martedì 19 novembre 2013

Cambiare le cose


Buongiorno.

Grazie dell’invito. Io mi chiamo Paolo Nori, sono di Parma, abito a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, e scrivo dei libri, dei romanzi, prevalentemente, ma anche dei discorsi, e oggi mi hanno chiesto di scrivere un piccolo discorso che abbia come tema il tema di questo incontro che chiude la festa di Left, che è Le cose si cambiano, cambiandole.

Ecco, Left è una rivista politica, quelli che parteciperanno al dibattito son tutte persone che, in diversi modi, sono tutti, come di dice, attivi in politica, e noi siamo abituati a pensare che la politica sia il posto dove, per antonomasia, si cambian le cose, e mi vengono in mente due cose, mia nonna, che, quando io mi son laureato a lei le sembrava una cosa così grande, il fatto che mi fossi laureato, le sembrava che io fossi diventato così bravo, laureandomi, che mi diceva che senz’altro sarei andato in parlamento e io le dicevo No nonna, farò poi dell’altro, e infatti è andata così, ho poi fatto dell’altro, e la seconda cosa che mi viene in mente è Pietro Nenni, che, come si sa, quando i socialisti sono entrati per la prima volta al governo e gli hanno chiesto cosa succedeva nella stanza dei bottoni lui ha detto che, entrando al governo, lui si era accorto che, nella stanza dei bottoni, non c’eran bottoni e io, adesso, una cosa che vorrei chiedere, a quelli che parteciperanno al dibattito dopo, cioè Pippo Civati, Giulio Cavalli, Adriano Zaccagnini,Mirko Tutino, Paola Natalicchio, Giovanni Tizian, che ciascuno dal suo punto di osservazione ne sanno molto più di me, volevo chiedergli se ce li hanno messi, i bottoni, nella stanza dei bottoni, perché io, l’impressione che ho, di politica io ne so molto poco ma se il motivo per cui vale la pena di fare politica è cambiare le cose, io vorrei capire in che senso vi sembra che si possano cambiare le cose.

Allora, io, come ho detto, ne capisco poco, ma per quel poco che ne capisco, un grande libro politico è un libro di Tolstoj che si intitola Che fare? e è un libro che racconta cosa succede a Tolstoj quando si accorge che al mondo ci sono un sacco di poveri, e si mette in testa di provare a aiutarli.

Comincia a dargli dei soldi, ma si accorge che questi soldi, loro, li bevono, in Russia bevono, hanno questa abitudine che bevono e le cose, dopo un po’, Tolstoj, si accorge che non sono cambiate e allora, non se la prende con le cose, né se la prende con quelli che bevono, ma a un certo momento si chiede, dentro il suo libro: Chi sono io, io che voglio aiutare gli uomini? Voglio aiutarli, e mi alzo a mezzogiorno, dopo un’interminabile partita di whist, infiacchito, molle, bisognoso dei servigi e dell’aiuto di centinaia di persone; e vengo ad aiutare – chi poi? Uomini che si alzano alle cinque; che dormono su tavole, che mangiano pane e cavoli, che sanno arare, falciare, immanicare la scure, squadrare, aggiogare cucire; uomini che per padronanza di sé, per forza, per abilità, per temperanza, valgono cento volte più di me, e io voglio aiutarli! Cosa altro, se non vergogna, posso provare quando entro in rapporto con loro? Tutta la mia vita passa così: mangio, parlo, ascolto; mangio, scrivo e leggo, cioè ancora parlo e ascolto; mangio, gioco, mangio, di nuovo parlo, e ascolto, mangio e di nuovo vado a dormire, e così ogni giorno, e non posso e non so fare altro. E perché possa permettermi di fare tutto questo, occorre che dalla mattina alla sera lavorino per me il portiere, l’inserviente, la cuciniera, il cuoco, il lacchè, il cocchiere, la lavandaia; per non parlare degli operai necessari a produrre gli oggetti di cui questi cocchieri, cuochi, lacchè hanno bisogno per lavorare per me: martelli, botti, spazzole, vasellame, legname, carne di bue. Ognuno di loro lavora duramente tutto il giorno e tutti i giorni perché io possa parlare, mangiare, dormire; e proprio io, questo individuo gramo, ho immaginato di poter aiutare gli altri, quegli stessi uomini che mi nutrono.

