giovedì 15 gennaio 2015

Fondata sul lavoro


“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: ma bravi! Dicesse almeno sulla bontà, sull’intelligenza o che so io. Sul lavoro: che non è neppure un che ma un mezzo e per di più un mezzo inteso come indispensabile (benché non sia punto vero). Come dire: l’uomo è un essere fondato sulla necessità di mangiare e su quella di andare al gabinetto. Fondata su un mezzo indispensabile, cioè sulla schiavitù (e di fatto…)! Beh, ciò che i primi legislatori intendono lo capisco perfino io, che chiudo la mia mente alle bestialità pubbliche, ma non potevano essi almeno risparmiarci una tale stolta formulazione? “L’Italia è una repubblica democratica”, non sarebbe stato fin troppo, ahi quanto troppo? E i posteri? figuriamoci le loro risate: codesti nostri beneamati progenitori non avevano nulla di più nobile su cui fondare le loro repubbliche? (Anche se non saranno meno stolti nel redigere le costituzioni delle loro re-private)… Questa della Costituzione italiana è davvero la formula riassuntiva di alcune sciagurate ideologie. E del resto i magni si mettano d’accordo con se medesimi, poiché in pari tempo predicano la dignità del lavoro e, più esplicitamente, la redenzione da esso: donde si ricava ciò che tutti sanno, che il lavoro è cosa di per sé indegna.

Tommaso Landolfi, Rien Va Biblioteca Adelphi 1998, 2ª ediz. Letteratura italiana

lunedì 10 novembre 2014

Allo Spazio dell'Anima Torna il Convivio



Mettere in comune speranze e condividere immagini di mondi possibili è una fonte inesauribile di energie e di stimoli creativi.

Il Convivio è uno spazio libero in cui i soci della Scuola popolare di filosofia e cittadinanza si ritrovano una sera al mese e affrontano una questione che sta a cuore a uno di loro in stile filosofico. Un'occasione per praticare il dialogo e l'epoché facendo fluire nel gruppo il pensiero per il puro piacere di farlo. 


Clicca per saperne di più.


Il Convivio di Novembre si terrà oggi lunedì 10 novembre 2014 dalle 20.30 alle 23.00. 



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venerdì 7 novembre 2014

Due falchi

Un grande re ricevette in dono due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al maestro di falconeria perché li addestrasse.  
Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.  “E l’altro?” chiese il re.  “Mi rincresce, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo”. 
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì nell’impresa di far  volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté far muovere il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere con grande rammarico e tristezza il falco immobile sull’albero, giorno e notte.  Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con immenso stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.  “Portatemi il fautore di questo miracolo” ordinò.  Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.  “Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?” gli chiese il re.  Intimidito e felice, il giovane spiegò:  “Non è stato difficile, maestà: io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare”.

A volte, l’Universo permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinché possiamo renderci conto di avere le ali.

martedì 4 novembre 2014

Ogni palla, una decisione

Il primo a dirmelo è stato un amico che faceva il maestro di tennis quando avevo vent’anni. Per giocare bene a tennis non bisogna essere troppo intelligenti. E’ stata una specie di rivelazione a cui ho continuato a pensare. Ma come, essere intelligenti non è sempre un vantaggio? La sua spiegazione era convincente eppure non riuscivo a capacitarmi che l’intelligenza potesse essere un ostacolo. 
Invece è proprio così. Sentite che ne dice un campione come Andre Agassi: “Pensare è il peccato capitale. Pensare, così la vede mio padre, è la causa di tutti i mali, perché pensare è il contrario di fare. Quando papà mi scopre a pensare, a sognare a occhi aperti, sul campo da tennis, reagisce come se mi avesse sorpreso a rubare dal suo portafoglio. Spesso mi chiedo come si faccia a smettere di pensare. Mi domando se mio padre mi grida di smettere di pensare perché sa che sono un pensatore per natura. O sono stati tutti i suoi strilli a fare di me un pensatore?” (…)
Torturato fin da quando era piccolissimo da un padre dispotico e ossessivo che gli impedisce di vivere una vita normale, il piccolo Andre non può giocare con i fratelli o gli altri bambini. Il padre lo obbliga a giocare nel campo da tennis che lui stesso ha costruito nel giardino della loro casa, circondata dal deserto, alla periferia di Las Vegas. Il tennis è uno sport maledettamente solitario” scrive Agassi: “Di tutti gli sport praticati da uomini e donne, il tennis è il più simile all’isolamento carcerario, il che porta inevitabilmente a parlare da soli”.
(…)
Ma (…)  E’ vero che per giocare bene a tennis bisogna essere stupidi? Agassi lo impara a sue spese nelle competizioni internazionali: “Mi supplico di non pensare a quello che può succedere. Non pensare, Andre. Spegni il cervello”. Oppure si trova a invidiare il suo più ostico avversario, Pete Sampras per la sua ottusità e per la sua “straordinaria mancanza di ispirazione”.
Per lui invece “milioni di palle” corrispondono a “milioni di decisioni” e già in questo c’è qualcosa che non va perché pensare ti rallenta. Per vincere devi essere puro istinto, una specie di automa, proprio come il drago sputapalle contro cui si allenava da bambino.
D’accordo, ma Agassi che per 21 anni è stato un numero uno, andando ben oltre quello che un campione può fare, sembra essere proprio la dimostrazione del contrario. E’ grazie alla sua straordinaria intelligenza che è riuscito a vedere i difetti dei suoi avversari e a giocare sfruttandoli a suo vantaggio: il suo gioco era frutto di una mente raffinatissima e allenata.

