detto: ma voi, invece di far dei palindromi, perché non fate la rivoluzione? Che è una domanda molto bella. Ecco, io, la mia impressione, è che far dei palindromi vuol dire fare la rivoluzione. Essere capaci di maneggiare il linguaggio, essere capaci di parlarsi, di raccontarsi delle cose, noi siam messi in un modo che questo è già una rivoluzione. Una giornata di sei ore dove c’è della gente disposta a ascoltare undici persone che raccontano appunto la menopausa, la materia assente, è quello, in piccolo, naturalmente. Io, come ascoltatore, non mi son mai annoiato, se vado a vedere un film che dura un’ora e mezza mi dico: ma io l’ho già vista questa roba, sembra di averla già vista. Ecco, quella lì è una piccola, microscopica rivoluzione, mi sembra. Certo, parlare non serve a niente, come guardare una bella ragazza, a cosa serve?”.

Tratto da “Il nulla a convegno” Una conversazione con Paolo Nori di Massimo Marino

lunedì 17 dicembre 2012

Vuoto


Alla scuola elementare di scrittura emiliana, ieri sera, il compito era raccontare una foto, e a sentire raccontare le foto degli allievi, mi è venuto da guardare le foto che avevo sul mio cellulare, e le ultime erano:

1) un cartello in quattro lingue che dice:
-      Frigobar gratuito
-      Complimentary minibar
-      Minibar gratuit
-      Kostenlose minibar.

2) quel frigobar, vuoto.

3) una scritta sul muro che dice Basta fatti, vogliamo promesse, in rosso, con la falce e martello in basso a destra, il muro è molto bello, in via Balbi, a Genova.

4) un cartello pubblicitario del super enalotto con una ragazza che ride e una scritta che dice Oggi il jackpot è: 00.000 €. L’ho fatta stamattina davanti a un’edicola di Reggio Emilia

5) davanti a quell’edicola ho fotografato anche un espositore di libri, di quelli di ferro, arrugginito, e in alto c’è una scritta gialla, su fondo blu, che dice Vallardi e sotto, in bianco, su fondo rosso, Tutte le lingue del mondo, e sotto, in nero, sullo stesso fondo rosso Dizionari tascabili, e l’espositore è vuoto, non c’è neanche un dizionario.

E quello che fotografo io, ho pensato stasera, è il vuoto, io fotografo promesse, non fatti, e non me ne accorgo neanche.