Non è straordinario che io non abbia aiutato nessuno e che abbia provato vergogna; la cosa più straordinaria è che mi possa essere venuta in mente un’idea tanto assurda scriveva Tolstoj nel 1886 e a me vien da pensare, ogni volta che penso a questo passaggio, che se lui, Tolstoj, che era Tolstoj, sapeva di non esser capace di fare niente, a me mi viene da chiedermi, come possiamo noi, che non siamo Tolstoj, pensare di essere capaci di fare qualcosa? Io, parlo per me, mi sento ridicolo, a pensare così, e mi viene da chiedermi Non siamo tutti ridicoli, noi, se pensiamo di esser capaci di fare qualcosa? Cioè che magari siam capaci, di farla, io per esempio, nel mio piccolo, recentemente, una cosa che ho fatto, un paio di anni fa, ho smesso di fumare, e ho smesso poco dopo che sono state emanate, come si dice, le leggi antifumo, ma se mi chiedo perché ho smesso, mi vien da pensare che non ho smesso per le leggi antifumo, né perché hanno aumentato il prezzo delle sigarette, ho smesso perché me l’ha chiesto mia figlia, e me l’ha chiesto in un modo che ho capito che, questa cosa che fumavo, la faceva star male, e la cosa che mi vien da pensare è che quelli che mi governano, quelli che schiacciano i miei bottoni, ha molti più bottoni mia figlia, del parlamento, o della corte costituzionale, è molto più importante, per guidare il mio comportamento, per indicarmi una strada, la testa di mia figlia, che la testa di Enrico Letta, o di Giorgio Napolitano e di Laura Boldrini, con tutto il rispetto per Enrico Letta e anche per gli altri, e allora la cosa che mi viene da chiedermi, in una situazione del genere, non credete che la vostra capacità di cambiare le cose sia indipendente dal fatto che voi, con ruoli diversi, siete nelle istituzioni?


Mi viene in mente quel passo di Guerra e Pace di Tolstoj, dove Pierre Bezuchov, il protagonista, è stato catturato dai francesi nel corso della campagna napoleonica, e è lì, di notte, nel recinto dei prigionieri, prigioniero dei francesi, i francesi hanno in mano tutta la sua bottoniera, sono arbitri della sua vita e della sua morte, come si dice, e lui è lì, che guarda il cielo stellato e, tutto d’un tratto, scoppia a ridere. E ride forte, e a lungo. E ride per questo pensiero, che gli è venuto: Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera? Che è una bella domanda, mi sembra, dopo la quale andare avanti è difficile ma io ci vado lo stesso.



Da "Una regola" discorso pronunciato a Roma, alla Città dell’altra economia il 14 settembre del 2013 come introduzione al dibattito che chiude
 la festa di Left-avvenimenti al quale partecipano Pippo Civati, Adriano Zaccagnini, Mirko Tutino, Giulio Cavalli, Paola Natalicchio e Giovanni Tizian
e poi ripronunciato a Cagliari, nella sede dall’associazione Asibiri il 16 novembre 2013

Quel “certo gusto” italiano


È difficile iniziare a scrivere un articolo in favore del ripristino dell'insegnamento della Storia dell'Arte senza citare, e non certo per eccesso di nazionalismo, un certo "gusto italiano" facilmente riconoscibile non solo in patria ma, per chi non è avulso da mete internazionali, anche all'estero.

A chi non è capitato, trovandosi all'estero, di riconoscere un italiano semplicemente scorgendolo passare? Sarà anche per quell'innata capacità di abbinare con un certo gusto (quando diciamo “certo gusto” ci riferiamo a quello estetico e, chissà perché, ci capiamo) scarpe, vestiti, borsa e cappello?

Perché grandi attori, cantanti e registi (cosiddetti vip), sfilano sui famosi red carpet o partecipano a gran gala e premiazioni eminenti, con abiti di stilisti soprattutto italiani?
Perché oggi, in Italia, persino una classe di adolescenti in simbiosi con un iPhone, resta stupita e incredula quando si aggira tra le rovine sotterranee di città con oltre duemila anni di storia?

Perché anche una persona priva di educazione artistica, con una istruzione media, invitata ad un matrimonio nella Basilica Paleocristiana (Santa Maria Annunziata) di Paestum, può dire con orgoglio di esserci stata? Andando di fretta o prendendo l'autobus molti di noi camminano sopra secoli di Storia chiamati strade, vedono muri (e mura) che hanno attraversato epoche e restauri, ospitare mesti uffici, università, teatri, botteghe, musei, chiese, discoteche, ristoranti... mentre veniamo educati dai muri stessi, da fregi medievali, colonne neoclassiche, portici settecenteschi, facciate gotiche e angoli di strade secolari.

Eppure, uno dei messaggi più popolari, o almeno ciò che è passato, della Riforma Gelmini del 2009 è stato quello di definire la Storia dell'Arte come una materia desueta, barbosa, inattuale dunque inutile, troppo settoriale, insomma, che non crea profitto, almeno secondo una concezione della formazione unicamente “tecnicista”. Come se la tecnica, il profitto, lo sviluppo economico e la nuova imprenditorialità non traessero linfa dall'humus delle idee, che avvengono sì per intuizione, ma solo se vi è una base solida ed un terreno di pensiero fertile cui attingere.

Fino a pochi anni fa, le scuole italiane erano le uniche in Europa ad insegnare la Storia dell’Arte: una tradizione ormai di lunga data vigeva da novant'anni, grazie alla riforma Gentile del 1923 [1]. Riguardo l'attualità, poi, sappiamo quanto occorra saper creare ponti tra passato e presente, e che la Storia, tutta e non solo quella dell'Arte, insegna venendo in aiuto nei momenti più impensabilii grazie alla memorizzazione durante gli anni di studio e alla visualizzazione delle immagini. E' così possibile, ad esempio, spiegare ai ragazzi che l'origine del marchio di una scarpa Nike è avvenuto quando un giovane mezzofondista americano sognò la dea greca della vittoria Nike, mentre il simbolo, la virgola, è in realtà "un fruscio che aleggia come soffio divino" [2]. Per citare solo il primo contatto con questa affascinante materia avvenuto ormai circa vent'anni fa all'ingresso di quell'eclettico e variegato mondo che è stato per la sottoscritta il Liceo Artistico Sperimentale.

