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lunedì 15 settembre 2014
Annarosa Buttarelli allo Spazio dell'Anima presenta Sovrane, l'autorità femminile al governo
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giovedì 4 settembre 2014
Domande del nostro tempo
Cosa sta
accadendo?
Una crescente e
oppressiva inquietudine ha accompagnato questa estate: la confusa percezione
che qualcosa stia accadendo di cui generalmente sfugge il senso e l’entità.
Su questa parte
del mondo che ci appare la più protetta, logorata tuttavia da un malessere da
cui non si vede uscita, si riversano, lungo le vie mediatiche da cui il
villaggio planetario è attraversato, immagini feroci di guerra.
Contemporaneamente, sulle spiagge che di questo nostro mondo segnano il
confine, lungo un mare che torna a essere metafora dell’ignoto, a riversarsi
sono persone in carne ed ossa, come a testimoniare la realtà di orrori da cui
ci sentiamo al momento risparmiati.
Una terza
guerra mondiale a pezzi, ha detto il Papa, dando nome a ciò che nessuno osava
nominare. Consentendo così a ciascuno di misurarsi con l’incommensurabile.
Quel che si può
dire è che storie diverse, con radici che talora affondano nei secoli, si sono
messe simultaneamente in moto, e la loro compresenza, sulla scena di questo
nostro tempo, contribuisce a dar forma all’enigma che lo avvolge. Cosa ha in
comune l’inestinguibile conflitto israelo-palestinese con l’apparente follia di
chi ha proclamato il Califfato? E con l’impensabile confronto diretto tra
Occidente e Russia in Ucraina? A cent’anni dalla prima guerra mondiale, una
nuova contesa si è aperta per il dominio planetario? E, se sì, chi sta
combattendo e contro chi?
Oppure si
tratta di una guerra di diverso tipo, per lo più invisibile, dentro la quale
siamo già da tempo? Di cui la crisi economica è parte, come quella educativa, e
anche la bioetica? Non sarà che le distruzioni che vediamo altrove si consumano
anche qua, sebbene in altra forma?
martedì 29 luglio 2014
Tempo di viaggi, mezzi di trasporto e ...un padre
Negli
albi illustrati per ragazzi il tema del “cammino”, inteso sia come percorso da
compiere concretamente per attraversare uno spazio sia come itinerario
esistenziale necessario alla crescita è frequentatissimo. Direi anzi che,
sottotraccia, lo si trova, declinato attraverso modi e linguaggi diversissimi
fra loro, praticamente in quasi tutte le storie per parole e immagini destinate
ai bambini.
Direi anzi che,
sottotraccia, lo si trova, declinato attraverso modi e linguaggi diversissimi
fra loro, praticamente in quasi tutte le storie per parole e immagini destinate
ai bambini. Ho
in mente tre libri che svolgono questo tema in modo particolare, ossia prendendolo
alla lettera, come fosse un assioma, e divertendosi poi a valutarne la tenuta,
portandolo alle estreme conseguenze. (...)
Oggi scrivo del primo di questi
libri, in ordine cronologico, cioè L'uomo
del camion, nel 1945. In copertina, sotto al titolo in blu, un
grande pacco bianco e rosso, su cui risaltano grandi ditate scure.
In
questo periodo, in cui si sente parlare spesso di padri assenti, di società
senza padri, questo albo limpidissimo, che funziona come un orologio svizzero,
chiarisce alcuni semplici, ma fondamentali concetti. Protagonista del libro è,
come scrive Munari, “Marco, l'uomo del camion” che “vuole andare a trovare il
suo bambino in occasione del suo terzo compleanno”.
Marco “prende il camion e parte. Ma al decimo
chilometro il camion si ferma”. La doppia pagina mostra al lettore un signore
appoggiato al cofano di un grande camion giallo; accanto a lui c'è il pacco
annunciato in copertina. Il testo prosegue: “Marco resta un poco con la testa
fra le mani, poi apre il camion e”. A questo punto, si volta pagina. Il pacchetto, come si
nota, nel testo non è nominato, appare solo nell'immagine. E così sarà fino
alla penultima pagina del libro.
