mercoledì 28 maggio 2014

Il Nervoso



Io, non lo so, ma quando mi viene il nervoso, mi verrebbe da dire che è come quando vai a correre, che poi hai male un po’ dappertutto, alle gambe, alla schiena, alle spalle, e ti rendi conto che sei vivo, che hai delle gambe, una schiena, delle spalle, così quando ti viene il nervoso uguale, ti rendi conto che sei vivo, che hai un sistema nervoso gangliare, vale a dire soggettivo, o un sistema nervoso oggettivo, o cerebrale, mi verrebbe da dire se non fosse che questo fatto di andare a correre, mi sono un po’ rotto i maroni, delle metafore riferite al fatto di andare a correre. 



Paolo Nori

giovedì 22 maggio 2014

Un libro forgiato all'inferno


Il Trattato è altresì una delle opere più importanti di tutto il pensiero occidentale. Spinoza fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava letteralmente il Verbo di Dio ma era piuttosto un frutto letterario dell’ingegno umano; che la «vera religione» nulla aveva a che fare con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale: «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche non spettava alcun ruolo di gestione di uno Stato moderno.

Egli ribadiva inoltre che la «divina provvidenza» non era altro che l’insieme delle leggi di natura; che i miracoli (intesi come infrazioni all’ordine naturale delle cose) erano impossibili e che la fede in essi era solamente l’espressione della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni; che i profeti del Vecchio Testamento erano semplici individui come tanti altri, i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano anche un’immaginazione particolarmente fervida. I capitoli del Trattato dedicati alla politica rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla «libertà di filosofare» senza subire interferenze da parte delle autorità) e alla democrazia che sia mai stato scritto.


Steven Nadler, Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso Trattato di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, traduzione di Luigi Giacone, Torino, Einaudi 2013.


mercoledì 14 maggio 2014

Le scarpe di Van Gohg

Questa storia comincia con L’origine dell’opera d’arte che Martin Heidegger stila alla metà degli anni ’30: che cos'è un'opera d'arte? Quale la sua origine? Heidegger si interroga a partire da un quadro di Van Gogh che raffigura delle scarpe. Uno storico dell’arte americano, Meyer Schapiro, gli contesta l'interpretazione dell'opera e inizia un dibattito che sottende da allora in poi il rapporto tra arte e filosofia, ripreso dai grandi del pensiero della seconda metà del XX secolo e qui ricostruito e ripercorso: Jacques Lacan, Jacques Derrida ,Fredric Jameson, Massimo Cacciari, Gottfried Boehm... Le scarpe di Van Gogh sono diventate il filo rosso di un vero e proprio racconto filosofico che ci permette di ripercorrere il pensiero degli ultimi decenni, passando per modernismi, poststrutturalismi, decostruzionismi, postmodernismi, neomodernismie altro ancora, intorno all'arte certo, ma non solo. 

Sebbene, mutatis mutandis, qualcosa di simile sia in corso anche oggi, non è tuttavia questa la ragione per cui proponiamo di ripartire da Heidegger, piuttosto che buttarsi direttamente nella mischia. È che la proposta di Heidegger mantiene un fondo del tutto originale, che non basta indicare come teorico o filosofico, perché in realtà tocca svariate corde del pensiero che sono di tutti. Alla fine è sempre lì che si deve andare a parare: che differenza c’è tra l’oggetto reale e l’opera d’arte? Che rapporto,di conseguenza, tra l’arte e la verità? E la vita, perché ci vuole un esempio come Van Gogh per parlarne in modo così coinvolto, così interno?


Le Scarpe di Van Gogh - Riga 34 - A cura di Riccardo Panattoni e Elio Grazioli. 

giovedì 8 maggio 2014

Libertà generativa


Con Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi (Feltrinelli), Mauro Magatti e Chiara Giaccardi danno una forma significativa al lavoro di critica alla cultura iperedonista della libertà che sembra dominare il nostro tempo.

Fortunato fu il saggio di Mauro Magatti Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno nichilista del 2009: al centro di quell'analisi il tema di una versione solo immaginaria, ovvero puberale, della libertà che vorrebbe sciogliersi da ogni vincolo e imporsi come pura volontà di godimento, ma che non può che rivelarsi ormai "esangue". 

Questo è il paradosso: nell'epoca della "libertà di massa", la libertà ha bisogno di essere ripensata. (...) Mentre la contestazione del ‘68 ha vissuto l'illusione della liberazione del desiderio da ogni vincolo ritenendo il legame con l'Altro solo come un limite alle sue possibilità di espansione, nel nostro tempo è proprio la libertà che deve essere liberata dal suo stesso fantasma di autosufficienza. Si tratta di oltrepassare l'idea narcisistica della libertà, per assumerla nel suo rapporto con la responsabilità dell'accoglienza e della cura per l'Altro. Di qui — ecco la vera posta in gioco del libro — l'idea della generatività come forma autentica, non narcisistica, produttiva, della libertà. 

Cosa intendono gli autori con questa idea? Innanzitutto una libertà depotenziata, libera dall'assillo dell'autoaffermazione, capace di scardinare il circolo tossico di potenza-volontà e potenza, di assumere i propri limiti, di accogliere la differenza, di retrocedere dall'identificazione all'Io, di assumere la forza vitale del desiderio che sa mantenere aperta la dimensione della trascendenza, della memoria, della filiazione e del futuro. 

La libertà diventa generativa quando si libera dal fantasma di se stessa che il trionfo cinico del discorso del capitalista ha imposto come unico comandamento sociale.