Parrebbe che quel gusto quasi spontaneo che citavo all'inizio abbia radici antiche e, per quanto riguarda il mondo occidentale, nasca nel centro-sud dell'Europa.
Ciò che ha generato forme di pensiero e precorso i tempi del rigore filosofico è riuscito, attraverso le doti di grandi artisti, a compiere quella miracolosa e unica operazione che viene definita come la nascita di un'avanguardia: intuire cosa sente una civiltà prima che venga ufficialmente riconosciuto e saperlo rappresentare con un linguaggio non verbale.

Dall'Illuminismo in poi, in epoca moderna (dall'estetica Kantiana alla nascita rivoluzionaria di una teoria speculativa dell'Arte con Schlegel, Novalis, Schelling, Hegel), vi è stato il fenomeno delle cosiddette avanguardie [3]: sorte dal coraggio di pionieri dalla profonda, abissale visione, spesso di matrice esistenziale, le quali hanno segnato una rottura nel modo dominante di sentire che solo successivamente è stata riconosciuta dagli intellettuali dell'epoca come una transizione del pensiero.

La nascita della Storia dell'Arte come disciplina può sorgere solo se viene riconosciuta prima l'esistenza della Storia come ambito del dispiegarsi di un operare umano che traduce un pensiero ed un sentimento fondamentali e può, secondariamente, essere valorizzata e apprezzata se esiste una civiltà che della Storia ne abbia cognizione, tradizione, studio, ricerca, o più semplicemente un passato abbastanza remoto cui potersi riferire sempre. Una cosiddetta Memoria Storica che si struttura sì in base a quanto appreso sui testi scolastici, oggi sul web e sempre meno tramandata da una generazione all'altra, ma moltissimo di tale memoria in Italia è costituito dal patrimonio “visivo”.

Camminare nelle piazze italiane (e penso a Piazza Maggiore a Bologna, Piazza Santa Croce a Firenze, Piazza Trento e Trieste a Padova, Piazza Vecchia a Bergamo Alta, Piazza Duca Federico a Urbino, ed altre ancora) permette ancora oggi di vivere un'autentica esperienza metafisica come fu quella di Giorgio De Chirico allorché si accinse a dipingere L'enigma di un pomeriggio d'autunno (1909-1910).
Inutile ricordare come la Storia dell'arte in quanto disciplina sia squisitamente europea, in quanto generata da categorie di pensiero associate ad un bisogno primigenio che non sono invece sorti in altre parti del mondo, sebbene come impostazione teorica e sistema di ripartizione la Storia dell'Arte sia adattabile ad ogni Paese e tradizione culturale [4].

In Italia si passa dall'educazione artistica delle scuole medie ad una vera e propria Storia dell'arte nelle scuole superiori, che spesso, se ben introdotta, aiuta gli studenti a costruire un senso critico del presente facendo maturare un senso civico per l'avvenire. 

Solo se le giovani menti, anche improntate ad uno studio tecnico, vengono tenute aperte ad un approccio estetico (e dunque un certo modo di guardare il mondo e di intenderlo che precede la visione tecnica) c'è anche la possibilità che si apra il canale della creatività: ovvero saper riprogettare il futuro, in qualsiasi ambito, perché “seduti sulle spalle di un gigante” . Le grandi idee sorgono a partire da domande che chiedono l'ampliamento di un ambito che è già conosciuto: per lanciarsi in una nuova impresa, in una ricerca o un approfondimento, così come per costruire un lavoro è necessario saper pensare a partire da ciò che già c'è.


Laura Stefenelli, Salvare la Storia dell'Arte, salvare Storia, Pensiero e Bellezza, http://asia.it


Note:
[1] L’insegnamento della Storia dell’arte nelle scuole secondarie superiori costituisce una peculiarità italiana, codificata dalla riforma Gentile del 1923, ma preparata da una serie di sperimentazioni attuate dai primi anni del Novecento, vedasi: http://www.anisa.it/ConvegnoCunsta_Firenze15giugno09_Ragionieri.pdf
Per approfondire il pensiero circa la filosofia dell'arte di Giovanni Gentile è interessante leggere La Filosofia dell'Arte in compendio ad uso delle scuole, G. C. Sansoni editore, Firenze, 1937, in particolare capitoli III e IV.

[2] Sull'origine del marchio si può consultare questo sito.