Tra una palla e l’altra lui si è fatto mille domande su se stesso e il senso della vita, mentre stava nel pieno della tensione tra vincere e perdere. Il segreto del suo successo non è forse in quelle milioni di palle che erano altrettante decisioni? Quelle palle sono state davvero rallentate dal pensiero o potenziate dall’intelligenza che le muoveva? Che ne dici di questo Andre? Voi che ne dite? La questione è da meditare.

Tiziana Zita, Per giocare bene a tennis bisogna essere stupidi 

Open di Andre Agassi  Post Pubblicato il 30 settembre 2014


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lunedì 3 novembre 2014

Filosofia, pratica e autobiografia

Conta trovare una verità che sia verità per me, trovare l'idea per cui io voglia vivere e morire. E a che mai gioverebbe escogitare una cosiddetta verità oggettiva, misurarmi coi sistemi dei filosofi e poterli passare casomai in rassegna sì da poter svelare incoerenze entro ogni singola sfera? A che mi gioverebbe poter sviluppare una teoria politica e dai vari pezzi raccattati ovunque combinare una totalità, costruire un mondo in cui a mio turno non vivrei, ma che terrei semplicemente esposto alla vita altrui? A che mi gioverebbe poter sviluppare il significato del cristianesimo, poterne spiegare tanti singoli fenomeni, se non avesse qualche significato più profondo per me stesso e per la vita mia? (...) Non voglio negare no che ammetto ancora un imperativo della conoscenza e che mediante essa si possa anche agire sugli uomini, ma allora dev'essere assunta viva in me, ed è questa che ora riconosco come l'essenziale


Sören Kierkegaard "Dalle carte di uno ancora in vita, edite contro il suo volere da Sören Kierkegaard", a cura di Dario Borso, Morcelliana

giovedì 4 settembre 2014

Domande del nostro tempo


Cosa sta accadendo?

Una crescente e oppressiva inquietudine ha accompagnato questa estate: la confusa percezione che qualcosa stia accadendo di cui generalmente sfugge il senso e l’entità.
Su questa parte del mondo che ci appare la più protetta, logorata tuttavia da un malessere da cui non si vede uscita, si riversano, lungo le vie mediatiche da cui il villaggio planetario è attraversato, immagini feroci di guerra. Contemporaneamente, sulle spiagge che di questo nostro mondo segnano il confine, lungo un mare che torna a essere metafora dell’ignoto, a riversarsi sono persone in carne ed ossa, come a testimoniare la realtà di orrori da cui ci sentiamo al momento risparmiati.

Una terza guerra mondiale a pezzi, ha detto il Papa, dando nome a ciò che nessuno osava nominare. Consentendo così a ciascuno di misurarsi con l’incommensurabile.

Quel che si può dire è che storie diverse, con radici che talora affondano nei secoli, si sono messe simultaneamente in moto, e la loro compresenza, sulla scena di questo nostro tempo, contribuisce a dar forma all’enigma che lo avvolge. Cosa ha in comune l’inestinguibile conflitto israelo-palestinese con l’apparente follia di chi ha proclamato il Califfato? E con l’impensabile confronto diretto tra Occidente e Russia in Ucraina? A cent’anni dalla prima guerra mondiale, una nuova contesa si è aperta per il dominio planetario? E, se sì, chi sta combattendo e contro chi?

Oppure si tratta di una guerra di diverso tipo, per lo più invisibile, dentro la quale siamo già da tempo? Di cui la crisi economica è parte, come quella educativa, e anche la bioetica? Non sarà che le distruzioni che vediamo altrove si consumano anche qua, sebbene in altra forma?