Nella
pagina successiva vediamo invece una bella auto verde, da cui Marco sta
uscendo, tenendo il pacchetto nella mano destra. Il testo, rimasto in sospeso,
continua: “tira fuori un'auto. Monta sull'auto e via. Ma al nono chilometro
l'auto si ferma, Marco scende dall'auto, la smonta e tira fuori una” …
fiammante moto rossa, ci mostra l'illustrazione di pagina successiva, prima
ancora che leggiamo il testo.
Così,
di chilometro in chilometro, in una conta alla rovescia ben segnalata al
lettore dal paracarro posto lungo l'invisibile strada che accompagna il
viaggio, posizionato al centro di ogni doppia pagina, il libro prosegue, con il
testo che con pochissime variazioni segue il medesimo schema.
Marco,
scopriamo, via via sperimenta un progressivo abbandono da parte dei mezzi su
cui sale e che si ingegna di trasformare per arrivare a casa: un camion,
un'auto, una moto, una bici, un monopattino, i pattini a rotelle, alla fine le
scarpe. Tutti lo lasciano per strada, persino le scarpe, a cui si sciolgono i
lacci, come se un incantesimo, proprio come accade nelle fiabe, gravasse sulla
consegna del dono e sull'incontro dell'uomo con il suo bambino.
Il ritmo e la tensione di questa sequenza narrativa
derivano dalla compresenza di cambiamento e stabilità, ripetizione e
imprevisto: quello che cambia costantemente nel libro sono non solo i mezzi di
trasporto, ma anche il formato delle doppie pagine che li contengono, che via
via cambiano: da grandi a piccole e da piccole di nuovo a grandi, seguendo
prima il rimpicciolirsi delle dimensioni dei mezzi di trasporto e poi
l'aumentare della contentezza di Marco man mano che si avvicina a casa.
Quello che invece rimane sempre uguale, anche se il lettore
lo trova in punto sempre diverso dell'illustrazione, è il misterioso regalo. In
mezzo, a fare da trait d'union, punto di equilibrio fra cambiamento e
stabilità, imprevisto e soluzione, c'è l'uomo del camion in movimento costante, felicemente impegnato a tenere insieme
l'ordine delle cose scompaginato dal caos e reimpaginato dalla sua fantasia nel
trovare soluzioni, in funzione della meta finale. Il suo movimento si traduce,
infatti, in una progressiva riduzione di distanza da casa, in barba ai guasti
al motore, alle rotture degli assi, alle ruote forate o perse. Alla fine,
infatti, Marco, a piedi nudi, arriva davanti alla porta di casa e suona alla
porta.
Munari, sublime inventore di libri e conoscitore di
bambini, affida al lettore il compito di aprire la porticina che si apre nella
pagina.
Dietro appare il tanto atteso bambino. Il testo,
nascosto dietro al battente della porta, recita:
“Oh! ciao papà!
ciao ciao
ciao ciao ciao.
E tutti furono felici.
“Ma cosa c'era
in quel pacchetto?”
Da cosa si misura la bravura di un autore di libri
illustrati?
Dal fatto, per dirne una, che sa che il bambino
protagonista del libro, in cui il lettore si immedesima, è contento, più di
ogni altra cosa, di vedere il suo papà. Ma che sa anche che il bambino che sta leggendo il
libro, e per cui il libro è stato scritto, è curiosissimo di sapere cosa ci sia
nel pacchetto di cui sta seguendo le peripezie fin dalla prima pagina. Ed è a
lui, infatti, che si rivolge la voce fuori campo in grassetto, nel testo. Perché se questa è la storia di
un papà che deve farcela ad arrivare a casa in tempo per festeggiare il
compleanno del figlio, è anche quella di un regalo che deve rivelare il suo
contenuto, perché non c'è maggiore sorpresa, per un bambino, di quella di un
regalo.