Paolo Nori dal blog www.paolonori.it

venerdì 1 giugno 2012

Aperti

L’altro giorno, il 29 maggio, il giorno che al mattino, alle nove, è tirato il terremoto, c’è stata una po’ di gente che mi ha scritto per chiedermi se stavo bene. A me è sembrata una cosa strana perché dove abito io, alla Croce di Casalecchio, tra Bologna e Casalecchio di Reno (ho dei colleghi che vivono tra Milano e Parigi, io mi compiaccio di abitare tra Bologna e Casalecchio di Reno), la scossa l’abbiamo sentita ma non è successo niente di grave, né l’altro giorno né la settimana prima, il 20 maggio, quando il terremoto è tirato di notte, alle quattro del mattino.Allora poi, l’altro giorno, al pomeriggio, quando per radio ho sentito dire che in Emilia i negozi eran chiusi e la gente era ammassata nei parchi, e le scuole eran chiuse, e si faceva fatica a immaginare un ritorno alla vita normale, io mi ricordo mi sono alzato, ho aperto la finestra, ho guardato per strada e mi è sembrato che sotto casa mia i negozi fossero aperti, la gente non fosse ammassata nei parchi, i bambini fossero a scuola, mi è sembrato un giorno normale.
E mi è venuto in mente quando, nel 1993, ero a Mosca, mi era suonato il telefono, avevo risposto era mio fratello che mi aveva detto «Paolo, guarda che lì a Mosca c’è la rivoluzione». E io gli avevo detto «Aspetta un attimo», e avevo appoggiato il telefono sul tavolino, ero uscito sul balcone, avevo guardato a destra, avevo guardato a sinistra, ero rientrato, avevo preso il telefono avevo detto a mio fratello «Guarda che ti sbagli. Non c’è mica, la rivoluzione».
Dopo la rivoluzione, in un certo senso, c’era, ma lontana, in centro; quando c’ero andato, il giorno successivo, avevo visto che alcune stazioni centrali della metropolitana erano chiuse «Per motivi tecnici» e, «Per motivi tecnici», era chiuso anche il telegrafo centrale.
Anche l’altro giorno, al pomeriggio, quando sono andato in centro per restituire un libro in biblioteca, ho trovato che la biblioteca era chiusa «Per motivi di sicurezza», e che Palazzo d’Accursio, il palazzo sede della Biblioteca e anche del comune, era stato sfollato «Per motivi di sicurezza», anche se c’erano una cinquantina di persone, immigrati prevalentemente, che si riparavan dal sole e fumavano delle sigarettte con la schiena appoggiata al muro del palazzo, che se dava giù morivano tutti, e morivo anch’io, ero lì che li guardavo. Ma sembrava impossibile, l’altroieri, che desse giù Palazzo d’Accursio. Anche la gente che c’era lì in piazza del Nettuno, a guardarla, passeggiava, fumava, mangiava, rideva, leggeva, come se fosse un giorno normale. L’unico che aveva l’aria un po’ stralunata era un immigrato che girava con un pacco di copie di un’edizione straordinaria del Resto del Carlino con un titolo cubitale «Paura e morte». Che son stato lì a guardarlo cinque minuti, non ne ha venduta neanche una.
Non so se si capisce, era una cosa stranissima, sopra ai giornali c’era il terrremoto, fuori dai giornali non c’era.
E una volta tornato a casa, l’altro giorno, la stessa cosa succedeva col computer. Fuori dal computer non c’era il terremoto, dentro al computer, su facebook, su twitter, non c’era altro che del terremoto.
Sul profilo twittter di Pierluigi Bersani (seguo su twitter Pierluigi Bersani) c’era una foto di una strada di Mirandola piena di mattoni. Sembrava un fiume di mattoni, come uno tzunami di mattoni, un’ondata di mattoni che aveva distrutto tutto quello che aveva trovato sulla sua strada. E suonava in un modo stranissimo la scritta che c’era sotto: pbersani sta usando Instagram – un modo divertente ed alternativo per condividere la tua vita con i tuoi amici attraverso una serie di immagini. Scatta una foto e scegli un filtro per trasformare lo scatto in un ricordo che rimane per sempre. 
Dopo, l’altro giorno, mi è venuto in mente che a Palazzo d’Accursio c’è anche la farmacia comunale. Allora ho telefonato e mi ha risposto un signore e io gli ho chiesto «Ma siete aperti?». E lui mi ha detto «Sì, siamo aperti». «Ma il palazzo non è evacuato?» gli ho chiesto io. E lui mi ha risposto «Sì, il palazzo è evacuato ma noi siamo aperti».
E, non so, forse è una cosa che non è molto normale, e forse non è neanche tanto sana, ma a me è piaciuto moltissimo, il modo in cui quel farmacista mi ha detto «Sì, il palazzo è evacuato ma noi siamo aperti»; aveva un tono stanco, e mi sono immaginato che fosse vestito benissimo, col suo vestito migliore e mi è venuto in mente, è una cosa che ogni tanto mi viene in mente, mi è venuto in mente quando nella Leningrado assediata dai nazisti c’è stata, il 5 marzo del 1942, la prima della settima sinfonia di Šostakovič. Come per dire: «Voi ci assediate? Voi pensate di ridurci alla fame? E noi ci mettiamo i nostri vestiti migliori, e andiamo nel nostro migliore teatro a sentire eseguire dai nostri migliori musicisti l’ultima sinfonia del nostro migliore compositore».
Paolo Nori da un articolo su Libero 1 giugno 2012

venerdì 20 aprile 2012

Camus, la bellezza e la strada

(…) A un certo momento mi è tornato in mente Camus quando, nei suoi taccuini, pensa a quel che avrebbe voluto ancora fare nella sua vita, e scrive:

