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martedì 13 novembre 2012

Domande


Bisogna, alle cose,
lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione
che viene dal loro interno
e che da niente può essere forzata o accelerata.
Tutto è: portare a compimento la gestazione – e poi dare alla luce …

Maturare come un albero
che non forza i suoi succhi
e tranquillo se ne sta nelle tempeste
di primavera, e non teme che non possa arrivare l’estate.

Eccome se arriva!
Ma arriva soltanto per chi è paziente
e vive come se davanti avesse l’eternità,
spensierato, tranquillo e aperto …

Bisogna avere pazienza
verso le irresolutezze del cuore
e cercare di amare le domande stesse
come stanze chiuse a chiave e come libri
che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo.

Si tratta di vivere ogni cosa.
Quando si vivono le domande,
forse, piano piano, si finisce,
senza accorgersene,
col vivere dentro alle risposte
celate in un giorno che non sappiamo.

Pazienza di Rainer Maria Rilke (1903)

lunedì 24 settembre 2012

Le pochissime cose in cui dura l'eterno



Roma, 29 ottobre 1903

A Roma arrivammo circa sei settimane fa, in una stagione ch'era ancora la vuota, brucia­ta, febbricosa Roma, e questa circostanza con altre difficoltà pratiche di assetto protrasse senza fine l'inquietudine intorno a noi e il paese straniero gravava su noi col peso del­l'esilio. Si deve anche aggiungere che Roma (se ancora non la si conosce) nei primi gior­ni opprime di tristezza: per l'aria morta e torbida di museo, che respira, per la moltitudine delle sue età trascorse ripescate e te­nute in piedi faticosamente (di cui si nutre un piccolo presente), per l'indicibile vanteria, sostenuta da dotti e filologi e imitata dagli abituali visitatori d'Italia, di tutte quelle sfi­gurate e guaste cose, che in fondo non sono più che resti casuali d'un altro tempo e di un'altra vita, che non è la nostra e non de­v'essere la nostra. Finalmente, dopo settimane di quotidiana difesa, si ritrova — benché an­cora un po' confusi — la via a se stessi e ci si dice: no, qui non c'è più bellezza che in qualche altro luogo e tutti questi oggetti sem­pre ammirati dalle generazioni in catena, cor­retti e restaurati da mani di manovali, non significano nulla, non sono nulla e non han­no né cuore né valore; ma molta bellezza c'è qui, perché dovunque è molta bellezza.
Acque infinitamente piene di vita entrano per gli antichi acquedotti nella grande città e danzano nelle molte piazze su bianche tazze di pietra e si spandono in ampi bacini e scro­sciano il giorno e alzano il loro scroscio la notte, che qui è grande e stellata e tenera di venti. E giardini ci sono, indimenticabili via­li e scalinate, scalinate inventate da Miche­langelo, scalinate costruite a immagine delle acque cadenti, che ampie generano nella ca­duta gradino da gradino come onda da on­da.
Tali impressioni giovano a raccogliersi, a recuperarsi dalle molte cose piene di presun­zione, che ivi parlano e ciarlano (e quanto sono loquaci!) e si impara lentamente a cono­scere le pochissime cose, in cui dura l'eterno, che si può amare, e la solitudine, a cui som­messamente si può partecipare.
Ancora abito in città, sul Campidoglio, non lontano dalla più bella figura equestre che ci sia stata conservata dall'arte romana, la statua di Marco Aurelio; ma tra alcune settimane passerò in un luogo semplice e tranquillo, una vecchia terrazza perduta nel profondo di un grande parco, celata alla citta, al suo frastuo­no e al caso. Abiterò là tutto l'inverno e go­drò della grande quiete, da cui attendo il dono di buone e ricche ore...

Rainer Maria Rilke, Lettere a un Giovane Poeta, Adelphi, 1980



lunedì 30 aprile 2012

Tristezza

Voi avete avuto molte e grandi tristezze, che se ne sono andate. E di­te che anche quel loro andarsene fu per voi difficile e irritante. Ma vi prego, riflettete se quelle grandi tristezze non siano piuttosto passate attraverso di voi. Se molto in voi non si sia trasformato, se in qualche parte, in qualche punto del vostro essere non vi siate mutato, mentre eravate triste.

Pericolose e maligne sono quelle tristezze soltanto, che si portano tra la gente, per soverchiarle col ru­more; come malattie, che vengano trattate superficialmente e in maniera sconsiderata, fanno solo un passo indietro e dopo una bre­ve pausa erompono tanto più paurosamente; e si raccolgono nell'intimo e sono vita, sono vita non vissuta, avvilita, perduta, di cui si può morire.

Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro sapere e un poco più in là dei bastioni del nostro presenti­mento, forse allora sopporteremmo noi le no­stre tristezze con maggior fiducia che le nostre gioie. Che sono esse i momenti, in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualco­sa di sconosciuto; i nostri sentimenti ammu­toliscono in casta timidezza, tutto in noi indietreggia, sorge una calma, e il nuovo, che nessuno conosce, vi sta nel mezzo e tace.

Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi risentiamo come paralisi, perche non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera che è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; per­ché noi siamo in un trapasso, dove non pos­siamo fermarci. Perciò anche passa la tri­stezza; il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più, - è già nel sangue. E noi non apprendiamo che fosse.

Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci sia­mo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possia­mo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futu­ro entra in noi in questa maniera per trasfor­marsi in noi, molto prima che accada. E però è tanto importante essere soli e attenti, quan­do si è tristi: perche il momento vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell'al­tro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade. Quanto più calmi, pazienti e aperti noi siamo nella tristezza, tanto più profondo e infallibile entra in noi il nuovo, tanto meglio noi ce lo conquistiamo, tanto più sarà esso nostro destino, e noi ci sentiremo, se un giorno più tardi “accadrà” (cioè da noi uscirà verso gli altri) nel più intimo affini e prossimi a lui.

E questo è ne­cessario. È necessario - e su questo cammi­no si svolgerà successivamente il nostro svi­luppo - che nulla ci accada di estraneo, ma solo quanto da lungo tempo ormai ci appar­tiene. Si sono già dovuti ripensare rovescian­do tanti concetti di movimento, si imparerà anche a poco a poco a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi da fuori. Solo perché tanti non assorbirono e trasformarono in se stessi i loro destini, finché vivevano in loro, non riconobbero che cosa usciva da essi; era a lo­ro cosi estraneo ch'essi credettero, nel loro terrore smarrito, che dovesse appunto ora essere entrato in loro, ché giuravano non avere in sé prima ritrovato mai cosa simile. Come a lungo ci si è ingannati sul movimento del sole, cosi ci s'inganna ancora sempre sul mo­vimento dell'avvenire. Il futuro sta fermo (…) ma noi ci moviamo nel­lo spazio infinito. Come dovremmo non sentirne fatica?

Rainer Maria Rilke, Lettere a un Giovane Poeta, Adeplhi, 2012