Con un colpo da maestro, infatti, Munari regala al
lettore un'altra pagina, dopo avergli fatto credere che il libro si fosse
concluso con l'aurea fine di tutte le storie: “E tutti furono felici”. Quello
che aspetta il lettore è un secondo finale, che arriva come una inattesa, e
perciò più grande, sorpresa: una pagina che in uno schema circolare riprende
quella in copertina, dove campeggia il pacchetto chiuso su sfondo bianco. Anche
in questo caso, il piacere concreto di aprirlo per scoprire cosa contenga è
lasciato al lettore, proprio come se, fin dall'inizio, fosse stato lui il suo
destinatario ideale.
Che cos'è un padre? A stare a Marco, padre non
ordinario non solo per il 1945, ma anche per il 2014, è un signore che fa di
tutto, anche camminare a piedi nudi, per arrivare dal suo bambino il giorno del
compleanno; che esercita la funzione fondamentale della guida, non solo in
senso letterale, e non solo di un camion o di una automobile, ma anche di un
monopattino e sa quando è il momento di guidare gli uni e l'altro; che sa
accettare il caso e gli imprevisti senza avvilirsi troppo e perdere la
pazienza; che trova il modo di risolvere le cose con immaginazione; che sorride
al pensiero di rivedere il suo bambino; che non pensa sia importante regalare
qualcosa di grosso e costoso, ma preferisce piccoli oggetti diversi, quanti
forse sono stati i pensieri che ha rivolto al bambino mentre era lontano; che
non teme di mostrarsi al figlio come è, senza camion e stringhe, perché sa che
quello che conta per il bambino è la sua presenza; che sa che una sorpresa è
una cosa molto seria per un bambino; che sa che un bambino quando è felice dice
ciao sei volte, preceduti da un Oh e seguiti da tanti punti esclamativi; che a
un lieto fine ne sa fare seguire subito un altro, ancora più sorprendente,
perché sa che la felicità è una cosa importante che grandi e piccoli
costruiscono insieme, vicini e lontani, legati dalla fiducia reciproca.
di Giovanna Zoboli su Doppiozero
mercoledì 9 luglio 2014
Diario Londinese di un piccolo genio
Il tutore ha dichiarato bancarotta e io mi sono ritrovata a Londra
senza una lira, buttata fuori da una pensione alla quale avevo detto che avrei
ricevuto certamente i soldi. Non avevo neanche i soldi per mangiare. Un giorno
sono entrata in un ristorante e ho detto che avrei lavorato se mi davano da
mangiare. Così ho trovato un lavoro da lavapiatti. Dopo un po’, visto che la
notte leggevo e disegnavo, ho pensato che il mio futuro non poteva essere
quello di lavare i piatti e che forse potevo andare all’università. Sono andata
in un’accademia d’arte dove sapevo che ci andavano i più grandi pittori e
scultori. Sono arrivata lì ma non mi hanno accettato perché ero arrivata il
giorno prima che aprisse, bisognava fare un esame di ammissione, riempire dei
moduli. Io ho urlato tanto che è venuto fuori un signore. Doveva essere un uomo
delle pulizie perché era in maniche di camicia con sopra le bretelle. Lui ha
chiesto: “Ma che cosa succede?”
“Io voglio parlare col direttore”: gli ho detto:
“Perché vuole parlare col direttore?”
“Perché gli voglio far vedere i miei disegni e perché vorrei
frequentare questa università”.
“E come mai?”
“Perché io sono un genio!”
Allora lui si è messo a ridere e mi ha detto di seguirlo. Ha
guardato i miei disegni e mi ha detto: “Va bene, da domani può essere nostra
alunna”.
“Sì, ma vorrei sapere che cosa dice il direttore”.