«Ma soprattutto, soprattutto, rifare a piedi, con lo zaino sulle spalle, la strada da Monte San Savino a Siena, costeggiare quella campagna di ulivi e di viti, di cui sento ancora l’odore, percorrere quelle colline di tufo bluastro che s’estendono sino all’orizzonte, e vedere allora Siena sorgere nel sole che tramonta con tutti i suoi minareti, come una perfetta Costantinopoli, arrivarci di notte, solo e senza soldi, dormire accanto a una fontana ed essere il primo sul Campo a forma di palmo, come una mano che offre ciò che l’uomo, dopo la Grecia, ha fatto di più grande. Sì, vorrei rivedere la piazza inclinata di Arezzo, la conchiglia del Campo di Siena e mangiare ancora i cocomeri per le strade calde di Verona. Quando sarò vecchio, vorrei che mi venisse concesso di tornare su quella strada di Siena, che non ha eguali al mondo, e di morirvi in un fossato, circondato soltanto dalla bontà di quegli italiani conosciuti che io amo».

E mi è venuto da pensare che Camus, quando parlava della bellezza, era come un falegname che parlava del legno, sapeva quel che diceva.

Da un articolo di Paolo Nori su il Fatto quotidiano - mercoledì 18 aprile 2012

mercoledì 8 febbraio 2012

Quello che non può essere detto, dev’essere taciuto


Autocritica

C’è stato un momento, non so come mai, forse studiavo tanto, ma la cosa non era lo studiar tanto, la cosa era il volere che questo studiare fosse riconosciuto dal mondo, pretendere di avere indietro dei riconoscimenti, per questo studiare, come quelli che stan male, mi ricordo una volta c’era un’obesa, faceva l’università con me, si lamentava con una sua compagna di corso che qualcuno le era andato a dire che lui stava male. Capito? diceva, È venuto a dire a me, che lui sta male, come se io invece non stessi male, non si vede, che sto male? Era come se lei nella classifica di chi stava male non potesse concepire che qualcuno fosse più avanti di lei era un po’ carrierista, quella studentessa obesa di lingue dell’università di Parma, nella carriera del malessere, e c’è stato un momento che io ero un po’ un carrierista, nella carriera dell’essere intelligente, e è stato quando avevo appena finito l’università e mi preparavo al dottorato e intanto lavoravo e mettevo da parte i soldi per andare in Russia dove avrei studiato per prepararmi a un esame che ci sarebbe poi stato a gennaio.

È stato il periodo che mi interessavano solo le cose che avevano un rapporto diretto con le mie convinzioni, ero pieno di convinzioni, allora, e tra le mie convinzioni spiccava la convinzione che le mie convinzioni fossero utili ai miei conoscenti ero sempre pronto a dare un parere anche se non richiesto ero d’un peso. È stato un periodo che un libro non mi piaceva se era scritto bene, ma se diceva delle cose che si accordavano alle mie convinzioni, se aveva il coraggio di dir quelle cose, pensavo, avevo un’idea del coraggio stranissima per esempio l’idea che tacere ci vuol del coraggio non mi sfiorava neanche m’indignava, anzi, il silenzio.

Un libro che mi faceva molto arrabbiare era il Tractatus di Wittgenstein, che non avevo letto proprio tutto ma che credevo di avere capito. Era un libro, com’è noto, costruito su sette proposizioni o otto proposizioni non mi ricordo, e le prime sei o sette, che erano commentate in modo anche abbastanza complicato per non dire astruso servivano tutte per dimostrare la settima o l’ottava che non era commentata e diceva, più o meno: Ciò che non può essere detto, dev’essere taciuto.