[3] Jean-Marie Schaeffer, L'arte dell'età moderna: estetica e filosofia dell'arte dal XVIII secolo ad oggi, Società editrice il Mulino, Bologna, 1996


[4] Martin Heidegger, Holzwege, Sentieri erranti nella selva, a cura di Vincenzo Cicero, edizione Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano, 2002 (I edizione) pag. 106-116.

lunedì 18 novembre 2013

Vivere alla fine dei tempi

La premessa di base di questo libro è semplice: il sistema capitalista globale si sta avvicinando a un apocalittico punto zero. I suoi « quattro cavalieri dell’apocalisse » comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli squilibri interni al sistema stesso (problemi con la proprietà intellettuale; imminenti lotte per materie prime, cibo e acqua), e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali.

Prendiamo ad esempio in considerazione l’ultimo punto: in nessun luogo le nuove forme di apartheid sono più palpabili che nei ricchi Stati petroliferi del Medio Oriente, Kuwait, Arabia Saudita, Dubai. Nascosti ai margini delle città, spesso letteralmente dietro muri, ci sono decine di migliaia di « invisibili » lavoratori
immigrati, che fanno il lavoro sporco, dalla manutenzione alla costruzione, separati dalle loro famiglie e privati di ogni privilegio.

Una situazione di questo tipo rappresenta chiaramente un potenziale esplosivo, che avrebbe dovuto essere convogliato dalla sinistra nella lotta contro lo sfruttamento e la corruzione, mentre viene oggi sfruttato dai fondamentalisti religiosi. Uno Stato come l’Arabia Saudita è letteralmente «oltre la corruzione»: non c’è bisogno di corruzione perché la cricca al potere (la famiglia reale) possiede già tutta la ricchezza, che può distribuire liberamente e a suo piacimento. In Stati di questo tipo la sola alternativa alla reazione fondamentalista sarebbe un tipo di Stato sociale socialdemocratico. Se le cose continueranno così, possiamo anche solo immaginare il cambiamento nella « psiche collettiva » occidentale quando (non se, ma precisamente quando) qualche gruppo o « nazione canaglia » otterrà un ordigno nucleare, o una potente arma chimica o biologica, e dichiarerà di essere « irrazionalmente » pronto a rischiare tutto nell’usarla? Le coordinate più basilari della nostra percezione dovranno cambiare, in quanto, oggi, viviamo in uno stato di negazione feticistica collettiva: sappiamo molto bene che a un certo punto questo accadrà, ma ciononostante non riusciamo a credere veramente che accadrà. Il tentativo da parte degli Stati Uniti di evitare un tale evento attraverso una continua attività preventiva è una battaglia persa in partenza: l’idea stessa che possa aver successo poggia su una visione fantasmatica.

Una forma più comune di « esclusione inclusiva » sono gli,slum, le baraccopoli, vaste aree che stanno al di fuori del controllo statale. Mentre sono generalmente visti come spazi in cui bande e sette religiose si contendono il controllo, gli slum offrono anche lo spazio per organizzazioni politiche radicali, come avviene in India, dove il movimento maoista dei naxaliti sta organizzando un vasto spazio sociale alternativo. Come ha affermato un funzionario statale indiano:

Il fatto è che se non riesci a governare un’area, allora quest’area
non è tua. Essa non fa parte dell’India, salvo sulle mappe. Almeno
la metà dell’India oggi non è governata. Non è sotto il tuo
controllo [...] c’è bisogno di creare una società completa in cui
ogni gruppo locale possa riporre interessi significativi. Non è
quello che stiamo facendo [...] e questo fornisce ai maoisti spazio
d’azione.

Per quanto simili segnali della « grande confusione sotto il cielo » abbondino, la verità fa male, e noi cerchiamo disperatamente di scansarla. Per spiegare come questo accada, possiamo rivolgerci a una guida inaspettata. La psicologa di origine svizzera Elisabeth Kübler-Ross ha proposto il celebre schema delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto, conseguente, ad esempio, alla scoperta di avere una malattia terminale: rifiuto (ci rifiutiamo semplicemente di accettare il fatto: « Non può succedere, non a me »); collera (che esplode quando non possiamo più negare il fatto: « Perché succede proprio a me? »); venire a patti (nella speranza di potere in qualche modo posporre o diminuire il fatto: « Se potessi almeno vivere fino a vedere la laurea dei miei figli »); depressione (disinvestimento libidinale: « Sto per morire, e quindi chi se frega di tutto »); e accettazione («Visto che ormai non lo posso combattere, tanto vale che mi prepari »). In seguito Kübler-Ross ha utilizzato lo stesso schema per ogni forma di perdita personale catastrofica (disoccupazione, morte di una persona cara, divorzio, tossicodipendenza), puntualizzando che le cinque fasi non procedono necessariamente sempre nello stesso ordine, e che non ogni paziente le attraversa tutte e cinque.

È possibile scorgere le stesse cinque figure nel modo in cui la nostra coscienza sociale prova ad affrontare l’imminente apocalisse. La prima reazione è di rifiuto ideologico: non c’è alcun disordine essenziale; la seconda è esemplificata da esplosioni di collera di fronte alle ingiustizie del nuovo ordine mondiale; la terza comporta dei tentativi di venire a patti (« Se cambiamo un po’ di cose qua e là, potremmo forse continuare a vivere come prima »); quando il venire a patti fallisce, arrivano la depressione e la chiusura in sé stessi; infine, dopo essere passato per questo punto zero, il soggetto non considera più la situazione come una minaccia, ma come la possibilità di un nuovo inizio; o, come disse Mao Tse-tung: « Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente ».