Massimo Recalcati La Repubblica 27 Aprile 2014

giovedì 24 aprile 2014

"Il CONVIVIO" - LUNEDI' 28 ALLO SPAZIO DELL'ANIMA



Il Convivio: uno spazio libero in cui i soci e gli amici della Scuola popolare di filosofia e cittadinanza si possono ritrovare per passare insieme una serata nella quale possono porre una loro questione, legata all'esperienza vissuta o a una domanda che li impegna, sapendo che tutti i presenti saranno felici di farsi coinvolgere e di di filoso-fare sulla questione posta. Un'occasione per praticare il dialogo e l'epoché facendo fluire nel gruppo il pensiero per il puro piacere di farlo.

Vi invitiamo quindi al Convivio di Spazi dell'anima,  il 28 marzo 2014 dalle 20.30 alle 22.30 allo Spazio dell'anima in via Carlo Denina 72.


L'incontro è gratuito e aperto a tutti. E' gradito un contributo in cibo o bevande (piccolo!) da condividere con gli altri.

mercoledì 23 aprile 2014

Oceano Atlantico


18 GIORNI D'OCEANO. L'oceano è un fatto di immaginazione. Sul mare non si vedono le coste, sul mare le onde sono più numerose di quanto non serva nella vita quotidiana, sul mare non sai cosa ci sia sotto di te.
Ma soltanto l'idea che a destra non c'è terra fino al polo e a sinistra non c'è terra fino al polo, davanti a te c'è un secondo mondo del tutto nuovo e sotto di te, forse, c'è l'Atlantide, ebbene, soltanto quest'idea è l'oceano Atlantico. Calmo, l'oceano è noioso. Per diciotto giorni scivoliamo come una mosca sullo specchio. Solo una volta abbiamo assistito a uno spettacolo ben riuscito, sulla via del ritorno da New York a Le Havre. Un denso acquazzone copriva di schiuma il bianco oceano, striava di bianco il cielo, con fili bianchi cuciva il cielo all'acqua. Dopo è comparso l'arcobaleno. L'arcobaleno si rifletteva e si chiudeva nell'oceano e noi, come acrobati di circo, ci gettavamo nel cerchio iridescente. Poi di nuovo spugne galleggianti, pesciolini volanti, pesciolini voltanti e spugne galleggianti del mar dei Sargassi, e in rare, solenni occasioni, fontane di balene. E sempre, fino alla noia (a volte fino alla nausea), acqua e acqua.

L'oceano stanca, ma quando non c'è ci si annoia.

Dopo, cerchiamo a lungo il fragore dell'onda, il rumore tranquillizzante delle macchine, il tintinnio ritmato delle placche di rame dei boccaporti.

Vladimir Majakovskij, America, Voland, Roma, 2004,

giovedì 17 aprile 2014

Umanesimo delle panchine



In certi paesi le giornate sono fatte solo di epiloghi, ogni persona, ogni avvenimento sembra ruotare intorno alla dismissione, alla resa, al fallimento. Forse c’è un solo modo per non cadere nella disperazione: svolgere una serena obiezione all’esistente, immaginare che dai paesi più vuoti può venire uno sguardo che risana, perché quando si è in pochi nessun cuore è acqua piovana
F. Arminio


La paesologia non è solo “uno sguardo che risana” ma soprattutto un ascolto generoso e misericordioso dalle poche ma intense parole che si riescono ad ascoltare sulle panchine “dello sconforto e della beatitudine”.L’umanesimo delle montagne si racconta su queste panchine dove “si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo”. Le panchine ti “chiedono misericordia” e sono sorde verso chi “ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. 

Nei “piccoli paesi dalla grande vita” non è solo un’anomalia sociale ma una riserva di senso non solo da parte di chi si sente estraneo , abbandonato dalla Storia e si sottrae alle regole scritte della crescita, della produttività, dell’efficienza ma anche una rappresentazione autonoma e libera anche allo sguardo degli altri. I cittadini delle nostre panchine paesane sono molto diversi da quelli delle grandi metropoli postindustriali rappresentate da anziani, donne incinte o con carrozzina, badanti in riposo o al mercato maschi o femmine adulti, chi sta seduto su una panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi è un disoccupato, uno sfaccendato, una vita di riserva da ignorare o da temere. Nei nostri paesi la panchina è lo spazio pubblico delle vite compiute e piene dove la solitudine e il silenzio sono i paradigmi per nuovi racconti possibili dove le parole continuano ad avere peso comunicativo e il silenzio esprime il massimo della vita vissuta. Ma la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra o si fa mercato di cose inutili ma solo di sentimenti forti o , di un modo gratuito di trascorrere il tempo nella inoperosità neanche nella decrescita e di mostrarsi in pubblico, di abitare le piccole comunità ,il tempo interno e lo spazio di cui si è parte esclusiva. 

La panchina è un luogo di sosta di un’utopia realizzata nella fatica dell’esistenza e nell’amore carnale per la terra. Sono rivolte all’infinito e al centro della piazza ….è il margine sopraelevato della realtà, e continuo e distaccato contatto con il futuro che passa e ti saluta “buongiorno!” e la risposta doppia “Buongiorno, buongiorno”. La panchina è anche anche il posto ideale per osservare quello che accade e prenderne atto sotto un’angolatura defilata e sospesa ma presente al futuro con un messaggio ancora utile: umanesimo delle montagne si fonda sulla cultura esistenziale in cui l’otium sostituisce il negotium, e la cultura non solo della nostalgia ma dell’attesa,della misericordia, della contemplazione ha la meglio sui traffici, i commerci e gli scambi.

di Mauro Orlando

http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2012/09/29/lumanesimo-delle-panchine/