“Ma sono io il direttore!”
“In Italia un direttore non si presenta in questo modo”.
“E come si presenta?”
“Con una bella giacca a doppio petto, con i bottoni…”
E lui ha detto: “Ma in Italia un direttore non assumerebbe una come
lei in due minuti senza riempire i moduli, fare l’esame d’ammissione e senza
conoscere bene la lingua”.
Così sono entrata alla Slade School of Art, dove c’erano insegnanti
e allievi interessanti. Gli studenti erano vestiti in modo originale e le
ragazze erano bellissime, con dei vestiti a fiorellini e le scarpette da ballo.
Poi un giorno, girovagando per l’università, vedo tante porticine,
ognuna con una scritta sopra: club di tennis, di swimming pool, di scacchi.
Sull’ultima porticina c’era scritto “Film Club”. Ho aperto e ho visto del
materiale che brillava come un tesoro: la macchina da presa, le pizze, i
cavalletti, le luci. C’era tutto quello che serve per fare un film. Un po’ alla
volta ho rubato tutto. Mi sono portata tutto nella mia stanza e poi ho fatto un
film. Non avevo soldi per cui ho girato per la strada, dove ho trovato le
persone adatte. Michael Andrews, un mio compagno che era un pittore bellissimo,
giovanissimo e molto delicato, è diventato l’eroe del film.
Nella mia stanza avevo appeso un’immagine di Franz Kafka perché
come me aveva uno sguardo terrorizzato. Ed è su La metamorfosi di Kafka che ho fatto il film. Naturalmente ho dovuto stampare, sviluppare, fare la musica, il sonoro. Così
sono andata in un laboratorio lì vicino e ho detto che dovevano stampare tutto
per l’università. L’uomo del laboratorio mi ha detto: “Ma questo costa un sacco
di soldi!” Gli ho detto che avrebbe pagato l’università e ho dovuto firmare un
bel po’ di fogli. Poi sono andata a ritirare il film.
In seguito quei
soldi sono stati chiesti al direttore dell’università.
Lui ha protestato: “Ma noi non abbiamo fatto nessun film! Chi ha firmato tutte queste carte?” “Una ragazzina italiana che parla inglese con la erre moscia”.
Perciò il direttore mi ha chiamato e mi ha chiesto se intendessi pagare. Mi ha detto che a Londra si va in prigione per queste cose. Gli ho risposto che non avevo una lire, che facevo la cameriera.
Lui ha protestato: “Ma noi non abbiamo fatto nessun film! Chi ha firmato tutte queste carte?” “Una ragazzina italiana che parla inglese con la erre moscia”.
Perciò il direttore mi ha chiamato e mi ha chiesto se intendessi pagare. Mi ha detto che a Londra si va in prigione per queste cose. Gli ho risposto che non avevo una lire, che facevo la cameriera.
“Allora devi andare in prigione”: mi ha detto lui.
“Va bene, vado in prigione”: ho detto io e me ne sono andata.
Lui allora mi ha rincorso e mi ha detto: “Ora facciamo vedere questo film a tutta la scuola nell’aula magna. Se applaudono paghiamo noi, se fischiano vai in prigione”.
E’ stato deciso un giorno. Io ho passato tutto il tempo a vomitare, attendendo
quel momento e intanto riguardavo il film che mi sembrava bruttissimo. L’aula
magna era piena. Mi ero messa in alto, nascosta dietro a una colonna, quando le
luci si sono accese e ho sentito che applaudivano. Non solo. Avevano anche
chiamato il direttore del British Film Institute, Denis Forman, che alla fine è
venuto su e mi ha chiesto:
“Vuole fare un film senza andare in prigione?” Io ho risposto di sì.
“Vuole fare un film senza andare in prigione?” Io ho risposto di sì.