Slavoj Žižek, Vivere alla fine dei Tempi Ponte alle Grazie  (2011) – Dall’introduzione

  

venerdì 15 novembre 2013

Doppia negazione Contro la legge contro il negazionismo di Alberto Cavaglion

Una nazione moderna, cui corrisponda una comunità di cittadini consapevoli, non dovrebbe avere paura della menzogna. 

Una democrazia che cerca di difendersi per legge dalla menzogna non è una democrazia forte. E’ una democrazia che ha paura.

Senza dire che facendo del negazionismo un reato, una democrazia dimostra la sua fragilità: una legge che prevedesse il carcere offrirebbe ai negazionisti la possibilità di ergersi a difensori della libertà di espressione. Sul piano dei principi una vera liberaldemocrazia si deve reggere sulla categoria della separazione. La Chiesa va separata dallo Stato, la magistratura dalla politica.

La Storia non può essere oggetto di leggi, accade così solo nei sistemi totalitari. Come lo Stato non dovrebbe interferire nella vita religiosa dei cittadini, così dovrebbe astenersi dall’affermare una verità di Stato in fatto di passato storico. Da tempo in Italia s’è diffusa invece la tendenza a votare leggi emergenziali su temi delicati che dovrebbero già avere dalla legge corrente la possibilità di essere sanzionati.

Per l’incitazione alla violenza contro gli ebrei, le donne e gli omosessuali, per l’apologia di reati ripugnanti e offensivi esistono già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a perseguire comportamenti criminali che si dovessero manifestare su questo o su altri terreni ad alta tensione ideologica. 

Non sono un segno di maturità le legislazioni emergenziali, anche a prescindere dal discorso estremo per antonomasia sulla Shoah.

La sanzione penale contro i negazionisti, non a caso, riemerge ciclicamente nella nostra pubblica discussione, sull’onda emotiva, per poi fatalmente riprecipitare nell’oblio, anche questo un segnale di immaturità. Strano paese l’Italia dove le leggi ci sono, ma fatichiamo ad applicarle o non le applichiamo per nulla, preferendo imboccare la scorciatoia di una nuova norma, senza che dietro vi sia una battaglia culturale, etica e politica, che potrebbe creare gli anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste. Una maggiore sorveglianza se mai sarebbe auspicabile nelle università, nei dipartimenti di storia, chiamati per loro natura a ragionare sul passato e dunque, in teoria, ma talvolta non in pratica dovrebbero essere più attenti a non lasciarsi contagiare dal virus della menzogna.


Le cose stanno in questi termini in una democrazia forte, ma l’Italia è una democrazia forte? Non mi sembra proprio, le cose che si sono viste e lette in questi giorni non incoraggiano per nulla. La vicenda Priebke dimostra quanto debole, prigioniera di sofismi perché impaurita sia l’Italia di oggi:  questo dato dovrebbe preoccupare coloro che veramente vogliono respingere gli attacchi degli assassini della memoria. La fragilità deriva in primo luogo dall’eterno ritorno dell’eguale. Se un nostro concittadino si fosse allontanato da Roma nei giorni della fuga vergognosa di Kappler e fosse rientrato in tempo per vedere la scena di Albano dell’altra sera, non mostrerebbe alcuna sorpresa.




martedì 29 ottobre 2013

L’estasi del Tra Noi e L'oblio di lei


L’estasi del Tra Noi

È probabilmente necessario ritornare al mondo dei presocratici, per capire qualcosa del tra-noi oggi.

Entrare in quel mondo ha luogo per il tramite di una guida, un maestro. 

Egli inizia il discepolo, in un certo modo un figlio, alla verità, alla logica della verità occidentale.

Il maestro comincia generalmente il suo insegnamento con le parole: Io dico. Ossia egli pensa che la verità sia garantita dal proprio discorso e che il discepolo debba ripetere lo stesso discorso, affermando: egli dice, o egli ha detto. La verità è dunque trasmessa dal maestro al discepolo, come da un padre a un figlio. La verità è trasmessa tra uomini, secondo un ordine genealogico o gerarchico.

L'oblio di lei

È noto, come ricorda per esempio Clémence Ramnoux nel suo lavoro sui presocratici, che all'origine è una lei - natura, donna o Dea - che ispira la verità a un saggio. Il maestro però tiene generalmente segreto ciò che ha ricevuto da lei, grazie al quale, grazie alla quale, ha elaborato il suo discorso. Egli non dice granché riguardo a questa origine, perché le parole gli mancano o perché vuol tenerlo per sé - perché non può o non vuole parlare della sua relazione con lei. Questa relazione rimane quindi nascosta o rimossa dall'insegnamento del maestro presocratico.
Tuttavia, alcuni maestri, quali Empedocle o Parmenide, alludono a lei, ciascuno a suo modo. Anche Platone accenna a lei, almeno quando si tratta dell'amore, della relazione-tra. Comunque, sono uomini che evocano un'assenza o un assente, un vuoto o un'eccedenza. Fanno riferimento a qualcosa che è altro rispetto al loro discorso, a un aldilà per il quale non hanno parole, e soprattutto logica. Un qualcosa che dissimulano, al quale alludono talvolta in assenza di lei. Un qualcosa che sarà lasciato al di fuori del logos, nel bene o nel male.