Io mi ricordo che quando avevo avuto tra le mani il Tractatus avevo pensato a mio babbo mi ero immaginato che mi chiedesse Cosa stai leggendo? Eh, gli avrei detto, sto leggendo un libro di logica piuttosto complicato che ci sono sette proposizioni che devono dimostrare l’ottava, gli avrei risposto. E cose dice l’ottava? Che quello che non può essere detto, dev’essere taciuto, avrei detto a mio babbo, e mio babbo nella mia immaginazione mi avrebbe guardato malissimo come per dire Non c’è mica bisogno di studiare dei libri, per saper quelle cose lì.

Invece probabilmente mio babbo, che era una persona intelligente ma d’una intelligenza vera, di quella intelligenza che vien su nei cantieri e ti fa capire la meravigliosa utilità del filo a piombo, probabilmente mio babbo non mi avrebbe detto così per via che lui lo sapeva che non era una cosa semplice, da capire, quello che a me mi è venuto in mente un fracasso di volte questi ultimi otto anni quando leggevo dei libri o quando sentivo della gente parlare di argomenti artistici Quello che non può essere detto, dev’essere taciuto, m’è venuto in mente un fracasso di volte in questi ultimi otto anni.

Invece all’epoca tra il novantacinque e il novantasei, io ero convinto che un’opera d’arte non solo doveva essere eloquente e coraggiosa, complicata, doveva essere, e se qualcuno per caso mi parlava del quadrato nero di Malevič io pensavo Ma poveretto, e se c’ero in confidenza arrivavo magari anche a dirgli Il quadrato nero di Malevič? Una gran cagata.

Ecco, io non so cos’è successo, questi ultimi otto anni, noioso son sempre noioso, peso son sempre peso, ma se oggi sentissi qualcuno che dice che il quadrato nero di Malevič è una cagata, a me mi sembrerebbe un coglione.

Paolo Nori, Una cosa del 2003 

venerdì 21 ottobre 2011

Anarchici e Maggiordomi di Paolo Nori

Ho l’impressione che quando si comincia, sopra ai giornali, a parlare di anarchici, vuol dire che c’è qualcuno da arrestare. Salvo il fatto che poi, quando c’è da andare in tribunale, gli anarchici, in tribunale, o perché nel frattempo son morti, o perché si è scoperto che non c’entravano niente, a me sembra che gli anarchici dopo alla fine non li condannano mai. Forse sono io che mi sbaglio, e devo dire che non ho fatto indagini approfondite, ma di anarchici accusati ingiustamente di stragi o di fatti di violenza io qualcuno me lo ricordo, in questi ultimi decenni, di anarchici condannati per stragi o per fatti di violenza non me ne ricordo neanche uno.
Come se gli anarchici, la loro funzione, fosse quella di servire come nemico crudele e utilissimo, un nemico che mai si ribella al ruolo che gli viene assegnato, e se si ribella tanto nessuno lo fa parlare quindi è lo stesso, e se qualcuno sembra che lo faccia parlare lo fa parlare in forma anonima, e senza faccia, e se c’è la faccia è una faccia con passamontagna, non c’è identità, trattasi di anarchico anonimo insurrezionalista corrispondente al cattivo delle favole, all’orco per spaventare i bambini, o al maggiordomo dei romanzi gialli che, siccome qualcuno dev’essere stato, alla fine fa anche questo servizio che è stato lui.
Eppure, forse sono io che mi sbaglio, ma a me sembra che l’idea anarchica abbia così poco a che fare con la violenza: è l’idea che l’uomo è buono, e che se si libera dalle entità che lo opprimono (lo stato, la chiesa) riuscirà a organizzare le relazioni con i propri simili, buoni anche loro, spesso senza saperlo, in un modo decente, civile e libero.
E se per un certo periodo gli anarchici, nel tentativo di rovesciare queste entità opprimenti, lo stato e la chiesa, hanno praticato la violenza, a me sembra che questa pratica sia finita grossomodo con l’inzio del novecento, e non mi sorprende che il 1905 sia la data in cui termina la Storia degli anarchici italiani ai tempi degli attentati, documentata, accurata e appassionata opera dello storico Pier Carlo Masini (Rizzoli 1981).
E con il novecento mi sembra che si affermi, come racconta sempre Masini nel suo documentatissimo accuratissimo e appassionatissimo Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (Rizzoli, 1969), un’altra idea di anarchia, e il rapporto degli anarchici moderni con la violenza mi sembra sia descritto bene da uno dei più attivi anarchici italiani, Errico Matatesta (1853-1932):
Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione.
Questo atteggiamento, questa idea di non lavorare sull’odio e sulla violenza ma sull’amore (che fatica, che vergogna, quasi, scrivere: amore), questo atteggiamento è l’atteggiamento che io ho visto testimoniato dagli anarchici che ho conosciuto nel nostro secolo, in questi ultimi dieci anni, a Parma, a Reggio Emilia, a Forlì, in Lunigiana, e tutte le volte che si torna a parlare di anarchici sopra ai giornali, mi stupisco del fatto che nessuno li vada a intervistare, questi anarchici di Parma, di Reggio Emilia e di Forlì e della Lunigiana, e che si intervistino invece delle persone senza la faccia, con un passamontagna, senza identità, senza idee, senza storia, senza niente, macchie nere, babau, maggiordomi.


