Visualizzazione post con etichetta Ermanno Bencivenga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ermanno Bencivenga. Mostra tutti i post

domenica 7 agosto 2011

Il gusto dell'aprirsi all'altro

Che cosa farai con un carrettino di legno, con una bambola di pezza, con una conchiglia a metà affondata nella sabbia se sei ancora nella fase della vita umana in cui si cammina a quattro zampe e ci si stupisce di tutto, e se per un attimo sei riuscito a evadere il marcamento ossessivo di quegli isterici giganti che non sono mai stupiti ma sembrano sempre spaventati? È chiaro: li metterai in bocca e assaporerai fino in fondo la fragranza acidula della vernice che ricopre il carretto, la vena pastosa della bambola, il sole e l’acqua salata di cui è intrisa la conchiglia. Il mondo, per te, è un repertorio di gusti, un serbatoio inesauribile di affascinanti misteri da svelare mettendoli a stretto contatto con l’interno del tuo corpo, con quella parte del tuo essere più nascosto che sa aprirsi e richiudersi su ciò che è altro da te, e succhiarlo e spremerlo e addentarlo e tormentarlo finché non ti ha comunicato i suoi segreti.

Ermanno Bencivenga La filosofia come strumento di liberazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010

lunedì 7 marzo 2011

Incontro con Ermanno Bencivenga

















Abbiamo pubblicato, su questo blog, vari racconti del filosofo e saggista Ermanno Bencivenga e ora siamo lietissimi di poterlo ospitare nella sede romana della nostra associazione, domenica 20 marzo 2011 alle 18,00, per discutere e conversare con lui dei suoi ultimi libri Parole in gioco e La filosofia in 52 favole.  Nel primo delinea quella che deve essere l’azione del filosofo: esplorare sempre volti inediti del linguaggio e della realtà, mai pago di quanto è assodato, di quello che detta l'uso corrente, analogamente a ciò che fanno i bambini quando giocano con gli oggetti, montandoli e smontandoli fino a creare qualcosa di nuovo. Nel secondo, ancora invitandoci a lasciarci andare allo stupore e all'incantamento dei bambini, Ermanno Bencivenga ha addirittura scelto il linguaggio delle favole per illustrarci i temi chiave sui quali la filosofia si interroga da sempre.

L'evento è gratuito e aperto a tutti, si gradisce una mail di conferma.


Incontro con Ermanno Bencivenga
Domenica 20 marzo 2011, ore 18
in Via Carlo Denina 72

martedì 22 febbraio 2011

Quel che c'è da capire

Alice capisce tutto quel che c'è da capire. Quel che c'è da capire, dicevano i grandi, è dentro una grossa pentola, di quelle in cui si bolle l'acqua per la pasta; solo che questa pentola non si può piu' usarla per bollire l'acqua perche' qualcuno ha avuto la bella idea di metterci dentro tutto quel che c'è da capire.
Così i grandi l'hanno nascosta in cantina, in mezzo a tante cianfrusaglie, e perche' quel che c'è da capire non esca fuori e si disperda ai quattro venti l'hanno chiusa ermeticamente con del nastro adesivo, e sopra ci hanno messo un ferro da stiro, una chiave inglese e un'incudine - oggetti pesanti, insomma, per tenere il contenuto al sicuro.
Alice pero' non si è fatta scoraggiare dalle loro precauzioni ed è andata a cercare la pentola. La cosa piu' difficile per lei è stata scendere in cantina: la scala è stretta e buia, e in fondo bisogna girare un angolo, e mentre si scende si ha l'impressione che dietro quell'angolo ci sia qualcosa di orribile, uno di quei mostri di cui parlano le favole - le favole finte, voglio dire, quelle scritte apposta per imbrogliarci e per spaventarci.
Prima o poi, stringendo forte i denti e chiudendo gli occhi, Alice è arrivata in fondo alla scala; e quando c'è riuscita ha subito voluto riprovarci, e ha riprovato ancora e ancora, finche' poteva farlo canticchiando e saltando i gradini a due a due.Superato l'ostacolo della scala, il resto è venuto liscio come l'olio: la porta della cantina non è chiusa a chiave, la pentola è lì in bella vista e gli oggetti pesanti che ci sono sopra non c'è bisogno di sollevarli.
Basta inclinare la pentola e cadono di lato, facendo un gran fracasso. Allora si tratta di togliere il nastro adesivo e alzare il coperchio.
Alice ha compiuto questa operazione piu' volte. La prima volta è rimasta sorpresa, perche' dentro la pentola non ha trovato nulla. Ha pensato che fosse l'ora sbagliata: che forse le cose si capiscono di sera, o di notte, o la mattina molto presto quando è gia' chiaro ma non è ancora comparso il sole. Così è tornata, di sera, di notte e anche la mattina molto presto, muovendosi circospetta con i suoi piedini leggeri per non svegliare nessuno; ma la pentola era sempre vuota.
Per un po' Alice è rimasta delusa, e si è anche preoccupata. "Sta a vedere" pensava "che aprendo la pentola ho lasciato venir fuori tutto quel che c'è da capire, e adesso si è disperso ai quattro venti e nessuno lo trovera' piu'." "Ma no" si rispondeva poi da sola "ci sono stata bene attenta.Non ho visto niente che usciva. E, se non ho visto niente, che cosa c'era da capire?".
Alla fine Alice ha capito. Ha capito che i grandi avevano torto: quel che c'è da capire non si mette in una pentola, non si nasconde in cantina, perche' non può venirci da fuori, non può esserci dato da un altro. Ha capito che si capisce sempre quel che abbiamo dentro, e se lo capiamo bene possiamo anche farlo venir fuori, e costruirci case e ponti e automobili e trattori; ma, se non capiamo quel che abbiamo dentro, fuori non c'è niente da capire.
Quando ha capito, Alice ha rinchiuso la pentola con il nastro adesivo e faticosamente ci ha rimesso sopra il ferro da stiro, la chiave inglese e l'incudine. Da allora passa molto tempo nella sua camera, a capire quel che ha dentro; poi esce e con quel che ha capito cambia il mondo.