A quel tempo, la memoria ancora sussiste di un non-detto, di un aldilà nel quale meraviglia, magia, estasi, crescita e poesia si mescolano, resistendo al nesso logico che viene imposto alle parole, alle frasi, al mondo. Alcune tracce ne rimangono, almeno nel discorso di alcuni maestri.

Una sorta di estasi ancora esiste riguardo a ogni discorso, ogni scambio tra uomini negli spazi pubblici o in altri cenacoli, luoghi in cui parlano, parlano soltanto fra loro. Qualcosa rimane che non riescono a esprimere, neppure a sperimentare di nuovo, perché mancano gesti o parole per dirlo, per trasmetterlo, per produrlo. Permane solo la memoria di un'esperienza - che a poco a poco sarà cancellata -, l'esperienza di un meraviglioso, inaccessibile, inesprimibile aldilà. Un aldilà che nasceva da un incontro con lei - natura, donna o Dea - a proposito del quale la maggior parte dei maestri non dicono quasi nulla e al quale non rinviano il discepolo. Il loro insegnamento dovrebbe essere autosufficiente, staccato da lei come fonte.

Certo non tutti i maestri sostengono che debba essere così, ma certi tra loro lo fanno. E, a poco a poco, il loro insegnamento introdurrà il discepolo in un universo chiuso, parallelo al mondo vivente, al mondo naturale. Tuttavia, per alcuni maestri - come Empedocle o Parmenide - la totalità del discorso è ancora misteriosamente fondata a partire da lei - natura, donna o Dea - che rimane l'inaccessibile cosa dalla quale sorgono le parole e alla quale sono rivolte. Per altri invece - Eraclito, per esempio - il discorso si richiude su di sé per mezzo di strategiche opposizioni conflittuali. Ormai diviene possibile che la conversazione e il dialogo abbiano luogo tra sé e sé, dentro o tra il(i) medesimo(i), e la verità e il linguaggio comincino a parlare a partire da loro, su di loro, senza alcuna origine in un altro o senza alcun ritorno ad un altro, un altro che è all'inizio femminile — natura, donna, Dea. L'uomo si stabilisce nella sua dimora di linguaggio, staccato dal reale e dall'altro in quanto reale. Una tautologia di parole, di verità isola i soggetti parlanti — maestro e discepolo — in un riparo, un universo, una logica che raddoppia ciò che appartiene alla loro nascita, alla loro crescita, alla loro realtà naturale. 

Questo gesto avviene in un modo più segreto e sottile di quello di Prometeo, e prepara a una morte per soffocamento, spossatezza, isolamento, conflitto e infine distruzione di lei — natura, donna o Dea. Lei svanisce in una cultura fondata nel medesimo, al di là della quale si estende e della quale è testimonianza la nostalgia di alcuni maestri verso un aldilà. Alludono a un «vuoto», a una «lacuna», tutt'al più a un «Essere» al di là del loro discorso per coloro che, come Parmenide, ancora si fidano di lei.



Luce Irigaray All'inizio, lei era, Bollati Boringhieri, Torino, 2013

giovedì 24 ottobre 2013

Una modesta proposta

L'altro giorno, che pensavo al normale pressapochismo economicistico dei viventi, e al triste stato in cui versa l'economia italiana, allo scopo di riaggiustare la suddetta economia avevo pensato di scrivere un articolo fortemente propositivo, e a mio giudizio anche risolutivo, dal titolo Una modesta proposta per far crescere il P.I.L. italiano e contenere il rapporto debito/P.I.L. al di sotto del 3% in modo costante. In questo articolo volevo fare i seguenti ragionamenti che vado ora a esporre.

È noto che qualsiasi attività in cui non avvenga lo scambio di un bene o di un servizio con del denaro non dà luogo a una crescita del P.I.L., mentre tutti noi sappiamo quanto sia importante che il P.I.L. italiano cresca (ce lo richiedono i parametri europei, il nostro debito pubblico, il rapporto deficit/P.I.L.). Per chiarirsi meglio: se io vado dall'ortolano e compro un chilo di mele il P.I.L. italiano cresce, e di conseguenza cresce anche il gettito fiscale, mentre se io vado nel mio orto e stacco dal mio melo cinque chili di mele, anche nel caso che le mie mele siano addirittura più buone di quelle comperate, non essendo queste mele una merce, e non essendo né vendute né comprate, il P.I.L. italiano non cresce; va più o meno allo stesso modo se io aiuto il mio anziano vicino a verniciare la facciata di casa sua e lo faccio gratuitamente, per amicizia; in quel caso io potrò sentirmi buono, forse potrò anche pensare di essermi guadagnato il mio posto in paradiso, ma prestando la mia opera gratuitamente, e per amicizia, ancora una volta io non ho fatto crescere il P.I.L. e di conseguenza non è cresciuto neanche il gettito fiscale della nazione. Quindi possiamo concludere che la mancata mercificazione di cose o atti va a discapito della crescita del P.I.L. Perché il P.I.L. cresca è quindi necessario un balzo in avanti nella mercificazione delle nostre vite.