Paolo Nori  su Il Fatto Quotidiano venerdì 21 ottobre 2011  

lunedì 4 luglio 2011

Un uomo libero

Un uomo libero, scrive Brodskij, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno».

E viene in mente il discorso che il poeta Aleksanrd Blok aveva fatto in occasione di non so più che anniversario della morte di Puškin, causata dal duello di Puškin con D’Anthès, quando Blok aveva detto che Puškin non era morto per il proiettile di D’Anthès, era morto per mancanza d’aria.

Ecco, io, sarò molto pessimista, da un lato, ma noi c’è il rischio che finiamo così, che moriam soffocati, mi sembra.

A me, da un lato, delle volte mi vien da pensare che noi siamo tutti impastati di sonno, non siam più capaci di fare niente, neanche di aver dei pensieri nostri, o di distinguere i nostri dagli altri, e che anche se ci riuscissimo, con un gran sforzo, per un attimo, sarebbe probabilmente inutile. Cioè il mondo comunque andrebbe per conto suo e noi non avremmo nessuna possibilità non solo di mettere in discussione l’andiamo del mondo, neanche di dare il minimo fastidio. Ecco. E allora uno potrebbe pensare, e allora non bisogna far niente? No. A me, in questi casi, di solito, quando penso queste cose, mi torna in mente un passo del Cyrano di Bergerac, di Rostand.

Cosa dite? È inutile? Lo so. Ma non ci si batte nella speranza del successo. So bene che alla fine mi metterete sotto; non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto.

E se poi devo perdere, come sarà, probabilmente, mi sembra che abbia ragione Brodksij, quando dice, nel 1987, in un discorso tenuto a Vienna che si intitola La condizione che noi chiamiamo Esilio: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, scrive Brodskij, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno».
E in un altro discorso, celebre, il discorso in occasione del Nobel per la letteratura che gli hanno assegnato, Brodskij scrive «Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza».