“Venga domani al British Film Institute con un’idea scritta su una paginetta. Bastano poche righe. Alle cinque le offro una tazza di tè”. Il giorno dopo alle cinque mi sono precipitata all’appuntamento e in effetti c’era un tavolinetto davanti alla scrivania, con sopra il tè, la teiera fumante e dei biscottini. Ma quando lui mi ha chiesto di dargli la paginetta ero così emozionata che ho urtato il tavolino e il tè bollente è caduto sulla sua gamba. Ho visto la gamba che fumava. Ero paralizzata e ho cominciato a urlare di scusarmi, ma lui mi ha detto sorridendo: “Non si preoccupi, la gamba è di legno”. “Ho lasciato la mia gamba a Cassino”. Allora l’ho abbracciato forte.
Lorenza Mazzetti è tra i
fondatori del Free Cinema, di cui sono espressione i suoi film K (1953) e
Together (1956). Regista e scrittrice, la sua vicenda personale è narrata nei
libri Il cielo cade del 1961 e Diario londinese, pubblicato da
Sellerio.
venerdì 4 luglio 2014
Buon Gusto
Sta
cominciando una cosa, a Parma, che si chiama Taste of Future, e che vuole
accreditare, come si dice, Parma come «Città del buon gusto». Siccome la cosa
la fanno a Parma, ed è pubblicizzata dal comune di Parma, a me sembrerebbe una
cosa di dubbio gusto il fatto di dire di sé «Noi siamo la città del buon
gusto», se non fosse che io, ogni volta che sento parlare di Buon gusto, mi
viene in mente, a parte quel fincipit che dice «Una rotonda sul mare, è mia
sorella che nuota», a parte quello, quando sento parlare di Buon gusto mi viene
in mente un saggio di Gleizes e Metzinger del 1912, se non ricordo male, che si
intitola Du cubisme, Sul cubismo, se non ricordo male, e in quel saggio lì i
due pittori cubisti Gleizes e Metzinger scrivevano che era finita l’era del
buon gusto e del cattivo gusto e che c’era solo il gusto. Nel 1912, 102 anni
fa.
lunedì 30 giugno 2014
Filosofia d'estate allo Spazio dell'Anima
Nel mese di luglio 2014 per tre lunedì - il 7, il 14 e il 21 alle 19,30 allo Spazio dell'anima - in via Carlo Denina 72 - la Società Italiana per la Filosofia in Pratica e la Scuola popolare di filosofia e cittadinanza ospitano tre autori che appassionatamente praticano la filosofia.
Arcangela Miceli con Ludosofia, Moreno Montanari con Vivere la filosofia e Nicoletta Poli con Vite contro vento.
se sei interessato contattaci info@spazidellanima.it
mercoledì 11 giugno 2014
Vagueness e razionalità
La razionalità, etica e storica,
della quale ha bisogno il XXI secolo, non è più soltanto quella della
"precisione" (Peirce) che delimita costantemente per meglio definire,
che misura e commisura. Il semiologo Peirce ha anzi suggerito, nel XIX secolo,
che una «indeterminazione» iniziale è più comprensiva della precisione: si
tratta di affinare una vagueness
capace non solo di dedurre ma anche di antivedere; vagueness dunque e «chiaroveggenza» sono l'orizzonte del nostro
comprendere e giudicare, agire rispettando ed eludendo, in un'«agilità
dell'immaginazione creatrice» che sembra davvero prossima ai Six memos di Italo Calvino.
Ogni razionalità, secondo Peirce, implica, mette in gioco. e si fa responsabile di futuro: "La conclusione di un vero Ragionamento deve rinviare al Futuro. Dal momento che la sua significazione rinvia all'agire e poiché si tratta di una conclusione ragionata essa deve rinviare a un comportamento meditato, che è
una condotta controllabile» (Peirce, Issues
of Pragmaticism)".
Da Carlo Ossola "L'imprecisione ha la sua Forza" Domenica 24, 24 giugno 2014
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