Oggi esiste per così dire un problema di scarsa mercificazione. Ma se oggi esiste un problema di scarsa mercificazione questo significa in primo luogo che molte attività sono maggiormente mercificabili di oggi e significa anche, in secondo luogo, che attività o cose che oggi non sono mercificate in un più o meno immediato domani potrebbero esserlo.

Ci sono ambiti della nostra vita che non sono stati ancora sufficientemente mercificati? Credo di sì. Basti pensare alla mancata mercificazione del sesso all'interno della famiglia. Tutto il sesso che avviene tra i due coniugi all'interno della famiglia è un'attività di cura completamente gratuita (parlo di coniugi per comodità ma avviene lo stesso anche tra le coppie di fatto e i comuni fidanzati). Comunque, allo scopo di spiegare il problema, ammettiamo che due coniugi si sveglino alla domenica mattina e che lui gradisca che lei gli pratichi per esempio un rapporto orale (scelgo la modalità del rapporto orale in quanto apparentemente meno reciproca di un normale rapporto genitale). Credo che nella quasi totalità delle coppie italiane, attualmente, questo momento di intimità si realizzi senza mercificazione; finita la cosa il marito e la moglie si danno due bacini, e uno dei due si alza e va a preparare la colazione. Nessuno dei due consegna all'altro una banconota da cinquanta euro.

Immaginiamoci invece una società completamente diversa dalla nostra ed economicamente più matura: la situazione si ripete, il marito ha voglia che lei gli pratichi un rapporto orale, finita la cosa lui le dà cinquanta euro. Ipotizziamo che la cosa si ripeta almeno due volte alla settimana, in questo caso il reddito della moglie aumenta di cento euro a settimana, 400 euro al mese, quasi cinquemila euro all'anno. E qui qualcuno potrebbe però dire che il reddito della femmina aumenta a discapito del reddito del maschio. Ma basta ipotizzare che la domenica mattina della settimana seguente questa volta sia la donna che si alza con il desiderio che sia lui a praticarle un rapporto orale, o qualsiasi altra forma di rapporto che lei desidera, per capire che questa volta sarà la moglie a fine rapporto a dare i cinquanta euro al marito. Quindi è facile capire che questo foglio di cartamoneta da cinquanta euro, invece di giacere immobile in uno dei due portafogli, senza creare nessuna forma di ricchezza, adesso si muove all'interno della coppia producendo nuovo reddito. Come abbiamo stimato questa banconota potrebbe produrre qualche migliaia di euro di reddito in più, circa diecimila euro per ogni famiglia, la metà circa per i cosiddetti single, i fidanzati, le coppie di fatto e gli irregolari.

È chiaro però che il prelievo fiscale andrebbe a danneggiare il sistema, perché sul reddito proveniente da ogni rapporto sessuale mercificato ci sarebbe un prelievo all'incirca dal 20 al 40% da parte dello stato. Ogni volta che quei cinquanta euro passerebbero dalla moglie al marito e contrario lo stato italiano se ne prenderebbe almeno 10. Ma basta rendere fiscalmente esenti tutti i redditi provenienti da attività di cura sessuale, ipotizzando su Unico uno speciale riquadro in cui i redditi sessuali vengano dichiarati nella loro totalità, pur non venendo tassati, per avere un grande aumento del reddito delle persone fisiche. Il tutto senza che lo stato italiano sborsi neanche mezza lira. A parità di deficit il P.I.L. italiano, calcolando una media di due o tre rapporti sessuali settimanali per cittadino, incrementerebbe il suo P.I.L. del 7% secondo le stime più pessimistiche. In questo modo il rapporto P.I.L./debito resterebbe costantemente al di sotto del 3% per i prossimi dieci anni. Inoltre bisogna dire che questo nuovo stimolo introdotto dalla mercificazione potrebbe aiutare le coppie italiane a avere un maggior numero di rapporti sessuali, andando così anche ad incrementare il buonumore medio della nazione, il che non sarebbe un male.