La lingua e, presumibilmente, la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito. Un sistema politico, una forma di organizzazione sociale, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria professione è l’ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibiltà di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria. La filosofia dello Stato, la sua etica, per non dire la sua estetica, scrive Brodskij, sono sempre ieri. La lingua e la lettatura sono sempre oggi e spesso domani. Ai tempi di Pushkin, Pushkin veniva considerato uno strampalato, uno a cui piacevan e donne, ero oggetto di scherno, da parte dei suoi stessi amici, lo zar gli aveva dato una onorificenza che si dava di solito ai ragazzi di quindici anni, e lo voleva obbligare a andare in giro con quell’uniforme lì, da quindicenne. Ecco oggi nessuno in Russia si ricorda, per fortuna di Nicola I, i documenti ufficiali firmati da Nicola I, la falsità delle sue convinzioni, l’arbitrarietà del suo governo, il suo amore per le caserme e per le punizioni corporali, la sua refrattarietà alla cultura; sono cose consegnate agli storici, sono: ieri, sono: passato remoto.
Ma quasi tutti, in Russia, dal muratore al professore universitario, oggi conoscono, citano, leggono, ricordano, le parole di Puskin, che rivivono sulle loro labbra, pensano, con le parole di Puskin, che sono parole pesanti come le pietre ed erano, e sono: domani; erano e sono: futuro.
Qualcuno di voi si ricorda chi governava in Spagna quando Cervantes scriveva Il don chisciotte? O a Venezia quando Goldoni scriveva La locandiera? O a Londra quando Shakespeare scriveva L’Amleto? O ad Amsterdam quando Erasmo da Rotterdam scriveva L’elogio della Follia?
Io non me lo ricordo. E mi sembra che questa regola, che è evidente per il passato, valga anche per il presente.

Quelli che si illudono di governarci, siano essi dei dittatori o dei presidenti democraticamente eletti, se noi facciamo quella scelta lì di cui parlava Brodskij, la scelta di vivere una vista nostra, non hanno su di noi nessun potere.
Può darsi che saremo sconfitti, ma, se cercheremo di fare la parte degli uomini liberi, come dice Brodskij, non sarà colpa loro, sarà colpa nostra.

Perché la nostra anima immortale, se c’è, come fanno a tenere prigioniera la nostra anima immortale?

I governi, a pensarci, sono piccoli, e non hanno nessuna possibilità di diventare grandi; noi, siamo piccoli anche noi, ma abbiamo la possibilità di diventare grandi. Ho finito.

Paolo Nori, Pubblici discorsi, www. paolonori.it

venerdì 27 maggio 2011

Il mondo dei poeti


Per esempio è appena uscito un libro, per la collana bianca di Einaudi, in cui sono raccolte le poesie di Nino Pedretti, poesie nel dialetto di Santarcangelo di Romagna, che dev’esser un paese, Guerra, Baldini, Pedretti, che son dei poeti, eccezionali, non so, ne leggo una, di Perdetti, in una traduzione un po’ rimaneggiata:


Non ditemi che il mondo è brutto,
malato, ridotto in merda,
il mondo ha bisogno di esser bello,
anche se ti urla il cuore,
anche se ti strappano le dita.

Ecco questa poesia qua, secondo me, quando ti chiedono, delle volte te lo chiedono, Perché scrive? Che è una domanda che non è tanto bella, sentirsela fare, che potrebbe sottendere un’altra domanda Perché non fa magari dell’altro, io quando mi chiedon così gli rispondo Per disperazione, che non è una gran bella riposta però è vero, io mi son messo a scrivere per disperazione, Luigi Malerba una volta quando gliel’han chiesto lui ha risposto Per capire quello che penso, che è una bella risposta, ma secondo me, a pensarci, una risposta ancora più bella sarebbe questa qua, Perché scrive? Non ditemi che il mondo è brutto, malato, ridotto in merda, il mondo ha bisogno di esser bello, anche se ti urla il cuore, anche se ti strappano le dita.


Paolo Nori La matematica è scolpita nel granito, Diari del Cabudanne de sos poetas 2006-2010., Ed. Perda Sonadora Imprentas.
Disponibile in e-book Sugaman