(Ermanno Bencivegna, La filosofia in 52 favole)

domenica 13 febbraio 2011

Io


C’ero una volta io, ma non andava bene. Mi capitava di incontrare gente per strada e di scambiarci due parole, e per un po’ la conversazione era simpatica e calorosa, ma arrivava sempre il momento in cui mi si chiedeva “Chi sei?” e io rispondevo “Sono io”, e non andava bene. Era vero, perché io sono io, è la cosa che sono di più, e se devo dire chi sono non riesco a pensare a niente di meglio. Eppure non andava bene lo stesso: l’altro faceva uno sguardo imbarazzato e si allontanava il più presto possibile. Oppure chiamavo qualcuno al telefono e gli dicevo “Sono io”, ed era vero, e non c’era un modo migliore, più completo, più giusto di dirgli chi ero, ma l’altro imprecava o si metteva a ridere e poi riagganciava.
Così mi sono dovuto adattare. Prima di tutto mi sono dato un nome, e se adesso mi si chiede chi sono rispondo: “Giovanni Spadoni”. Non è un granché, come risposta: se mi si chiedesse chi è Giovanni Spadoni probabilmente direi che sono io. Ma, chissà perché, dire che sono Giovanni Spadoni funziona meglio. Funziona tanto bene che nessuno mai mi chiede chi è Giovanni Spadoni: si comportano tutti come se lo sapessero.
Invece di chiedermi chi è Giovanni Spadoni gli altri mi chiedono dove e quando sono nato, dove abito, chi erano mio padre e mia madre. Io gli rispondo e loro sono contenti. E forse sono contenti perché credono che io sia quello che è nato nel posto tale e abita nel posto talaltro, e che è figlio di Tizio e di Caia e padre di questo e di quello. Il che non è vero, ovviamente: non c’è niente di speciale nel posto tale o talaltro, o in Tizio o in Caia. Se fossi nato altrove, in un’altra famiglia, sarei ancora lo stesso, sarei sempre io: è questa la cosa che sono di più, la cosa più vera e più giusta che sono. Ma questa cosa non interessa a nessuno: gli interessa dell’altro, e quando lo sanno sono contenti.
Una volta c’ero io, e non andava bene. Adesso c’è Giovanni Spadoni, che è nato a X e vive a Y e così via. E io non sono niente di tutto questo, ma le cose vanno benissimo.
(di Ermanno Bencivegna, "La Filosofia in 52 favole", 2011)

mercoledì 29 dicembre 2010

Fra le righe

Il significato si legge fra le righe. Non il significato ovvio, banale, quello che c'è sul dizionario, "Cane"  vuol dire cane, "porta” vuol dire porta e, se uno scrive "il cane sta dietro la porta", il fatto che il cane sta dietro la porta è scritto sulla riga, con lodevole chiarezza. L'unico problema è di solito nessuno vuole dire cose come "il cane sta dietro la porta"; di solito queste cose non interessano a nessuno. Di solito quel che si vuole dire, per esempio, è "Non sognarti nemmeno di venire a casa mia", e per dirlo si scrive, su una riga, "il cane sta dietro la porta" e sulla riga dopo "So che hai molta paura dei cani". Fra le due righe non c’è  scritto niente, ma è li che si trova il vero significato, cioè che tu non ti devi nemmeno sognare di venire a casa mia.
Uno potrebbe pensare che, se il significato più importante si trova là dove non c'è scritto niente, tanto varrebbe non scrivere niente del tutto, lasciare la pagine bianca. E invece qualcosa bisogna scriverlo, qualcosa che non è quel che vogliamo dire, qualcosa che copra le righe, cosicché fra le righe, dove non c’è scritto niente, ci possa stare il significato che conta davvero.
Ci dovrebbe essere un  modo più razionale di sbrigare questa faccenda.

Ermanno Bencivenga Parole in gioco Mondadori 2010