Ugo Cornia, Scritti di impegno incivile, Ed. Quodlibet, Macerata, 2013

giovedì 17 ottobre 2013

I Tre Talismani di Calvino di Marco Belpoliti

Calvino è l’unico scrittore italiano della seconda metà del XX secolo a essere passato dall’età giovanile direttamente alla vecchiaia, saltando a piè pari l’età adulta, così che l’idea che abbiamo conservato di lui, a quasi trent’anni dalla scomparsa, è quello di un puer senex, un saggio dall’intramontabile aspetto giovanile. Nel lasso di tempo che è trascorso da quel giorno del 1985, in cui fu ricoverato nell’antico ospedale di  Siena, per essere operato alla testa, lui che possedeva una delle teste più sottili e fini della cultura europea, è accaduto di tutto o quasi.
Quasi niente però che lo scrittore ligure non avesse già previsto, dalla peste linguistica dell’italiano scritto, corrispondete alla decadenza culturale e sociale del Paese, all’avvento del software informatico o al trionfo dell’immateriale. Nei trent’anni che ci separano dalla sua improvvisa dipartita abbiamo potuto registrare ciò che era vivo e ciò che era invece caduco nella sua opera: Calvino no, Calvino sì, a seconda dei cambiamenti di prospettiva e di orizzonte culturale, e persino politico. Una polemica che è continuata anche per qualche tempo, ma che adesso è finita nella poubelle, la pattumiera del è-stato, insieme ai fogli accartocciati di cui Calvino stesso raccontava in un proverbiale testo sulla dissipazione dello scrivere, e a tante altre cose del nostro passato prossimo.
Ma come sarebbe stato Calvino novantenne? Nel 1981 Alberto Sinigaglia era andato a bussare alla sua porta per chiedergli previsioni per l’anno 2000, memorabile intervista ora raccolta in quel tesoro di riflessioni, oltre che di autobiografie, che è Sono nato in America. Interviste 1951-1985, curato da Luca Baranelli e introdotto da Mario Barenghi (Mondadori 2012). Non ancora sessantenne, Calvino rispondeva alla domanda se ci sarebbe ancora stata la vecchiaia nel 2000, ribadendo che la diversità tra i vecchi e i giovani, il loro rapporto, “è uno degli aspetti che meglio definiscono una civiltà”. Arrivava a ipotizzare che nel cambio di millennio i vecchi potessero risultare i soli giovani e i giovani si sentissero già come vecchi. Evocava le città per anziani costruite in America come un esempio deleterio di separazione tra le generazioni.
La corsa alla giovinezza, la giovinezza prolungata di adulti e anziani, era già cominciata all’inizio degli anni Ottanta, ma la preoccupazione prevalente di Calvino non era anagrafica; gli stava a cuore la trasmissione dell’esperienza. Parlando come un suo personaggio, il signor Palomar, spiegava a Sinigaglia il paradosso: “La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori.
Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica”. Oggi che il paese è guidato da un Presidente coetaneo di Calvino, un quasi novantenne, che il nuovo papa è un quasi ottantenne, che in molti posti chiave dell’establishment ci sono ultrasettantenni (con l’eccezione del nuovo presidente del Consiglio, insidiato qualche giorno fa da un ultrasettantenne), è divertente leggere cosa dice del sé futuro, di anziano, lo scrittore ligure: “Chissà che la migliore soluzione non sia diventare un vecchio molto antipatico. Io credo che ci potrei riuscire senza molto sforzo, magari anche accentuando i caratteri di repulsività della vecchiaia, diventando un vecchio astioso, malefico, un po’ ripugnante, un po’ bieco. In questo modo potrei provocare nei giovani una reazione di bellezza, pulizia, di allegria.
Forse sarebbe l’unico modo di raggiungere un risultato socialmente positivo, che nessuna pedagogia può sognarsi d’ottenere”. La pedagogia, come si capisce leggendo lo straordinario testo autobiografico Sono stato stalinista anch’io? (1979), è uno dei rovelli di Calvino, scrittore ben poco scolastico, ma molto preoccupato della trasmissione del sapere, del saper fare, del già fatto, tra adulti e ragazzi, tra giovani e vecchi. Lui che aveva ipotizzato in un romanzo non finito (La decapitazione dei capi) l’uccisione rituale dei capi politici appena invecchiano, non poteva che constatare il fatto che le grandi potenze fossero allora governate da vecchi, così come in Italia prevalesse una eccessiva lentezza nel rinnovo dei ceti dirigenti.
Il suo ideale, enunciato in vista dell’anno 2000, era quello di un giusto, eppure difficile equilibrio, tra “potere di repressione” e “potere di liberazione”, perché l’educazione, a suo dire, ha come scopo proprio quel potere di liberarsi dalle autorità. Ma senza autorità non c’è società. L’aspirante vecchio Calvino proponeva al suo intervistatore la figura di un uomo colto del 2000 che sa cucinare, pulire la casa e fare la calza; poi si congedava proponendo tre talismani per il nuovo millennio: imparare molte poesie a memoria, anche da vecchi; preferire le cose che richiedono sforzo, diffidare della facilità; “sapere che tutto quello che abbiamo può esserci tolto da un momento all’altro”.

Un bel programma per il futuro, il suo stesso futuro. Anche se Calvino non è diventato vecchio, quel vecchio antipatico che si proponeva paradossalmente, possiamo festeggiare i suoi virtuali novanta segnandoci bene le tre chiavi suggerite per il prossimo millennio. In particolare l’ultima, molto utile per i tempi che ci attendono.



Tratto dall’articolo su Domenica 24 del 13-10-2013